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È dura quando se ne vanno

Mi chiamo Enzo, faccio il pescatore, vivo a Lampedusa. Quello che faccio mi viene naturale, perché… tante volte in mare li ho visti. Prima di vederli a terra, li vedo in mare, ho visto le condizioni in cui arrivano. Mi viene spontaneo aiutare queste persone, perché non guardiamo il colore della pelle perché per il pescatore chiunque in mare ha bisogno viene aiutato. Un pescatore per regola non lascia mai nessuno a mare. È dal 2011 che le cose sono andate fuori controllo e abbiamo cominciato a dare una mano. E se io vedo una famiglia in giro con bambini, io me la porto a casa. Non la lascio sul marciapiede. E’ così. Con mia moglie Grazia, grazie a Dio, lei prima di me, abbiamo cominciato a frequentare la parrocchia perché io credo e se credo in Dio e sono un cristiano, è spontaneo fare quello che noi facciamo perché la carità è alla base di tutto. Vedendo queste persone in giro, la notte non è che puoi stare tanto tranquillo a casa a dormire sapendo quello che c’è fuori. Ma non per paura, ma perché sai che c’è gente che è in mezzo alla strada, sai che piove e sono fuori, sai che hanno fame e non mangiano. E quindi noi quello che possiamo dare, offrire, lo facciamo. E loro devo dire che ci danno molto di più di quello che noi diamo a loro. L’umiltà di queste persone… non so come dirlo… perdono tutto… anche la dignità di esseri umani… perché gliene fanno di tutti i colori. Poi arrivano qua e li rinchiudono… in quel lager… perché è un lager. E’ inutile che mi vengono a dire “il centro di…” ma quale accoglienza? 280 posti e ce ne sono, non lo so, mille, novecento, milleduecento… Se hai 280 posti, a 280 ti devi fermare, li lasci fuori, perché tanto sono fuori lo stesso, escono da dietro. Quando una persona ti abbraccia… beh, intanto mi chiamano “papà”: “grazie, papà”, a mia moglie “grazie, mamma”. La mia casa si riempie di grazia di Dio. Perché quando facciamo un gesto ci sentiamo bene. Non lo so, viene… diciamo per grazia di Dio, ma è così. Sicuramente continueremo a farlo. Anche noi abbiamo i nostri problemi, abbiamo la nostra vita, abbiamo il lavoro, cerchiamo di separare le due cose. Non per questo ci tiriamo indietro davanti a un’emergenza o al bisogno di un fratello. Sempre nelle nostre possibilità, comunque noi facciamo il massimo. Quello che ci rende un po’ tristi è quando succedono le tragedie come quella che è successa un mese fa: arrivano tutti, vengono ministri e poi alla fine, dopo una settimana, dieci giorni si torna forse peggio di prima. I problemi di noi lampedusani aumentano e non ci pensa nessuno, perché noi problemi sull’isola ce n’abbiamo, perché già vivere su un’isola è problematico: trasporti, ospedale, scuole, non abbiamo nulla. Però non ci lamentiamo più di tanto, perché vedendo le situazioni di questi ragazzi che arrivano, diciamo che siamo abbastanza fortunati. Però sono le istituzioni che sono ferme. Si dice sempre “provvedimenti su Lampedusa…”, però non succede mai niente e quello che dobbiamo fare noi vedendo quello che succede lo facciamo, senza arrabbiarci più di tanto. Ogni tanto succede qualche piccola rissa, vabbè, ogni tanto un po’ di rabbia ci sta pure, no? Però continuiamo a farlo e continueremo a farlo, sicuramente perché non finirà qua.

Pissi, che fai? Vai via? E’ dura, sai, quando se ne vanno, però è così. È così.

La testimonianza del pescatore Enzo Riso è stata raccolta da Marco Pavan/Fabrica.

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Vito Fiorino: pensavo che a vociare fossero gabbiani e invece erano uomini

Ero uscito per gettare rete. Questa è stagione di tonnetti. Ero al largo, mare piatto, con vento leggero che soffiava da ovest. Era scirocco. Il mio amico attorno alle 6 ha sentito vociare. Sono i lamenti delle berte, sono gli stormi di cavazzi, gli dicevo. Quelle urla che salivano dall’acqua mi sembrava fossero gabbiani. Invece erano uomini. Non ci siamo nemmeno guardati in faccia per capire cosa dovevamo fare. Ho preso la ciambella di salvataggio e ci ho attaccato una cima. Abbiamo cominciato a tirare su ragazzo dopo ragazzo, nudi, sporchi di nafta, come li sputava fuori il mare.

[twitter_share]“Quanti siete?”, gli ho chiesto. “Cinquecento”, hanno detto. In mare ne vedevo cinquanta. Ho capito che era un massacro. [/twitter_share]

“Da quanto siete in mare?”, gli ho chiesto. “Quattro ore”, hanno detto. Ma so che in quelle condizioni in acqua un’ora dura un giorno.

La fortuna gli ha concesso il vento. E’ stato lo scirocco che li ha portati a riva e non al largo. Chi sa cos’è il mare, sa che si muore di maestrale. Intanto continuavamo a prendere gente a bordo, quanti eravamo sulla mia barca non l’ho capito finché non abbiamo cominciato a ondeggiare. Ho aspettato permessi che non sono arrivati. Allora  ho  ingranato la marcia e sono andato in porto. Mentre scendevano li ho contati: erano 47. Quatrantesei uomini e una donna sola.

Questa è la mia storia di come sono andate le cose. Se la racconto adesso è solo per il bene dell’isola. Le nostre istituzioni non faranno niente. La gente che pensa che questa sfida non gli appartenga non farà niente. L’hanno dimostrato negli anni passati e lo hanno fatto anche in questi giorni. Ma se le Nazioni sono davvero Unite come dicono, devono fare qualcosa adesso. Io ho fatto quello che andava fatto. Lo rifarei in ogni momento, in modo ancora più forte. Ogni giorno i 47  ragazzi mi vengono a trovare. Arrivano dove c’è il bar di mia figlia e mi dicono: “Ciao, papà”.

Vito Fiorino ha 64 anni. È nato a Bari ed è cresciuto a Milano. È venuto a Lampedusa la prima volta in vacanza nel 1990. Appena tornato a casa si è sentito straniero. Ha venduto la sua falegnameria e cessato ogni attività nella città dove viveva da quasi 50 anni. La nostalgia dell’isola lo ha trascinato indietro. È lampedusano da 13 anni. Il 3 ottobre 2013 ha salvato 47 persone dalla morte certa in mare.

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