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Buba ricorda la Libia: “Meglio morire che stare nella prigione di Zlitan”

Appena entri In Libia capisci subito che tutto è un business, anche la vita degli “Africans”. Se hai abbastanza soldi per pagare la polizia, ti lasciano andare altrimenti ti portano in un magazzino o in un garage e ti danno botte. Se hai qualcuno che possa mandarti dei soldi devi resistere solo il tempo d’attesa di un money transfer ma se non c’è nessuno che può aiutarti allora puoi solo sperare che si stanchino di torturarti prima che tu muoia e allora a volte ti lasciano libero di andare.

Altre volte ti trasferiscono nella prigione di Zlitan e forse morire è meglio. Zlitan in Libia la conoscono tutti, Zlitan è la paura. Chi prova a ribellarsi o a fuggire viene punito duramente. A volte ti appendono a testa in giù e poi ti battono coi bastoni, come se fossi un sacco, oppure ti legano a un tavolo e ti frustano sotto le piante dei piedi. All’inizio c’è solo il dolore ma poi, se vanno avanti troppo a lungo, dopo non sei più un uomo, gli occhi diventano vuoti e ti dimentichi di essere vivo.

Quando ho lasciato la Libia non ho versato neanche una lacrima. Sulla barca eravamo in quindici, c’erano anche una donna incinta e un bambino. Poi il mare è diventato nero, la barca si è rovesciata e tutto quello che sapevo non valeva più niente. Il mare non le capisce le cose della terra, i vestiti e le scarpe diventano pesanti e ti tirano giù. A Lampedusa ci siamo arrivati in otto, nudi. Io non lo ho mai saputo come si chiamavano la donna e il bambino e non lo saprò mai.

Oggi vivo a Torino nelle case occupate dell’ex Moi, l’Italia non è come la Libia però anche qui vale poco la vita degli “Africans”.

In Italia ti prendono le impronte e ti assegnano un numero. Ti dicono che sei un rifugiato, ti danno un documento e ti chiudono in un centro di accoglienza. Poi il centro chiude e ti ritrovi per strada, -il progetto è finito- e scopri che “protezione internazionale” sono solo due parole scritte vicino.

Buba ha 30 anni e viene dal Gambia. Nel marzo del 2013, a Torino, ha dato vita insieme a centinaia di rifugiati all’occupazione abitativa ex Moi dove risiede. Attualmente studia per conseguire il diploma di terza media e diventare un elettricista.

The story of Bishara / Torino, ex-MOI

Bishara ha 27 anni e viene dal Ciad. Dal 2013 vive presso l’ex MOI di Torino, dove, insieme a centinaia di altri migranti, ha trovato un luogo in cui vivere dopo la fine della cosiddetta “Emergenza Nord Africa”.

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Sekou Camara

Mi chiamo Sekou e ho 26 anni. Sono arrivato in Italia passando per Lampedusa, ma non ricordo niente di quell’isola perché quando ci sono stato pensavo di essere morto. Prima che tutto cominciasse ero a Tripoli, stavo lavorando in un cantiere come muratore quando i miliziani di Gheddafi mi hanno prelevato. Non sapevo che cosa mi avrebbero fatto, se volevano costringermi a combattere la loro guerra o rinchiudermi in una prigione. Non feci domande quando mi presero: avevo paura dei loro fucili e forse anche delle risposte. Ho scoperto che la mia prigione sarebbe stata un peschereccio e la guerra che mi aspettava era il mare. Il mio posto era sotto, nella stiva, dove non si respirava e dove la puzza del pesce era insopportabile. Non riuscivamo nemmeno a stare asciutti: lottavamo contro il mare che entrava dentro buttandolo fuori a secchiate da un piccolo oblò. Eravamo in mare da due giorni quando la barca si è fermata. Era notte. Intorno a noi c’erano solo acqua e cielo. “Colpa del diavolo”, sussurrava qualcuno. Man mano che passava di bocca in bocca, nel buio, il diavolo da parola si faceva verità e terrore. Abbiamo deciso di raccogliere tutto quello che avevamo, soldi, anelli, bracciali, e di consegnarlo al mare. Speravamo che il demonio si accontentasse e ci lasciasse ripartire. Alle prime luci dell’alba abbiamo cominciato a muoverci di nuovo. Non mangiavamo e non bevevamo da due giorni, ma eravamo pieni di speranze perché sapevamo che ormai mancava poco. Ma dopo un altro giorno e un’altra notte di navigazione non vedevamo ancora terra. Ormai anche la nafta che alimentava il motore era finita. Fu in quel momento che un pensiero mi entrò nella testa: sarei morto. Per quanto mi sforzassi di allontanare questa paura, non potevo scacciarla dalla mia mente. Saremo morti tutti. Il pensiero si ingrandiva dentro di me prendendo tutto lo spazio e alla fine non c’era niente al di fuori di quello. La mia bocca può parlare tante lingue, conosco il francese, l’inglese, l’arabo, il wolhof, il pulaar, ma non riuscivo più a pronunciare nessuna parola perché non ce n’è una che abbia un senso quando sai di essere già morto. Non lo so quanto tempo è passato dopo. Le voci, le persone non esistevano più, non esisteva più il mare, la puzza e la sete e la terra d’Europa che non appariva mai. Forse ero io che non esistevo più.

