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Lassad nel Cie di Ponte Galeria: “In un lager per 41 euro al giorno”

Era dicembre quando nel Cie di Ponte Galeria a Roma, la protesta si era fatta silenzio. Un silenzio di fili neri e verdi tirati via dalle coperte in dotazione e cacciati a forza nella carne. Un grido muto che nega ogni tentativo di trasformare le parole in chiacchiere, che obbliga quantomeno a guardare, a chiedersi perché.

Quel giorno nel Cie c’era anche Lassad un cittadino tunisino che vive in Italia da 22 anni, che non ha voluto distogliere lo sguardo e che ha deciso di provare a rispondere e raccontare. Lassad non ha avuto una vita semplice, aveva conosciuto la detenzione prima di Ponte Galeria ma se gli avessero raccontato che esisteva un luogo così in Italia non ci avrebbe creduto. Lassad ha deciso di battersi per chiedere un monitoraggio del Cie di Ponte Galeria ed è intervenuto il 28 Marzo presso il palazzo della Giunta regionale del Lazio per supportare una mozione specifica a riguardo.

«Vivo in Italia da 22 anni. Gran parte della mia storia è qui. Me ne sono capitate tante e tanti sbagli li ho fatti, ma li ho pagati. Poi mi capita che stavo rientrando con le buste della spesa, mi fermano degli agenti, mi chiedono i documenti e mi portano al volo a Ponte Galeria, in quel posto che chiamate Cie. Mi sveglio la mattina, faceva freddo, era dicembre e mi ritrovo 13 uomini che si erano cuciti la bocca per protestare. Ecco, una storia così ti segna l’anima, non te la togli di dosso. Ti accorgi di essere in una specie di lager, un lager che esiste perché ogni vita ha un prezzo. Quello che viene dato a chi ci tiene dentro. Mi pare siano 41 euro. La nostra vita costa 41 euro, cosa è 41 euro, il valore in borsa, il numero delle scarpe, è calcolato in base al nostro peso, allo spazio che occupiamo? Non lo so. Ditemelo perché io non trovo le parole per capirlo. Un prezzo per le nostre sofferenze, voi che siete entrati dentro avete visto in prima persona il prodotto che è valutato in base a un prezzo. Io no, non mi stupisco di niente, mi sembra di vivere negli anni Quaranta per quello che mi hanno raccontato e per quello che ho letto. Sento un vento gelido di destra che soffia forte e da ogni parte”.

“Che vi devo dire? Il mondo è bello fuori, basta non calpestare i diritti di chi ti sta vicino. Io mi sento una specie di pesce fuori dall’acqua. Non ho più un Paese, non sono né di qua né di là, quale dovrebbe essere la mia casa? E come non ricordare quelle scene, quelle urla… Restavo con la bocca aperta. Queste cose sapevo che succedevano 70 anni fa. E penso alla Storia. È fatta per essere messa nei libri o per essere ricordata, bisogna battere un colpo verso il mondo. Oggi ero alla fermata della metro di Rebibbia, vicino il carcere, c’erano manifesti molto belli con persone che scavalcavano un muro e una scritta, “Liberi tutti”. Sante parole. Eppure sento dire tante cavolate, sento dire che è stata abolita la schiavitù ma credo che grandi come Lincoln si rivolterebbero nella tomba. Quanti secoli ancora dobbiamo aspettare per non dare più un prezzo ad una vita umana cari miei? Dio crea le persone e le persone vengono vendute e comperate, sono quotate sul mercato. Chi lo avrebbe mai detto che ci saremmo ridotti così”.

