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La sua condanna è aver dovuto scegliere quali salvare e quali lasciar annegare.

La sua condanna è aver dovuto scegliere quali salvare e quali lasciar annegare. Ancora non si dà pace. Marcello Nizza, un lavoro nuovo ogni stagione, la notte del 3 ottobre era in mare al largo di Lampedusa con un gruppo di amici. Alcuni pescavano, lui voleva solo godersi la serenità della notte stellata sopra le onde. Lampedusa per tanti anni era stata la meta delle sue vacanze, ma questa volta era diverso. Si era trasferito dopo l’estate con l’intenzione di stabilircisi a vivere, aprire un’attività nell’isola dei suoi sogni. Sei mesi di lavoro coi turisti e sei mesi di mare. Ma non aveva fatto i conti con il canale di Sicilia e con i sogni che 500 disperati cercavano a Lampedusa la notte di quel 3 ottobre.

Con i suoi amici, ne ha salvati 47 quella notte. Li ha strappati alle onde mentre si dimenavano, afferrando disperatamente braccia unte di carburante che scivolavano, scivolavano, scivolavano.

Hanno stipato la barca fino a quando non si sono accorti che ondeggiava pericolosamente. È stato terribile, con il mare ancora pieno di persone che chiedevano aiuto, dover decidere di andare verso la costa per non morire tutti. È diventato un eroe, ha preso medaglie, rilasciato interviste, suscitato commozione e ammirazione.

Non sono però i 47 salvati quelli che hanno accompagnato le sue notti di questi mesi. Sono tutti gli altri: le braccia che si agitavano in lontananza che vedevi un attimo e poi non vedevi più. Le braccia afferrate e poi scivolate in acqua. “Il problema – racconta dopo essere scappato per qualche mese da Lampedusa – è che ero a prua. Davo io le indicazioni all’amico che era al timone. E le mie indicazioni hanno determinato chi è stato salvato e chi sommerso. Mi porto addosso una responsabilità terribile”.

Il naufragio del 3 ottobre è stato anche il naufragio delle sue certezze, la chiara prova di quanto ciascuno di noi sia impotente, un punto di non ritorno. “Sono tornato qualche mese a casa mia, a Catania. Avevo bisogno di allontanarmi da Lampedusa, da quella notte”. Uno psichiatra lo chiamerebbe probabilmente disturbo da stress post-traumatico, la malattia che ha colpito tanti soldati americani dopo la guerra del Golfo, ma Marcello non ne vuole sentir parlare. “Mi sono aiutato da solo, mi hanno aiutato i miei amici. Devo concentrarmi sui 47 che siamo riusciti a salvare”.

Cinque mesi dopo Lampedusa è un’isola senza immigrati. Dopo lo scandalo della disinfestazione dei migranti trattati come animali, il Centro di primo soccorso e accoglienza ai margini del paese è stato chiuso per ristrutturazione. Al lavoro ci sono decine di operai che costruiscono un nuovo padiglione, presidiati da carabinieri e soldati. Lungo la rete di cinta, nel filo spinato rimangono attaccati brandelli di vestiti e dei teli termici argentati. Tra i rovi scarpe da ginnastica spaiate. Tutto quel che rimane dopo la pulizia.

Per le strade dell’isola, nei bar e in piazza ci sono più forze dell’ordine che pescatori, il bungalow del villaggio turistico La Roccia ospitano i carabinieri, nella piazzetta sopra il porto stazionano le cinque camionette mimetiche dell’esercito, i soldati sono alloggiati nell’albergo accanto. Al porto vecchio la notte i pescherecci sono illuminati dal grande neon dell’insegna della Guardia di Finanza. Nei bar incontri i poliziotti di Frontex, mentre in mare ci sono le navi della Marina che presidiano quel muro invisibile che separa le coste dell’Africa dall’Europa. Se riesci a superarlo puoi chiedere di diventare un rifugiato, altrimenti rimani solo un disperato come tutti gli altri. A marzo non ci sono sbarchi, il mare è troppo grosso, e le poche imbarcazioni che tentano di attraversare il canale di Sicilia vengono tutte intercettate.

Soltanto dopo cinque mesi Marcello ha trovato la forza di superare il suo incubo e di tornare nell’isola che ha scelto come luogo per vivere. Chissà se riuscirà ancora a godersi le stelle sopra le onde.