Il mio cuore si è fermato mentre ci salvavano. “Arresto cardiaco”’ hanno detto i medici. Di Lampedusa ricordo solo l’elicottero che mi ha portato via dall’isola. A Roma, sono stato due mesi in ospedale senza trovare mai niente da dire. Non c’era una parola, una sola, in tutte le lingue che conosco, che potesse dare un senso a quello che avevo vissuto.

Sekou Kamara è originario della Guinea, è arrivato a Lampedusa nel 2011. Dopo una lunga riabilitazione in ospedale ha trovato un alloggio a Roma dove ha vissuto per un anno lavorando come gommista. Ora vive a Torino e sta cercando un lavoro.

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La storia di Vitalis

Mi chiamo Vitalis e in questo paese non ci volevo venire. Io non ho pagato nessun biglietto, ho scelto il mare quando i soldati di Gheddafi, con le canne dei fucili premute sulla mia faccia, mi hanno chiesto di scegliere tra una barca e un proiettile. Partire o morire. Arrivato a Lampedusa ero esausto, il viaggio era durato 5 giorni e non mi domandavo cosa mi riservasse il futuro, mi bastava essere con i piedi sulla terra ferma, con il mare alle spalle. Nei due mesi passati nel centro di Manduria ci dicevano che quella era una destinazione provvisoria, che dovevamo avere pazienza, ci presero le impronte e ci assegnarono un numero. Poi, un giorno che non arrivava mai, con i pullman ci hanno trasferito in Piemonte, a Settimo Torinese. La nostra nuova casa si chiamava hotel Giglio.

Al Giglio il tempo era sempre vuoto, potevamo sopravvivere ma ogni giorno eravamo meno vivi. Avevamo un letto e pasti caldi e giorni tutti uguali ma noi non siamo animali d’allevamento, siamo uomini. Il 23 gennaio scoppiò la rivolta, eravamo esasperati dal niente, quel giorno bloccammo la strada fuori dall’hotel e arrivò la polizia, gli operatori erano tutti scappati ma noi non volevamo fare male a nessuno, solo volevamo gridare che siamo anche noi uomini, che vogliamo vivere. Dopo la rivolta sono stato espulso dal Giglio, era freddo in quei giorni e scoprii che tanti come me erano per strada. I campi stavano chiudendo, e noi, venuti dalla Libia ce ne stavamo per le strade, nelle stazioni a congelare.

Quando mi dissero che un gruppo di rifugiati stava pensando di occupare delle case, che c’erano degli italiani disposti ad aiutarli, ho voluto unirmi a loro perché non voglio essere accudito, voglio la possibilità di prendermi cura di me, di sentire che sono io a decidere del mio futuro.

Oggi queste case sono una piccola Africa, siamo in seicento qui, veniamo da 25 paesi diversi e stiamo imparando a vivere insieme. All’inizio i ghanesi volevano stare solo con i ghanesi e non si fidavano di nessun altro e così era per i nigeriani, per i maliani per gli eritrei. Ora etiopi e tuareg bevono il tè insieme, sudanesi e ghanesi si dividono le spese e i pasti. Siamo tutti uguali qui, siamo quelli venuti dalla Libia, i sopravvissuti. Neanche adesso è semplice, viviamo senza acqua calda e senza riscaldamento, ma questa è la nostra casa e non è solo un posto in cui stare perché da qui abbiamo smesso di farci trattare come dei bambini e siamo pronti a combattere per i nostri diritti e la nostra dignità.

Vitalis ha 28 anni ed è nigeriano, è arrivato a Lampedusa il 13 agosto del 2011. Dopo la chiusura dei centri d’accoglienza dell’Emergenza nord Africa, si è ritrovato per strada pur essendo titolare di protezione internazionale. Insieme ad altre centinaia di rifugiati ha dato vita, nella città di Torino all’occupazione abitativa EX MOI dove attualmente risiede.

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Alla ricerca di un posto per la felicità

Mi chiamo Samuel e spero che almeno questo sia il mio posto. Prima stavo a Yaoundè in Camerun, vivevo in una casa al primo piano, nella zona del mercato. Sotto, vendevo camice, pantaloni, vestiti. La gente del mercato mi conosceva e io conoscevo tutti. Quando il governo decise di costruire una nuova super strada scoprimmo che le nostre case e i nostri negozi sarebbero stati demoliti. Fu allora che decidemmo di protestare, tutti i commercianti della zona, insieme, per chiedere almeno un altro posto dove andare. Questo al governo non piacque e io scoprii in una manciata di ore di essere diventato un criminale politico. Fuggii dal mio Paese di notte, dirigendomi verso la Nigeria. Dio non poteva avermi abbandonato. Forse voleva solo dirmi – mi ripetevo – che quello non era il mio posto. In Libia decisi di fermarmi. No, non ho mai pensato che fosse il posto giusto, ma erano passati mesi dalla mia partenza, avevo attraversato la Nigeria, il Niger e l’Algeria, ero esausto e senza un soldo. Imparai il mestiere del gesso e degli stucchi, fare il decoratore mi piaceva, mi innamorai di una donna e andammo a vivere insieme. In Libia uno straniero può essere quasi felice, felice no. C’era il lavoro, ma non c’era nient’altro per noi, gli arabi ci chiamavano africani, come se loro non lo fossero. Non mi importava, pensavo solo a mettere da parte un po’ di soldi per poter andar via e ricominciare altrove.