“Oggi sono fortunato. Sono seduto al posto del Presidente della Regione, ho conosciuto tanta brava gente, ciò che fate voi dà un senso alla mia e alla vostra vita. Altrimenti siamo tutti inutili, finiamo in un mondo meschino, è per gente come voi che riesco a dormire la notte. Voi siete persone che stanno rimpiazzando Fanon. Lo sapete cosa diceva? Diceva che nel mondo esiste chi è pro e chi è contro, e la causa principale si chiama razzismo. Forse non sono ancora tempi per il fascismo ma dobbiamo stare attenti. Dobbiamo far capire che la diversità è una risorsa e dobbiamo saperla sfruttare e ascoltare, non marchiarla. La diffidenza è la madre di tutte le cazzate. Scusatemi se parlo in maniera così confusa, ma così posso dire tutto quello che ho dentro. Sono fuggito tante volte per vivere, Ponte Galeria, Trapani, Regina Coeli e poi ancora Trapani. Ho camminato per 80 chilometri lungo la ferrovia per andarmene lontano da lì. Poi mi hanno ripreso a Roma e non ci ho capito più nulla”.

“Il tempo non passava mai, dovevo tenere la testa allenata e ho cominciato a contare. La gabbia in cui stavamo ha 206 sbarre, giri intorno al perimetro e le luci ti fanno perdere la ragione, di notte non distingui i colori, tutto ti sembra grigio. E io contavo: la lunghezza della gabbia è di 18 passi e mezzo, la larghezza di 8 passi e mezzo, il corridoio è di 128 passi. Non vi basta? Di notte speravo che spegnessero le luci per poter vedere le stelle, io le distinguo, cercavo di vedere l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore invece di guardare le telecamere che stanno dappertutto. Mi dicono che il Cie non è un carcere e ci chiamano ospiti. Ma io ero solo un fottuto numero con cui mi chiamavano ogni giorno, sono questi gli ospiti? Ma perché non me lo hanno tatuato addosso il numero invece di dire parole finte sul trattenimento, invece di parlare di valori che esistono solo sulla carta e che ci scivolano addosso. Non posso pensarci, stavo camminando tranquillamente per strada e mi sono ritrovato in un manicomio a cielo aperto”.

“Io devo molto anche ai giornalisti, alcuni sono anche qui presenti. Ho saputo che nel 2011 il ministro dell’Interno aveva fatto una circolare per impedirvi di entrare: come mai? Non voleva farvi vedere quello che ho vissuto io? Quello che hanno vissuto gli altri? Di solito se un funzionario dello Stato compie un errore così grande si va a vedere se ne ha fatti altri, con questo Ministro è avvenuto? Credo di no, perché altrimenti avreste potuto aggiustare le leggi, cambiarle, riempirle di valori. Ma noi siamo solo gli oggetti, le merci per un business, di mezzo c’è l’economia che secondo me è corrotta. Sembra che in Italia a troppi convenga restare così, ma ancora si può evitare di cadere nell’abisso, si possono impedire altre disgrazie. Trovate un rimedio, trovatelo voi, troviamolo insieme, non è colpa mia se da tunisino sono nato nella parte sbagliata del Mediterraneo.

Si è capito che i Cie non funzionano, lo ha detto bene il dottore che ha parlato prima di me (Alberto Barbieri, di Medu ndr.), ha parlato di ingiustizie e di soldi sprecati, di una istituzione che non serve. Se non lo capiscono gli altri o non lo accettano non va bene. Si continuerà a produrre sofferenza per tutti, per chi è dentro, per i parenti di chi è dentro, molti hanno mogli e figli in Italia, per tutti quelli che temono ogni giorno di essere presi e rinchiusi per nulla, senza aver fatto niente di male”.

“La vita di quelli come me è una continua roulette russa da cui non possiamo uscire. Dateci una possibilità di vivere regolarmente, di lavorare, di darvi una mano a far crescere questo Paese. Un giorno ci ringrazierete. Ma oggi, e voglio concludere, mi avete dato una speranza, se farete un monitoraggio continuo nel centro, ne potrete aiutare tanti a Ponte Galeria e scoprirete tante cose che non vanno. Scoprirete anche che ad esempio, può sembrare una cosa da niente, ma lì non c’è uno psichiatra mentre la gente impazzisce. C’è in carcere, a volte c’è in caserma, perché in un posto dove si sta tanto male non ce ne è uno?”