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Ho lasciato mio fratello in mare perché ho pensato che per mia madre sarebbe stato terribile perdere due figli

Sono stati gli italiani ad aver costruito la mia città, Elabaned, in Eritrea, dove sono nato 28 anni fa. Per chi lo ha dimenticato, eravamo colonia di Roma. Sono il primo migrante della mia famiglia e sono un biologo marino. Passavo la vita a parlare coi pesci. A sezionare alghe, studiare le rotte dei banchi, analizzare microrganismi in mare. Un giorno dopo l’altro collezionavo segreti dalle onde ricamate del vento. Cosa c’era oltre il mare, era quello che ancora non sapevo e non chiedevo, era l’ultimo mistero da svelare. Per farlo, non c’era alternativa.

Dalla prospettiva della terraferma credevo di conoscere il mare e lo guardavo dall’alto in basso. Lo dovevo fare per il mio Paese, sotto leva obbligatoria, che comincia quando hai 18 anni e finisce quando sei morto. Il mio salario era zero e a volte meno. Ma a questo, non c’era alternativa. Così ho cominciato a camminare. La mia fortuna era sapere verso dove. Dopo tre giorni senza sosta di polvere e sole, sono arrivato in Sudan. Lì c’era Samuel, mio fratello, meccanico. Venticinque anni passati a sperare. Costa 1600 dollari a testa la speranza fino a Tripoli, Libia. Io e mio fratello ci siamo arrivati. Chiusi in una casa con altri 500 eritrei, circondati da uomini e fucili, abbiamo aspettato. Sì, era terribile. Ma mi sono fidato, perché non c’era altra alternativa. Anche se in quella città c’era, il mare non lo vedevo. Sono rimasto un mese senza neppure uscire a cercarlo. Da quella casa poi siamo partiti: altri 1600 dollari costa la seconda speranza sul peschereccio. Dopo ore di navigazione due barche di notte sono apparse: una ci ha  navigato intorno, a 20 metri di distanza. E così noi, in 500, a denti stretti, nella notte più nera abbiamo sorriso. Era come se il buio fosse già finito perché avevamo smesso di avere paura. “Siamo salvi”, abbiamo urlato. “Torneranno indietro a prenderci”, ho detto a Samuel. “Il mare lo vedrò di nuovo dalla terraferma”, ho pensato. Dopo più di un’ora abbiamo capito che nessuno ci avrebbe salvato. A un miglio dalla costa di Lampedusa abbiamo bruciato una coperta per farci vedere. Era come accendere una candela nel baratro. Una luce nel niente. Ma non c’era alternativa. [twitter_share]La coperta ha preso fuoco e ci siamo spaventati. Ci siamo spostati tutti su un lato solo e così è colata a picco. Chi di noi era ancora vivo ha cominciato a nuotare. Non si può piangere acqua nell’acqua.[/twitter_share]

Dopo tre ore di bracciate mi sono voltato e ho visto che mio fratello che dietro ansimava. Quando mi sono voltato mi ha detto: “Vai, Zerit. Vai avanti, tocca terra, chiama casa”. Ha detto: “Bye, Zerit”. E io, che stavo per svenire in mare, che non sono stato capace di nuotare per due, ho pensato che sarebbe stato terribile per mia madre perdere due figli in una notte sola. E ho lasciato mio fratello. Gli ho detto: “Bye, Samuel”. Io, Zerit, sono vivo perché mio fratello è morto.

L’ultimo saluto gliel’ho dato quando al campo mi hanno mostrato la foto segnaletica di un cadavere gonfio d’acqua. Io che passavo la vita a studiare il mare, che esploravo fondali e distinguevo i suoni  delle conchiglie, non riconoscevo mio fratello. Così lui è morto un’altra volta. Il giorno del suo funerale non potevo aspettare il risultato del test del Dna che mi avrebbe detto: “Sì, quello è tuo fratello Samuel”.

Quelli della tv mi chiedono quanto sono triste, se lo sono di più se guardo il mare. Datemi voi una risposta. Ditemi perché io non c’ero al funerale di mio fratello. È stato come lasciarlo in acqua di nuovo. Così ho abbandonato Samuel la terza volta. Al campo rifugiati il giorno del funerale a cui noi, fratelli, sorelle, padri e madri dei morti non siamo stati invitati, ci abbiamo messo un minuto a decidere e unirci tutti.