[twitter_share]Non sai mai quando è l’ultimo giorno: la mattina esci di casa e quando la sera ritorni c’è solo un cratere e macerie e polvere. Dicono sia stato un missile ma non ho mai saputo chi lo ha lanciato e perché.[/twitter_share]

Quando è scoppiata la guerra, anche gli africani sono diventati il nemico: i ribelli ci accusavano di essere miliziani di Gheddafi, i realisti di combattere con i ribelli. Chiunque ci avesse incontrato avrebbe avuto i suoi motivi per ucciderci, così fuggii ancora, ancora di notte. Durante la traversata non pensavo a niente, solo mi ripetevo che la Libia, di certo, non era il mio posto. Da Tripoli a Lampedusa il viaggio fu tranquillo, dopo una notte di navigazione, alle prime luci dell’alba sbarcammo sull’isola.

Mi ricordo gli uomini della Croce rossa e tanta gente che correva di qua e di là sul molo. L’Italia non è come l’avevo immaginata: non c’è lavoro e a volte sugli autobus ti guardano come se non fossi il benvenuto. Io però penso che forse questo è il mio posto, che un senso ci deve essere, che forse sono qui anche per i miei fratelli, per i nostri diritti. Forse sono qui anche per raccontare la mia storia, perché non vada perduta. Samuel Pieta è arrivato in Italia nel 2011, cessato il programma di emergenza nord africa si è ritrovato, pur essendo un rifugiato munito di regolari documenti,ancora una volta per strada e senza casa. Insieme ad altre centinaia di rifugiati ha dato vita, nella città di Torino all’occupazione abitativa EX MOI dove attualmente risiede.

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Ho lasciato mio fratello in mare perché ho pensato che per mia madre sarebbe stato terribile perdere due figli

Sono stati gli italiani ad aver costruito la mia città, Elabaned, in Eritrea, dove sono nato 28 anni fa. Per chi lo ha dimenticato, eravamo colonia di Roma. Sono il primo migrante della mia famiglia e sono un biologo marino. Passavo la vita a parlare coi pesci. A sezionare alghe, studiare le rotte dei banchi, analizzare microrganismi in mare. Un giorno dopo l’altro collezionavo segreti dalle onde ricamate del vento. Cosa c’era oltre il mare, era quello che ancora non sapevo e non chiedevo, era l’ultimo mistero da svelare. Per farlo, non c’era alternativa.

Dalla prospettiva della terraferma credevo di conoscere il mare e lo guardavo dall’alto in basso. Lo dovevo fare per il mio Paese, sotto leva obbligatoria, che comincia quando hai 18 anni e finisce quando sei morto. Il mio salario era zero e a volte meno. Ma a questo, non c’era alternativa. Così ho cominciato a camminare. La mia fortuna era sapere verso dove. Dopo tre giorni senza sosta di polvere e sole, sono arrivato in Sudan. Lì c’era Samuel, mio fratello, meccanico. Venticinque anni passati a sperare. Costa 1600 dollari a testa la speranza fino a Tripoli, Libia. Io e mio fratello ci siamo arrivati. Chiusi in una casa con altri 500 eritrei, circondati da uomini e fucili, abbiamo aspettato. Sì, era terribile. Ma mi sono fidato, perché non c’era altra alternativa. Anche se in quella città c’era, il mare non lo vedevo. Sono rimasto un mese senza neppure uscire a cercarlo. Da quella casa poi siamo partiti: altri 1600 dollari costa la seconda speranza sul peschereccio. Dopo ore di navigazione due barche di notte sono apparse: una ci ha  navigato intorno, a 20 metri di distanza. E così noi, in 500, a denti stretti, nella notte più nera abbiamo sorriso. Era come se il buio fosse già finito perché avevamo smesso di avere paura. “Siamo salvi”, abbiamo urlato. “Torneranno indietro a prenderci”, ho detto a Samuel. “Il mare lo vedrò di nuovo dalla terraferma”, ho pensato. Dopo più di un’ora abbiamo capito che nessuno ci avrebbe salvato. A un miglio dalla costa di Lampedusa abbiamo bruciato una coperta per farci vedere. Era come accendere una candela nel baratro. Una luce nel niente. Ma non c’era alternativa. [twitter_share]La coperta ha preso fuoco e ci siamo spaventati. Ci siamo spostati tutti su un lato solo e così è colata a picco. Chi di noi era ancora vivo ha cominciato a nuotare. Non si può piangere acqua nell’acqua.[/twitter_share]

Dopo tre ore di bracciate mi sono voltato e ho visto che mio fratello che dietro ansimava. Quando mi sono voltato mi ha detto: “Vai, Zerit. Vai avanti, tocca terra, chiama casa”. Ha detto: “Bye, Zerit”. E io, che stavo per svenire in mare, che non sono stato capace di nuotare per due, ho pensato che sarebbe stato terribile per mia madre perdere due figli in una notte sola. E ho lasciato mio fratello. Gli ho detto: “Bye, Samuel”. Io, Zerit, sono vivo perché mio fratello è morto.