 

Oggi Lassad è uscito dal Cie di Ponte Galeria grazie a una sospensiva e spera di tornare ad essere un uomo libero. La sua preziosa testimonianza in favore della mozione presentata dalla consigliera regionale Marta Bonafoni è stata raccolta e diffusa dal Corriere delle migrazioni.

Ahmed: “Dalla Somalia a Malta, un incubo lungo 16 mesi”

Ahmed, 31 anni, ha deciso di lasciare il suo Paese, la Somalia a causa dei violenti scontri scatenati dalle milizie del gruppo Al Shabab nella regione di Medina. Al momento di partire Ahmed cercava un posto sicuro per vivere, non immaginava un viaggio lungo 5000 km e 16 mesi, né che avrebbe rischiato la vita attraversando il deserto e il mare.

“Ho lasciato il mio Paese per molte ragioni, per gli scontri etnici, perché non era più sicuro. Il posto più vicino era il Kenya e lì sono andato.

Ho vissuto a Nairobi per due mesi, ma senza documenti non potevo fare niente che mi permettesse di sopravvivere e avevo paura che la polizia keniota potesse arrestarmi. Così ho deciso di spostarmi verso il confine con l’Uganda e, da lì, verso Kampala, dove sono rimasto per un mese. Anche qui però la vita era molto dura. Non conoscevo nessuno che potesse aiutarmi e quando mi consigliarono di andare verso la Libia perché da lì sarebbe stato facile raggiungere l’Europa ho pensato fosse una buona idea”.

A quel punto erano già passati tre mesi da quando Ahmed era partito. Arrivare in Libia da Kampala, significa dover raggiungere il Sud Sudan e attraversarlo, entrare in Sudan risalendo il Nilo su di un’imbarcazione e proseguire fino a Kartoun. Infine, trovare un modo per attraversare il Sahara, che vuol dire quasi sempre affidarsi ai “trafficanti di uomini”. Il viaggio da Kartoun costa 360 dollari. Quando Ahmed parte, viene inserito in un gruppo di 80 persone ammassate in 12 fuori strada; il viaggio nel deserto dura tre giorni e tre notti, ma non conduce alla Libia. Il gruppo di viaggiatori viene scaricato in mezzo al deserto e ceduto a un ricco “signore” dei trafficanti che fissa il nuovo prezzo per riacquistare la libertà: possono pagare 800 dollari oppure morire nel Sahara di sole e di sete.

“Mi ammalai – racconta Ahamed – pensavo di essere vicino alla morte. Eravamo circa 200 all’inizio, cinque di noi morirono lì. Grazie a Dio, un mio connazionale mi diede 200 dollari per completare il mio pagamento. Ci muovemmo da lì verso la Libia ma poco prima di raggiungere Kufra, ci imbattemmo in un gruppo di militari libici che arrestarono i trafficanti e lasciarono noi nel Sahara senza acqua, cibo né ombra. Vennero a riprenderci dopo 24 ore, ci caricarono in un camion e ci portarono a Kufra, in prigione. Lì sono rimasto per 4 mesi, ci picchiavano un giorno sì e uno no”

Approfittando di una momentanea distrazione delle guardie, Ahmed, insieme ad altri tre detenuti, riesce a fuggire dal carcere e a nascondersi nella zona della città dove vivono gli “africaans”: qui trova aiuto e può contattare la sua famiglia per farsi inviare 500 dollari,che gli consentono di raggiungere Bengasi e poi Tripoli.

