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L’immigrazione non è qualcosa di nuovo a Lampedusa

Io sono Franca Parizi. Sono un medico, una pediatra milanese che si è trasferita a Lampedusa da tre anni. Ho scelto di vivere in questo posto perché forse è l’unico posto in cui mi sono sempre sentita veramente a casa. Adesso sono anche Assessore Comunale alla Salute e ai Servizi Sociali e alla Accoglienza e Primo Soccorso ai Migranti, per quello che il Comune può fare.

Il Comune non ha nessun potere, nessuna competenza per quel che riguarda l’accoglienza e il primo soccorso ai migranti, perché il Centro di Accoglienza è un centro extra-territoriale che dipende direttamente dal Ministero degli Interni e dalla Prefettura, quindi. Però può far sentire la sua voce, come credo che si sia fatta sentire parecchio in questi ultimi tempi – perché abbiano un’accoglienza dignitosa, è l’unica cosa che può fare il Comune, credo. Ed è quello che sta facendo, soprattutto con i media.

La popolazione di Lampedusa è sempre stata molto generosa e molto solidale, anche perché il fenomeno dell’immigrazione non è nuovo per quest’isola, ma risale a molto molto tempo fa. Soprattutto nei confronti di questi ultimi migranti, che vengono da situazioni veramente critiche, di guerre, di persecuzioni, di povertà estrema. E’ una delle caratteristiche più belle di questa popolazione, senza dubbio.

Vengo dalla Siria Centrale

Mi chiamo Eyam. Vengo dalla Siria, dalla Siria centrale. Sono arrivato da 25 giorni.

C’è una brutta situazione. Perché non ci dicono quando potremo lasciare l’isola, e non è un posto umano e non c’è da mangiare, niente di buono da mangiare, non si dorme, niente, ma quello che è veramente importante è che dobbiamo lasciare l’isola e raggiungere le nostre famiglie in Siria. Siamo tutti da soli. Quasi tutti. Con le mogli e tutta la famiglia in Siria. Nessuno si preoccupa per sé, se si mangia o no, pensiamo alle nostre famiglie in Siria – si trovano in una situazione pericolosa. E sono senza cibo, senza gas per accendere il fuoco, perché in Siria è inverno adesso, ed è un paese freddo. Così abbiamo detto al direttore del campo, non ci serve cibo, non abbiamo bisogno di dormire qui, vogliamo uscire per aiutare le nostre famiglie, per la nostra famiglia in Siria. Lui non ci ascolta, non ci promette niente, né ci da alcuna speranza di poter lasciare l’isola.

Nessuna data, e noi glielo chiediamo ogni giorno, che vogliamo andarcene, ma loro ci rispondono che non c’è nessuna data.

Scioperiamo a Lampedusa, per il nostro futuro, per me e la mia famiglia, o all’ospedale, o alla morte. Lasciateci tornare alle barche. Dopo la guerra in Siria non ci saranno rifugiati siriani, perché abbiamo un paese bellissimo e una bellissima vita. Ma in questo momento la Siria è in guerra. E la nostra famiglia è lì. Non possiamo portarle in alcun posto perché tutto il mondo ci ha chiuso in faccia le porte. E anche ai palestinesi. Che vivono in Siria.

Ho mangiato un pezzo di pane ieri, ma oggi niente cibo, solo acqua. Il mio amico – sono due giorni che non tocca il cibo. Molti come noi. La stessa data e la stessa situazione. Perché non hanno un posto dove dormire, dove dormire bene, così abbiamo detto alla polizia e al direttore del campo, non vogliamo il cibo, non vogliamo dormire. Sì, lo sciopero della fame, per un futuro buono, o morire o all’ospedale. Perché le nostre famiglie sono in pericolo. Non voglio rimanere qui mentre la mia sorellina… non sono contento di rimanere qui mentre mia sorellina e mia madre e mio padre si trovano in una situazione pericolosa. Mentre una bomba potrebbe ucciderli in qualsiasi momento.

Questa registrazione è stata effettuata all’inizio di novembre, quando il centro accoglienza di Lampedusa ha superato la capienza massima. I migranti, essendo il centro solo di prima accoglienza, dovrebbero sostare non oltre le 48 ore.

A causa del ritardo dei trasferimenti alcuni di loro hanno deciso di compiere lo sciopero della fame.

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