L’ultimo saluto gliel’ho dato quando al campo mi hanno mostrato la foto segnaletica di un cadavere gonfio d’acqua. Io che passavo la vita a studiare il mare, che esploravo fondali e distinguevo i suoni  delle conchiglie, non riconoscevo mio fratello. Così lui è morto un’altra volta. Il giorno del suo funerale non potevo aspettare il risultato del test del Dna che mi avrebbe detto: “Sì, quello è tuo fratello Samuel”.

Quelli della tv mi chiedono quanto sono triste, se lo sono di più se guardo il mare. Datemi voi una risposta. Ditemi perché io non c’ero al funerale di mio fratello. È stato come lasciarlo in acqua di nuovo. Così ho abbandonato Samuel la terza volta. Al campo rifugiati il giorno del funerale a cui noi, fratelli, sorelle, padri e madri dei morti non siamo stati invitati, ci abbiamo messo un minuto a decidere e unirci tutti.

Quando abbiamo capito che non potevamo andare ad Agrigento, che ci sarebbero stati sconosciuti a gettare un fiore su bare di legno pregiato, mentre altri corpi erano rimasti ancora incastrati nel legno marcio del barcone, abbiamo capito che loro stavano morendo un’altra volta. Abbiamo aperto i cancelli dietro i quali ci volevano tenere chiusi anche quel giorno, abbiamo pregato quattro ore, abbiamo tenuto tra le dita fiori selvaggi che crescono attorno al campo. Quando l’ora di ricordare la tragedia è arrivata siamo andati tutti verso il mare. È al mare che ho chiesto di Samuel. Aspettando che mi svelasse quest’ultimo segreto, o che almeno la sua anima quel giorno tornasse indietro.

Ora io il mare non lo guardo più in faccia. Andrò ovunque per stare lontano da quest’isola e dall’Italia. Non voglio vivere nella terra dove c’è chi ha lasciato che mio fratello si addormentasse tra le onde. Non chiamateci vittime migranti, noi siamo solo sopravvissuti. Io sono vivo perché mio fratello è morto. Questa è la verità e voi non l’avete ancora detta ad alta voce. Forse gli italiani questo lo vogliono sapere. Se anche non vogliono, devono saperlo lo stesso. Di storie come queste ce ne sono 157 al campo. Voi dovreste conoscerle tutte.

Zerit è nato in Eritrea 28 anni fa. Dopo essersi laureato in scienze marine ha deciso di raggiungere suo fratello Samuel in Sudan, con lui proseguire per la Libia e da Tripoli sfidare il mare per raggiungere le coste italiane. Samuel è morto in mare il 3 ottobre 2013 a un’ora di nuoto dalla costa. Zerit ha toccato terraferma a Lampedusa.

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Non sapevo che dare le impronte digitali sarebbe stata la mia condanna

Mi chiamo Kaou e vengo dal Mali. Sono arrivato a Lampedusa nel 2011 da Tripoli perché non avevo altra scelta. Quando è scoppiata la guerra volevo andare verso l’Algeria e ritornare nel mio Paese, ma Tripoli era sotto assedio e non si poteva uscire né entrare. Un giorno un mio amico mi ha detto che aveva deciso di attraversare il mare e andare in Italia e sono andato con lui. A maggio sono arrivato a Lampedusa, mi hanno messo nel campo, non mi hanno trattato male, ma eravamo tanti lì dentro, troppi. I giorni passavano e arrivavano sempre nuovi rifugiati e nessuno ti spiegava cosa sarebbe successo o quanto tempo saremmo rimasti lì. Io sapevo che in Europa avevamo dei diritti e che potevano darci un documento. [twitter_share]Quello che non sapevo, mentre mi prendevano le impronte digitali, è che non avrei potuto più lasciare l’Italia, che mi avrebbero spostato in un campo e poi in un altro e alla fine mi sarei ritrovato in strada.[/twitter_share]