“La prima volta che la polizia mi fermò a Tripoli per chiedermi i documenti, per errore risposi in inglese invece che in arabo. Mi picchiarono con i manganelli e con il calcio delle loro pistole, mi derubarono e mi intimarono di andarmene. La seconda volta mi portarono in cella: ci sono rimasto per due mesi. Due settimane dopo il rilascio decisi che avrei preso una nave per l’Europa, la Libia era un inferno, non volevo vivere lì. Gli altri pagarono ai trafficanti del mare tra i 400 e i 500 dollari per il viaggio, ma io non avevo soldi. Così raccontai che a scuola avevo imparato la navigazione, che sapevo usare un compasso nautico e mi credettero. In realtà non ne sapevo niente, ma avevo letto qualcosa su Internet a proposito dei Gps e di come funzionano”

Il gommone che lascia Tripoli con destinazione Malta, ospita 55 persone. Ad Ahmed viene consegnato un navigatore satellitare e gli viene indicata una direzione da seguire, ma le condizioni meteorologiche sono critiche. Ben presto l’imbarcazione comincia a riempirsi d’acqua e il panico si diffonde tra l’equipaggio. Si combatte per 10 ore, andando alla deriva, svuotando il mare nel mare, come si può, per quello che si può, sperando in una nave che possa prestare soccorso.

“Il mare ci aveva portato a poche miglia da Tripoli, verso la costa della Tunisia. I militari tunisini che intercettarono la nostra imbarcazione ci chiesero se eravamo diretti verso l’Italia, poi ci picchiarono e ci portarono in un centro di detenzione dove rimanemmo per tre settimane. C’erano anche donne incinte nel nostro gruppo. Alcuni militari ebbero forse compassione e ci lasciarono andare, dicendoci però ma che se ci avessero rivisto in mare ci avrebbero ucciso. Tornai a Tripoli e dopo un mese trovai un altro trafficante che aveva una barca, un gommone, a dire il vero, e avevamo solo biscotti e poca acqua che finì dopo due giorni di navigazione. L’ultimo giorno ho bevuto l’acqua del mare, perché la sete era troppa, ma per fortuna in tre giorni e tre notti arrivammo a Malta, finalmente al sicuro.”

Oggi Ahmed vive a Malta, dove gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato e dove lavora saltuariamente come interprete e traduttore. Il suo sogno, ha raccontato all’UNHCR, che ha raccolto e diffuso la sua storia, è di trasferirsi negli USA e ricominciare la sua vita da lì.

Dal Sud Sudan all’Uganda per dare alla luce la piccola “Fuggiasca”

Martha Anger, 20 anni, è scappata da un piccolo villaggio nel Sud Sudan per salvare la sua vita e quella della bambina che portava in grembo. Sua figlia, che oggi ha 3 mesi, è nata in Uganda, si chiama Nyaring che in lingua dinka vuol dire “fuggiasca”.

“Quei giorni – racconta Martha – hanno lasciato un marchio indelebile nella mia vita. Non avrei mai creduto possibile e non dimenticherò mai quello che mi è accaduto. Alcuni uomini con divise militari sono entrati nel nostro villaggio armati di fucili AK-47. Era sera e i militari hanno ordinato a tutti di uscire dalle case. Erano una decina, forse di più. Hanno cominciato a sparare senza neanche spiegarci perché, quale era il problema, che cosa volevano. La gente scappava correndo in mezzo ai proiettili. A me erano appena iniziate le contrazioni del parto, ma si bloccarono immediatamente. Quello che ricordo è un brivido freddo che mi percorreva la colonna vertebrale mentre cadevo in ginocchio ripetendomi: “Dio avrà pietà del mio bambino”.

Quando Martha riapre gli occhi, capisce che le sue preghiere non la salveranno. Tutti quelli che erano ancora vivi stavano provando a fuggire. Quella che fino a un attimo prima era una strada, era diventata una distesa di corpi e sangue. Il rumore continuo degli spari era rotto dalle grida e dai lamenti.

“È stato in quel momento – ricorda Marha – che ho deciso di sfidare la sorte e provare a fuggire. Ho corso, corso e poi ho corso ancora. Sentivo i proiettili sibilare accanto alla testa ma non mi sono fermata, neanche quando ho sentito che le doglie stavano ricominciando. Ho dovuto farlo quando sono arrivata a un torrente: non potevo più correre, il mio cuore batteva all’impazzata e le contrazioni iniziavano a diventare più forti.”