Quando abbiamo capito che non potevamo andare ad Agrigento, che ci sarebbero stati sconosciuti a gettare un fiore su bare di legno pregiato, mentre altri corpi erano rimasti ancora incastrati nel legno marcio del barcone, abbiamo capito che loro stavano morendo un’altra volta. Abbiamo aperto i cancelli dietro i quali ci volevano tenere chiusi anche quel giorno, abbiamo pregato quattro ore, abbiamo tenuto tra le dita fiori selvaggi che crescono attorno al campo. Quando l’ora di ricordare la tragedia è arrivata siamo andati tutti verso il mare. È al mare che ho chiesto di Samuel. Aspettando che mi svelasse quest’ultimo segreto, o che almeno la sua anima quel giorno tornasse indietro.

Ora io il mare non lo guardo più in faccia. Andrò ovunque per stare lontano da quest’isola e dall’Italia. Non voglio vivere nella terra dove c’è chi ha lasciato che mio fratello si addormentasse tra le onde. Non chiamateci vittime migranti, noi siamo solo sopravvissuti. Io sono vivo perché mio fratello è morto. Questa è la verità e voi non l’avete ancora detta ad alta voce. Forse gli italiani questo lo vogliono sapere. Se anche non vogliono, devono saperlo lo stesso. Di storie come queste ce ne sono 157 al campo. Voi dovreste conoscerle tutte.

Zerit è nato in Eritrea 28 anni fa. Dopo essersi laureato in scienze marine ha deciso di raggiungere suo fratello Samuel in Sudan, con lui proseguire per la Libia e da Tripoli sfidare il mare per raggiungere le coste italiane. Samuel è morto in mare il 3 ottobre 2013 a un’ora di nuoto dalla costa. Zerit ha toccato terraferma a Lampedusa.

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Vito Fiorino: pensavo che a vociare fossero gabbiani e invece erano uomini

Ero uscito per gettare rete. Questa è stagione di tonnetti. Ero al largo, mare piatto, con vento leggero che soffiava da ovest. Era scirocco. Il mio amico attorno alle 6 ha sentito vociare. Sono i lamenti delle berte, sono gli stormi di cavazzi, gli dicevo. Quelle urla che salivano dall’acqua mi sembrava fossero gabbiani. Invece erano uomini. Non ci siamo nemmeno guardati in faccia per capire cosa dovevamo fare. Ho preso la ciambella di salvataggio e ci ho attaccato una cima. Abbiamo cominciato a tirare su ragazzo dopo ragazzo, nudi, sporchi di nafta, come li sputava fuori il mare.

[twitter_share]“Quanti siete?”, gli ho chiesto. “Cinquecento”, hanno detto. In mare ne vedevo cinquanta. Ho capito che era un massacro. [/twitter_share]

“Da quanto siete in mare?”, gli ho chiesto. “Quattro ore”, hanno detto. Ma so che in quelle condizioni in acqua un’ora dura un giorno.

La fortuna gli ha concesso il vento. E’ stato lo scirocco che li ha portati a riva e non al largo. Chi sa cos’è il mare, sa che si muore di maestrale. Intanto continuavamo a prendere gente a bordo, quanti eravamo sulla mia barca non l’ho capito finché non abbiamo cominciato a ondeggiare. Ho aspettato permessi che non sono arrivati. Allora  ho  ingranato la marcia e sono andato in porto. Mentre scendevano li ho contati: erano 47. Quatrantesei uomini e una donna sola.

Questa è la mia storia di come sono andate le cose. Se la racconto adesso è solo per il bene dell’isola. Le nostre istituzioni non faranno niente. La gente che pensa che questa sfida non gli appartenga non farà niente. L’hanno dimostrato negli anni passati e lo hanno fatto anche in questi giorni. Ma se le Nazioni sono davvero Unite come dicono, devono fare qualcosa adesso. Io ho fatto quello che andava fatto. Lo rifarei in ogni momento, in modo ancora più forte. Ogni giorno i 47  ragazzi mi vengono a trovare. Arrivano dove c’è il bar di mia figlia e mi dicono: “Ciao, papà”.

Vito Fiorino ha 64 anni. È nato a Bari ed è cresciuto a Milano. È venuto a Lampedusa la prima volta in vacanza nel 1990. Appena tornato a casa si è sentito straniero. Ha venduto la sua falegnameria e cessato ogni attività nella città dove viveva da quasi 50 anni. La nostalgia dell’isola lo ha trascinato indietro. È lampedusano da 13 anni. Il 3 ottobre 2013 ha salvato 47 persone dalla morte certa in mare.

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Smettetela di dare la cittadinanza ai morti, cominciate a dare diritti ai vivi.