I centri di accoglienza sono sempre nascosti, lontani dalle persone. Io volevo conoscere gli Italiani e capire la vita qui, ma sembrava che noi dovessimo avere una vita a parte. Prima, non sapevo tante cose. Credo che molti Italiani non le sappiano ancora. Quando stavo nel campo di Settimo Torinese, alla Croce rossa davano 42 euro al giorno per ogni rifugiato e quando è arrivato il freddo non potevamo avere neanche un giaccone. Per comprare il mio ho lavorato una settimana. Il mio capo era marocchino, io uscivo la mattina con il carrello e raccoglievo la plastica dai cassonetti, dalle 5 del mattino alle 5 del pomeriggio. Per una settimana di lavoro ti pagava 40, 50 euro. Con quei soldi ho comprato un giubbotto al mercato di Porta Palazzo. La fine dell’emergenza nord Africa non era la fine dei nostri problemi, era solo la fine dei soldi. “Il campo chiude, voi tra una settimana siete fuori”. Era febbraio e faceva ancora freddo, così ho cominciato a dormire nelle stazioni e nei dormitori, poi ho deciso di scappare in Francia per trovare un lavoro e un posto fisso per dormire. In Italia però o i documenti, ho la protezione internazionale, in Francia, invece, ero un clandestino. Ho lavorato come imbianchino, in nero, per qualche mese, poi sono dovuto tornare. “Le tue impronte sono in Italia”. ti dicono e ti riportano a Ventimiglia. In Libia comunque è molto diverso, lì gli stranieri non hanno diritti né documenti. Puoi lavorare, la polizia finge di non vederti, ma se un libico ti colpisce senza motivo sei tu che vieni arrestato perché essere stranieri è una colpa più grande. In Italia dicono che siamo tutti uguali e noi abbiamo tanti diritti, però troppe volte non vengono rispettati, così certe volte è anche un po’ uguale.

Kaou ha 25 anni ed è maliano. E’ arrivato a Lampedusa nel maggio 2011 e non può tornare nel proprio paese perché durante la sua permanenza in Italia il Mali è sprofondato in una sanguinosa guerra civile. Attualmente risiede a Torino e non dispone di una dimora fissa.

Una vita da invisibile

Mi chiamo Hassan e vivo a al Lingotto di Torino, anche se qui, tutti chiamano ‘Ex Moi’ il posto dove vivono i ragazzi stranieri. Forse a nessuno interessa sapere come vivono, ma io sono uno di loro e voglio raccontarlo. E’ difficile vivere così, giorno dopo giorno, senza lavoro, senza riscaldamento, senza acqua calda. Noi non siamo qui di nascosto, siamo arrivati dal mare, a Lampedusa, a Pozzallo; abbiamo tutti i documenti e questo rende la nostra situazione più assurda e noi sempre più stanchi. [twitter_share]A volte ho pensato di andare in un altro paese, dove si può vivere meglio, ma le nostre impronte sono qui e abbiamo dovuto scoprire la convenzione di Dublino e capire che non possiamo lasciare l’Italia.[/twitter_share]

La Dublino uccide e io mi chiedo come può l’Europa avere una legge per far morire poco a poco gli stranieri come noi, che siamo solo poveri, che non abbiamo potuto vivere nei nostri Paesi per la guerra o per la fame. Noi non sapevamo che avremmo trovato questo dall’altra parte del Mediterraneo. A volte quando cammini ti accorgi che qualcuno sta cambiando strada perché ti ha appena visto, forse ha paura del colore della nostra pelle o ricorda che qualcuno una volta lo ha derubato. Tra noi ci sono persone buone e cattive e anche tra gli Italiani è così, ma io non cambio strada. Questa cosa non ha senso. Prima dell’Italia, non avevo mai visto questa cosa. Vorresti fermarti e gridare: “Vieni qui, voglio raccontarti la nostra verità”, ma forse correrebbero solo più veloce e allora stai zitto e pensi che non era il momento più adatto per dirlo. Ho deciso che voglio scrivere, raccontare a tutti, anche a noi stessi, la nostra storia. Forse con delle poesie o con uno spettacolo teatrale. Non scrivo perché diventi famoso il mio nome, il mio nome non è importante, vorrei che tutti lo dimenticassero e ricordassero solamente quello che è scritto e che è stato scritto da uno di noi. Spero che tanti che vivono come me avranno voglia di fare lo stesso. La verità su di noi è nascosta, invisibile. Molti neppure si chiedono “perché quello lì rovista tra i rifiuti? Perché raccoglie le cose che per gli altri non sono più buone?”. La verità su di noi è fa male, per questo nessuno la vuole sentire ma noi non possiamo più aspettare, dobbiamo, per forza, trovare il momento più adatto per dirla. Hassan è somalo, è arrivato a Lampedusa da Tripoli nel 2008 e risiede a Torino dal 2010. Oggi il suo sogno è di diventare uno scrittore. Attualmente sta lavorando alla stesura di monologhi teatrali sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione.