Martha decide di costeggiare il piccolo corso d’acqua cercando riparo nella foresta, qui incontra altri sopravvissuti come lei, molti sono feriti. Questo breve momento di riposo serve anche per provare ad avere informazioni sui suoi cari, prima di rimettersi in marcia.

“Ho saputo che della mia famiglia undici persone erano morte e nove erano gravemente ferite. Due di queste morirono quella notte, nella foresta. Alle prime luci dell’alba decidemmo di dirigerci verso l’Uganda, le mie contrazioni erano meno frequenti così cominciammo a muoverci. Restammo nella foresta, lontano dalle strade per paura di incontrare gruppi di insorti”.

Marta è arrivata in Uganda il 3 gennaio e poco dopo ha partorito la sua bambina. Oggi vive con lei nello Dzaipi Reception Center.

“Ho ottenuto lo status di rifugiata, sono madre di una bambina che non avrà mai un padre e una nonna, tutto è nuovo per me. Nel centro di accoglienza la situazione è molto dura, ci sono problemi con i vestiti, il cibo, l’acqua. Vorrei tanto che ci fosse un modo per aiutare il mio paese a ritrovare la pace, per ritornare a casa. Il mondo dovrebbe vedere e capire cosa succede in Sud Sudan dove donne, anziani e bambini soffrono a causa della guerra. Non so se incontrerò mai i soldati che hanno assassinato la nostra gente. Se mai succedesse, gli dirò che hanno disonorato il Sud Sudan, ma per tornare nella mia terra, per ricostruire la nostra nazione, sono pronta a perdonare e a riconciliarmi con loro”.

La storia di Marta, raccolta e diffusa da Irinnews è un coraggioso appello a una riconciliazione nazionale che sembra, purtroppo, ancora molto lontana.

In fuga dallo Zimbawe: “Con lo status di rifugiata mi hanno restituito la vita”

Chenzira è originaria dello Zimbawe, nel suo paese era un’insegnante. Quando l’istituto caritatevole nel quale lavorava è stato dichiarato “non gradito” dal regime, Chenzira è diventata un nemico politico del suo paese ed è stata costretta a fuggire per salvarsi la vita.

“Mi sono messa in viaggio senza sapere dove stavo andando né chi avesse potuto aiutarmi. Ho deciso di provarci comunque perché l’alternativa era di aspettare il momento in cui mi avrebbero ucciso. La maggior parte del tempo ho viaggiato a piedi, evitando le strade principali e resistendo alla tentazione di usare troppo spesso gli autobus. Quando sono arrivata in un piccolo villaggio a ridosso del confine ho pensato di muovermi verso la città più vicina, dove, avevo saputo, sarebbe stato possibile unirmi a un gruppo che, come me, cercava di lasciare l’Africa. Dovevo andare fuori dal continente, il governo dello Zimbawe ha buone relazioni con molti stati africani e io non potevo fidarmi di nessun governo, di nessuna autorità”

Appena arrivata in città Chenzira viene avvicinata da alcuni “agenti” che si occupano di aiutare le persone che, come lei, intendono uscire illegalmente dal paese. Il viaggio per l’Europa costa e bisogna farlo “al buio” perché non c’è possibilità di scegliere, né di sapere, la destinazione finale.

“Durante il viaggio diventi vittima ancora una volta, gli “agenti” possono aiutarti ma alle loro condizioni. Non ci è stato chiesto se volessimo andare in Francia, nel Regno Unito o in Olanda, tutto veniva deciso dai trafficanti in virtù del loro giro d’affari.

Io sono arrivata in Inghilterra, mi hanno scaricata vicino a una stazione degli autobus. Non mi fidavo più di nessuno, così per i primi due giorni sono rimasta lì, a dormire sotto un ponte, senza soldi, senza cibo. Il secondo giorno ho conosciuto alcune persone che andavano verso Tesco, due donne divisero il loro cibo con me, mi aiutarono e mi presentarono a una famiglia che mi ospitò per qualche tempo.”

