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Sto per diventare un uomo libero

Sono migrato a ottobre 2013. A mare si fa la morte dei topi, come sotto le bombe. Anche se è vostro quel mare, coi polmoni, ce lo siamo bevuto noi. La prima Europa che ho visto dall’Africa si chiamava Lampedusa. Adesso i giorni da cane sono finiti: finite le false accoglienze, le fughe, il disprezzo, la fame. Il nuovo contorno della mia anima è quello di una barca sfondata dalle onde, ma con quell’anima a terra ho proseguito il viaggio da allora. Abbandonata l’isola, mi hanno lasciato scappare, prima che mi prendessero le impronte digitali che mi avrebbero condannato a rimanere per sempre in Italia. Le impronte sono come le manette ai polsi. Non lo sai, ma sei in cella. Io sono uno che se piega la schiena, è solo per raccogliere frutta. Per il resto del tempo sono come il mio popolo, che anche sotto le bombe la mantiene dritta. Dalla Sicilia ho preso un treno verso Milano. Da Milano ho proseguito sempre più a Nord. Era l’Europa che volevo e ora ce l’ho. Sono arrivato insieme a cento in Norvegia. Qui il mondo non ha bisogno di aspettare domani per avere la pelle mista. Qui gli anni che verranno per me non sono più ipotesi. Qui ho diritto all’asilo politico. Io sto per diventare un uomo libero. Questa foto è stata scattata e spedita da un migrante arrivato nell’ottobre 2013 a Lampedusa che si trova ora in Scandinavia.

Voglio andare in Norvegia

Buongiorno. Sono palestinese. Mi trovo qui dal 14 ottobre. Non mangio da ieri perché voglio andare via da Lampedusa. Sono qui da 24 giorni. Io e i miei amici non mangiamo più, siamo circa una sessantina. Ci rifiutiamo di mangiare se non ci lasciano andare. Molte persone si sono riunite. Ieri abbiamo raccolto i tesserini di 60 persone e oggi li abbiamo dati al direttore, perché vogliamo uscire. Perché oggi la polizia ha chiamato molti nomi, ma era gente che è arrivata dopo di noi. Noi siamo arrivati prima di loro. Ecco perché dormo fuori questa notte, perché voglio cominciare uno sciopero della fame e – ha piovuto tutta la notte, ha piovuto moltissimo stanotte. Si stava malissimo. Dormiamo fuori dalla stanza, ma dentro il campo. In 17 abbiamo messo insieme i nostri tesserini e li abbiamo dati all’ufficiale, il quale li manderà a Roma forse. Il direttore è venuto. Chi dorme fuori dal campo andrà domani. Anch’il mio nome in quei 17 nomi. Aspetto il mio nome da 2 settimane. Ogni volta che la polizia chiama i nomi, il mio non c’è tra questi. La polizia fa uscire molti africani e siriani – e solo pochi palestinesi. Non sappiamo perché, ma – questo non è giusto. Io voglio andare in Norvegia perché mio zio si trova lì, e io voglio andare lì da lui. Gente arrabbiata, quella del 14 e 15 ottobre, questi si sono uniti e volevano chiudere il cancello del campo. Ma è arrivata la polizia e li ha fermati. E dopo? Hanno discusso con la polizia, e gridato, e il direttore ha detto che forse domani, o dopodomani, ci sarà una lista per poter uscire dal campo.

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