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Sto per diventare un uomo libero

Sono migrato a ottobre 2013. A mare si fa la morte dei topi, come sotto le bombe. Anche se è vostro quel mare, coi polmoni, ce lo siamo bevuto noi. La prima Europa che ho visto dall’Africa si chiamava Lampedusa. Adesso i giorni da cane sono finiti: finite le false accoglienze, le fughe, il disprezzo, la fame. Il nuovo contorno della mia anima è quello di una barca sfondata dalle onde, ma con quell’anima a terra ho proseguito il viaggio da allora. Abbandonata l’isola, mi hanno lasciato scappare, prima che mi prendessero le impronte digitali che mi avrebbero condannato a rimanere per sempre in Italia. Le impronte sono come le manette ai polsi. Non lo sai, ma sei in cella. Io sono uno che se piega la schiena, è solo per raccogliere frutta. Per il resto del tempo sono come il mio popolo, che anche sotto le bombe la mantiene dritta. Dalla Sicilia ho preso un treno verso Milano. Da Milano ho proseguito sempre più a Nord. Era l’Europa che volevo e ora ce l’ho. Sono arrivato insieme a cento in Norvegia. Qui il mondo non ha bisogno di aspettare domani per avere la pelle mista. Qui gli anni che verranno per me non sono più ipotesi. Qui ho diritto all’asilo politico. Io sto per diventare un uomo libero. Questa foto è stata scattata e spedita da un migrante arrivato nell’ottobre 2013 a Lampedusa che si trova ora in Scandinavia.

Vengo dalla Siria Centrale

Mi chiamo Eyam. Vengo dalla Siria, dalla Siria centrale. Sono arrivato da 25 giorni.

C’è una brutta situazione. Perché non ci dicono quando potremo lasciare l’isola, e non è un posto umano e non c’è da mangiare, niente di buono da mangiare, non si dorme, niente, ma quello che è veramente importante è che dobbiamo lasciare l’isola e raggiungere le nostre famiglie in Siria. Siamo tutti da soli. Quasi tutti. Con le mogli e tutta la famiglia in Siria. Nessuno si preoccupa per sé, se si mangia o no, pensiamo alle nostre famiglie in Siria – si trovano in una situazione pericolosa. E sono senza cibo, senza gas per accendere il fuoco, perché in Siria è inverno adesso, ed è un paese freddo. Così abbiamo detto al direttore del campo, non ci serve cibo, non abbiamo bisogno di dormire qui, vogliamo uscire per aiutare le nostre famiglie, per la nostra famiglia in Siria. Lui non ci ascolta, non ci promette niente, né ci da alcuna speranza di poter lasciare l’isola.

Nessuna data, e noi glielo chiediamo ogni giorno, che vogliamo andarcene, ma loro ci rispondono che non c’è nessuna data.

Scioperiamo a Lampedusa, per il nostro futuro, per me e la mia famiglia, o all’ospedale, o alla morte. Lasciateci tornare alle barche. Dopo la guerra in Siria non ci saranno rifugiati siriani, perché abbiamo un paese bellissimo e una bellissima vita. Ma in questo momento la Siria è in guerra. E la nostra famiglia è lì. Non possiamo portarle in alcun posto perché tutto il mondo ci ha chiuso in faccia le porte. E anche ai palestinesi. Che vivono in Siria.

Ho mangiato un pezzo di pane ieri, ma oggi niente cibo, solo acqua. Il mio amico – sono due giorni che non tocca il cibo. Molti come noi. La stessa data e la stessa situazione. Perché non hanno un posto dove dormire, dove dormire bene, così abbiamo detto alla polizia e al direttore del campo, non vogliamo il cibo, non vogliamo dormire. Sì, lo sciopero della fame, per un futuro buono, o morire o all’ospedale. Perché le nostre famiglie sono in pericolo. Non voglio rimanere qui mentre la mia sorellina… non sono contento di rimanere qui mentre mia sorellina e mia madre e mio padre si trovano in una situazione pericolosa. Mentre una bomba potrebbe ucciderli in qualsiasi momento.

Questa registrazione è stata effettuata all’inizio di novembre, quando il centro accoglienza di Lampedusa ha superato la capienza massima. I migranti, essendo il centro solo di prima accoglienza, dovrebbero sostare non oltre le 48 ore.

A causa del ritardo dei trasferimenti alcuni di loro hanno deciso di compiere lo sciopero della fame.

Voglio andare in Norvegia

Buongiorno. Sono palestinese. Mi trovo qui dal 14 ottobre. Non mangio da ieri perché voglio andare via da Lampedusa. Sono qui da 24 giorni. Io e i miei amici non mangiamo più, siamo circa una sessantina. Ci rifiutiamo di mangiare se non ci lasciano andare. Molte persone si sono riunite. Ieri abbiamo raccolto i tesserini di 60 persone e oggi li abbiamo dati al direttore, perché vogliamo uscire. Perché oggi la polizia ha chiamato molti nomi, ma era gente che è arrivata dopo di noi. Noi siamo arrivati prima di loro. Ecco perché dormo fuori questa notte, perché voglio cominciare uno sciopero della fame e – ha piovuto tutta la notte, ha piovuto moltissimo stanotte. Si stava malissimo. Dormiamo fuori dalla stanza, ma dentro il campo. In 17 abbiamo messo insieme i nostri tesserini e li abbiamo dati all’ufficiale, il quale li manderà a Roma forse. Il direttore è venuto. Chi dorme fuori dal campo andrà domani. Anch’il mio nome in quei 17 nomi. Aspetto il mio nome da 2 settimane. Ogni volta che la polizia chiama i nomi, il mio non c’è tra questi. La polizia fa uscire molti africani e siriani – e solo pochi palestinesi. Non sappiamo perché, ma – questo non è giusto. Io voglio andare in Norvegia perché mio zio si trova lì, e io voglio andare lì da lui. Gente arrabbiata, quella del 14 e 15 ottobre, questi si sono uniti e volevano chiudere il cancello del campo. Ma è arrivata la polizia e li ha fermati. E dopo? Hanno discusso con la polizia, e gridato, e il direttore ha detto che forse domani, o dopodomani, ci sarà una lista per poter uscire dal campo.