Chenzira trascorre nella sua nuova, provvisoria casa alcune settimane. In questo tempo le vengono fornite cure, cibo e vestiti ma soprattutto le viene dato il tempo per ritrovare la sua fiducia, perché non è facile credere ancora che qualcuno possa aiutarla a ricominciare una vita, a progettare di nuovo il futuro.

“A quel tempo non avevo idea di cosa fosse l’asilo politico e mi sentivo a disagio a dover raccontare agli ufficiali dell’ufficio immigrazione tutto quello che mi era capitato. Mi è stato chiesto più volte se avevo pianificato di venire nel Regno Unito, ma io, cercavo di spiegare, non avevo pianificato niente, ero scappata dall’Africa per salvare la mia vita. Alcuni funzionari credono che tu voglia approfittare del sistema di asilo, ma io stavo solo chiedendo aiuto e ti ferisce sapere che credono tu stia mentendo. Quando ho ottenuto lo status di rifugiata ho sentito che mi veniva restituita la mia vita. Sono libera, se ho bisogno di aiuto so a chi posso rivolgermi, ma la mia vita è nelle mie mani. Io so che cosa voglio e so che sono in grado di ottenerlo. Adesso guardo avanti, ho perduto tanto tempo, ma non sto cercando di riavere indietro ciò che ho perduto, voglio andare oltre, il mio viaggio non è ancora finito.”

Chenzira ha ottenuto l’asilo politico nel 2009, attualmente vive nel Regno Unito dove studia per conseguire una qualifica di assistente sociale. Chenzira ha deciso di raccontare e condividere la sua storia tramite lo Scottish Refugee Council perché possa essere d’aiuto e d’ispirazione per altri rifugiati che, come lei, hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle e scappare.

Faustin, abbandonato a 7 anni con una gamba in cancrena

Faustin aveva solo sette anni quando nel luglio del 2013 è stato abbandonato di fronte all’ospedale di Lilongwe, capitale del Malawi. Il bambino, che mostrava evidenti segni di maltrattamento, era in condizioni di salute critiche, soprattutto per un’avanzata cancrena a una gamba che i medici hanno dovuto amputare per salvargli la vita. La storia di Faustin raccontata per giorni dalle radio locali non è passata inosservata allo staff dell’UNHCR, che ha immediatamente raggiunto il bambino per cercare di ricostruirne la storia e per aiutarlo a muovere i suoi primi passi verso il futuro.

Faustin è nato nella repubblica democratica del Congo, nella tormentata provincia del North Kivu. Nel 2011, in seguito all’uccisione dei suoi genitori, viene condotto in Malawi da suo zio che si rivela ben presto un carceriere invece che un familiare sul quale contare per avere affetto e protezione. Durante il tempo della sua “prigionia”, a Faustin viene negata la possibilità di frequentare una scuola e nelle mani dei suoi aguzzini diventa un servo da utilizzare a piacimento, talvolta gli viene persino rifiutato un pasto e le percosse sono all’ordine del giorno.

Nonostante Faustin sia solo un bambino, decide che è tempo di provare a fuggire, ma avvistato dai vicini di casa viene bloccato e restituito agli zii. Il suo gesto gli vale l’ultimo doloroso abuso, un cavo di metallo stretto alla caviglia per impedirgli di fuggire ancora, un cavo troppo stretto che ben presto gli danneggia irrimediabilmente la gamba. Forse sono state le condizioni di salute del bambino che hanno allarmato i suoi “guardiani”, che dopo averlo abbandonato davanti al Nkhoma Hospital hanno tempestivamente lasciato il paese dirigendosi verso il Mozambico.

I mesi passati da Faustin allo Nkhoma Hospital non hanno solo alleviato le sue sofferenze fisiche ma lo hanno anche aiutato a ristabilire un contatto sano con il mondo degli adulti. Il bambino, riferisce lo staff ospedaliero, ha una grande carica di vitalità e, se non fosse per gli evidenti “segni” che porta sul suo corpo, sarebbe difficile immaginare i traumi e la perdita che ha subito.