Dall’Eritrea alla Gran Bretagna per dormire per strada

Anthony è nato in Eritrea. Quando aveva 10 anni suo padre è morto e sua madre, malata, ha deciso di mandarlo da uno zio che viveva in Sudan, per evitare che dovesse partire per fare il soldato. “Mio padre era un militare, era morto così, combattendo. Mia mamma voleva salvarmi la vita, evitare che anche io facessi la stessa fine”. Per tre anni Anthony ha lavorato nel bar dello zio, spesso con turni massacranti senza mai andare a scuola: “Mio zio mandava a scuola i suoi figli, ma me no”.

Il trattamento dello zio divenne ancora più duro quando la madre di Anthony, che non si era mai ripresa dalla malattia, morì. Il ragazzo vedeva i suoi sogni allontanarsi di giorno in giorno. Avrebbe voluto studiare, avere la possibilità di costruirsi un futuro: per questo, appena compiuti 14 anni, decise di fuggire, alla ricerca di un luogo dove vivere e crescere. Anthony è arrivato in Europa quando era poco più di un bambino. L’ha attraversata da solo: dalle coste del Mediterraneo fino al Regno Unito. Lì si è fermato per presentare richiesta di asilo e ha provato ad iscriversi ad un college.

Non immaginava che anche in Gran Bretagna sarebbe stato tanto difficile studiare: “Un professore mi disse che solo una volta ottenuto lo status di rifugiato sarei potuto entrante al college”. Anthony attende per cinque lunghissimi anni. Quando gli viene comunicato il responso della commissione scopre che la sua richiesta è stata respinta e non ha più diritto ad alcuna forma di assistenza. “Mi hanno preso – ricorda il ragazzo – in 4- 5 persone e mi hanno sbattuto fuori di casa, con tutte le mie cose”. “Vivo una vita precaria, a volte ho un letto per dormire, altre volte dormo per strada; a volte mangio e altre volte no e spesso non ho un posto per fare una doccia.”

L’associazione Refugee Action, che ha raccolto e diffuso la sua storia, sta cercando per Anthony un posto sicuro dove stare e lo sta aiutando a presentare nuovamente richiesta di asilo.

Semret, venduta e violentata fino alla gravidanza

Semret, 25 anni, è eritrea. Quando 20 membri della congregazione religiosa di cui faceva parte furono arrestati e imprigionati, Semret capì che si trovava in grave pericolo e decise di affidarsi ad un contrabbandiere per percorrere i pochi chilometri che la separavano dal confine occidentale dell’Eritrea e recarsi in Sudan. Quello che Semret non poteva immaginare è che il suo viaggio si sarebbe tramutato in una lunga e terribile prigionia.

Semret fuggì di notte, a piedi, in compagnia di quattro connazionali che, come lei, cercavano un luogo sicuro per vivere. Dopo una notte di cammino, raggiunto il Sudan, si fermarono a riposare in una vasta area desertica a ridosso del confine. Fu in quel momento che la donna fu assalita da una profonda angoscia, notando che il contrabbandiere a cui si erano affidati stava effettuando diverse telefonate avendo cura di non essere ascoltato. Quando il piccolo gruppo di profughi vide arrivare un fuoristrada con tre uomini a bordo, fu immediatamente chiaro che cosa stava succedendo: erano stati traditi e venduti e i trafficanti erano venuti a ritirare la “merce” che avevano acquistato.

“Iniziammo a correre in diverse direzioni – racconta la donna- io fui la prima ad essere raggiunta, provai a scappare ancora ma in breve mi raggiunsero nuovamente. A quel punto mi picchiarono e mi trascinarono nella loro auto”. Semret fu condotta in un piccolo villaggio isolato, composto da una casa in muratura e da alcune capanne costruite con paglia e fango. Semret non aveva nessuno che potesse pagare il suo riscatto, così, rimase lì per mesi, alla mercé dei suoi carcerieri, sprofondando in un incubo dal quale non era possibile risvegliarsi, in cui le violenze sessuali e le percosse erano una prassi di sofferenza quotidiana.