Alla fine del 2013, una buona notizia ridà speranza al futuro di Faustin e a quanti hanno seguito con partecipazione la sua drammatica storia: il bambino viene inserito in un programma di ricollocamento negli Stati Uniti destinato ai minori non accompagnati che provvederà ad affidare Faustin a una famiglia che possa accudirlo e soprattutto amarlo. Per Faustin è come un sogno che si avvera, nei lunghi mesi passati in ospedale la sua richiesta più frequente era stata semplice e commovente “voglio una nuova casa e una nuova mamma”.

Era una vera e propria folla quella che ha accompagnato Faustin all’aeroporto il giorno della partenza, c’erano alcuni membri dello staff dell’UNHCR e poi medici e infermieri che lo avevano seguito nei mesi precedenti. Il primario dell’ospedale che gli ha augurato una brillante carriera scolastica non ha considerato quanto fossero diversi i sogni di un bambino: “In America ci sono tanti giocattoli?” ha domandato Faustin ai suoi accompagnatori e in questa domanda c’è la conferma che nonostante la durezza che la vita gli ha riservato il piccolo ha conservato almeno un pezzetto della sua preziosa ingenuità.

Oggi Faustin vive negli Stati Uniti d’America e ha trovato la sua nuova mamma. Il Malawy ospita circa 17.000 tra rifugiati e richiedenti asilo. La maggior parte di loro proviene dalla Repubblica democratica del Congo.

Daniel, 20 anni, rifugiato: “Dentro di me una tragedia senza fine”

Daniel è arrivato in Europa dall’Africa occidentale, aveva solo 16 anni quando un taxi lo ha lasciato davanti alla sede dello Scottish refugee council. A quel tempo Daniel era completamente solo in un mondo estraneo, sapeva a mala pena dove si trovasse e non parlava neanche una parola d’inglese.

“Io sono arrivato nel Regno Unito accompagnato da un agente, lui mi ha portato dall’Africa a Londra e infine a Glasgow. Alla stazione ha pagato un tassista per portarmi alla sede del SRC ed è andato via. Prima di lasciare l’Africa non avevo mai visto quell’uomo, era stato mio zio ad affidarmi a lui, per salvarmi. Mio padre era membro di un partito di opposizione e così scappò via prima che il governo lo facesse uccidere, ma le forze governative vennero a cercarlo nel nostro appartamento, arrestarono me, mia madre e mio fratello ed appiccarono il fuoco alla nostra casa. Ci hanno rinchiuso in una prigione, poi mia madre è stata spostata e non l’ho mai più rivista. Non so neanche che cosa ne sia stato di mio fratello, io sono riuscito a scappare perché mio zio conosceva una delle guardie, ma non è riuscito a farci uscire entrambi.”

Daniel viene assegnato ai servizi sociali e per otto mesi alloggia in un pensionato per senza tetto, dopo alcuni colloqui con funzionari del ministero degli interni si decide a compilare il questionario destinato ai richiedenti asilo.

“Io non capivo quanto fosse importante ottenere l’asilo- “Asilo” era una parola che mi disorientava. Ero un ragazzino, ero spaventato e pensavo solo che volevo tornare a casa. Adesso ho rivoluzionato la mia vita, ho un titolo di studio e una qualifica professionale, ma quello che ho passato è sempre nei miei pensieri. Anche adesso che le cose nella mia vita vanno un po’ meglio mi porto dentro una tragedia senza fine”

Oggi Daniel ha 20 anni, vive a Glasgow e gli è stato riconosciuto l’asilo politico. Ha deciso di condividere e diffondere la sua storia tramite lo Scottish Refugee Council perché leggerla potesse essere di aiuto ad altri. La croce rossa grazie al suo ufficio ricerche lo sta aiutando a rintracciare i suoi familiari.

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