“Venivano da me ogni volta che ne avevano voglia, a volte mi portavano una cola e un pezzo di torta e così sono andata avanti per sette mesi. Quando rimasi incinta, smisero di chiudere la casa in cui mi tenevano e così pianificai la mia fuga”. Semret percorse a piedi 40 km prima di raggiungere la città di Kassala, dove finalmente, grazie all’aiuto dell’UNHCR che ha raccolto e diffuso la sua storia, ha potuto usufruire di un’accoglienza dignitosa e soprattutto di un percorso di supporto psicologico che le permettesse di affrontare i drammatici traumi che aveva subito.

Oggi Semret, vive nel campo profughi di Kassala, a sua figlia, nata a gennaio, ha dato il nome di Heyabel che vuol dire “Dono di Dio.”

“Fuggita per non sposare mio fratello, aiuto le altre donne rifugiate”

Mwavita è originaria della Repubblica democratica del Congo, vive in un campo profughi in Tanzania dove è vice presidente del comitato direttivo. Negli ultimi 11 anni quasi tre milioni di persone sono fuggite dalla RDC a causa dei continui scontri che insanguinano la parte Est del paese, ma la storia di Mwavita racconta di un’altra fuga, da un’altra guerra, scoppiata tra le mura domestiche. Era una ragazzina di 14 anni quando i suoi genitori le rivelarono che era stata adottata e le ordinarono di sposarsi con stesso fratello. Mwavita non poteva obbedire a quel ordine, suo fratello, anche se non di sangue, restava suo fratello e lei non avrebbe mai potuto sposarlo. Così, quella che fino a un attimo prima era stata la sua famiglia si rivelò in tutta la sua crudele determinazione: avrebbe sposato chi le indicavano o l’avrebbero uccisa.

Mwavita decise che la fuga era l’unica opzione che le era rimasta. Lasciò il suo paese per cercare rifugio in Tanzania. Nel campo di Lugufu, dovette imparare a ricominciare da sola e col passare del tempo, mentre la comunità in cui viveva diventava la sua nuova famiglia, Mwavita ha cominciato ad affermarsi come leader diventando, per il suo coraggio e le sue attitudini, un riferimento per le rifugiate che, come lei, vivevano nel campo.

Mwavita è portavoce e leader delle donne rifugiate da più di 12 anni. “Come leader – spiega – collaboro sempre con la gente, convoco riunioni e condivido le informazioni con gli altri. Mi piace quando le persone lavorano insieme per risolvere i problemi della comunità”. Nonostante i suoi successi, deve confrontarsi continuamente con le pesanti riserve culturali che la comunità maschile esprime nei confronti delle donne: “Alle riunioni, anche quando propongo una buona idea, gli uomini mi dicono: ‘ Che cosa conta quel che pensi tu? Non se neppure andata a scuola…’ Così adesso mi impegno molto perché le ragazze studino e non debbano affrontare quel che affronto io”.

“Credete in voi – consiglia Mwavita alle giovani che la ascoltano – sono una leader prima di tutto perché ho sentito che sarei stata in grado di esserlo. Allo stesso modo, ricordate sempre di avere fiducia nella comunità e di trattare tutti con rispetto perché siamo tutti esseri umani”

Oggi Mwavita ha 47 anni e vive nel campo di Nyarugusu, Insieme all’UNHCR, che ha raccolto e diffuso la sua storia, partecipa all’ideazione e alla realizzazione di percorsi di emancipazione destinati alle donne rifugiate.

Badasso: “È dura crescere un neonato in un campo profughi”

Badasso è originario dell’Etiopia, ma ha trascorso molti anni della in un campo profughi in Kenia.

“Sono etiope, ma nel 2003 sono scappato dal mio paese a causa della sua situazione politica. Sono andato in Kenia, in un campo profughi, dove due anni dopo mi ha raggiunto mia moglie che, proprio per il nostro legame, era stata presa di mira e veniva arrestata continuamente. Nel 2008 è nato nostro figlio: era veramente duro crescere un neonato in un campo profughi. Non c’era abbastanza cibo né acqua, non c’era un’adeguata copertura sanitaria, non potevi sentirti al sicuro, ogni notte c’era qualcuno che moriva e spesso c’erano persone che entravano nel campo per attaccarci”.

Nel 2011 una chance di cambiare: grazie al “Gateway Protection Programme”, un programma di ricollocamento e accoglienza che coinvolge 750 rifugiati l’anno, Badasso e la sua famiglia hanno la possibilità di trasferirsi nel Regno Unito e di ricominciare da lì.

“Abbiamo cominciato una nuova vita in Gran Bretagna. Quando siamo arrivati qui ho sentito che era il posto giusto in termini di uguaglianza e di diritti umani. Adesso non devo preoccuparmi del cibo per me e la mia famiglia e posso accedere facilmente ai trattamenti sanitari. Nel campo profughi sei sospeso, non ci sono opportunità per migliorare la tua istruzione mentre qui ho cominciato dal livello base di lingua inglese ed ora studio all’università. La vita adesso è veramente diversa”.

Badasso, che ha deciso di condividere e diffondere la sua storia tramite il British Refugee Council, oggi vive a Sheffield in Inghilterra dove studia per laurearsi in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale.

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