Nato sotto il pugno della dittatura etiope nella mia terra eritrea, sono arrivato in Italia nel 1992. Non in barca, ma seduto comodamente in aereo: me ne sono andato con visto regolare. Mentre si accentrava potere nelle mani di pochi e si alimentava il sospetto reciproco negli occhi di molti, io, ammonito da quel presagio di una guerra che cominciava dalla scia di cenere di un’altra, con la fortuna in tasca e un padre in Italia, ho deciso di provare a vedere cos’è il destino degli uomini liberi. Quando ti è permesso dire quello che pensi, decidere la vita che avrai, scegliere senza fucile alla tempia.

Ho lasciato un’Eritrea e ne ho trovate un milione e mezzo lontano da Asmara. Hanno attraversato il deserto a piedi, il mare su gommoni fatiscenti, nel mirino di mitraglie sempre pronte a sparare. I fuggitivi scappano da un regime che con una mano li incatena, con l’altra li accompagna verso la frontiera del paese. Ci sono pezzi del governo eritreo coinvolti nel traffico di esseri umani. I loro nomi sono stati messi nero su bianco dall’ONU, forse  nessuno li ha letti.

[twitter_share]A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

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In  quel bordo di deserto che è il mio Paese, dove  avevamo già festeggiato la liberazione nel 1991, la battaglia non è mai finita. Dopo una storia scritta con 30 anni di guerra e trecentomila morti che sparavano per l’indipendenza, senza sapere che l’avrebbero ottenuta al prezzo della libertà, il conflitto tra Eritrea e Etiopia si è concluso nel 2000.

Sono passati 13 anni: quattro milioni e mezzo di persone pensano che la guerra sia ancora in corso. “Siamo sotto attacco, l’Etiopia sta per invaderci”, dice la voce dell’unica televisione di Stato. “Imbracciate il fucile, uomini e donne, dai 18 anni fino alla morte”, dice un regime che trova scudo e scusa in quel confine sospeso che nessuno ha mai tracciato. L’ONU l’aveva scritto, messo nero su bianco, forse nessuno l’ha letto. Oggi in Eritrea se tuo figlio è scappato, o paghi o vai in carcere. Se non pratichi la religione ufficiale, o paghi o vai in carcere. Se sei un dissidente, vai in carcere. Se sei un obiettore di coscienza, rimani in carcere. Il regime finanzia e addestra anche shabab somali in territorio eritreo. L’Onu l’ha messo nero su bianco in un dossier, forse nessuno l’ha mai letto.

A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

“Ho detto al Governo Europeo: se davvero volete aiutare i migranti, cominciate dal paese d’origine”. C’è peggior cieco di chi non vuol vedere: è chi ha già visto. Se l’Occidente scrive trattati e trova anche metodi per raggirarli è meglio non pubblicare più queste lettere morte.

“Sono morti cinquecento africani irregolari mentre cercavano di raggiungere l’Italia”, ha detto il regime sette giorni dopo il 3 ottobre. Non li ha chiamati “figli”, non li ha nominati “concittadini”. Quando poi gli occhi del mondo hanno parlato di massacro eritreo in mare, le voci di sostenitori e  finanziatori della macchina del potere hanno detto che uno spigolo di verità doveva trapelare. Autorità ufficiali dell’Eritrea in Italia, alte cariche dello Stato, sono uscite dalle scatole cinesi del gioco politico e sono state ufficialmente invitate dal Governo Italiano a partecipare alla cerimonia funebre ad Agrigento. Due più due fa sempre quattro, in qualsiasi parte del mondo. Non sono stati i parenti dei morti, ma i sostenitori del regime da cui quei morti scappavano, a mettere fiori finti sulla loro bara.

Il giorno del lutto di Stato alcuni giovani nati in Italia, Svezia, Germania, chinavano il capo davanti alla tragedia. Loro, eritrei di seconda generazione, cellula europea indottrinata da una dittatura da cui i loro coetanei fuggivano disperati, hanno recitato la loro parte. Quel giorno ad Agrigento dicevano di essere parenti delle vittime, invece che delle vittime semplicemente nuovo e più giovane carnefice. Cresciuti nella comodità del democratico nord Europa, poi addestrati ogni anno ad Asmara, vivendo scintille di una terra che ad altri dà solo polvere e morte, credono a chi gli dice siete i nuovi kadri, le nuove speranze della nostra terra. Ingannando anche autorità ed istituzioni, bilingui o spesso trilingui, si mischiano ai richiedenti d’asilo, si infiltrano tra i migranti, entrano nei centri di accoglienza. Stilano liste di nomi dei fuggitivi, scattano fotografie, spediscono tutto verso Asmara. È così che minacciano le famiglie rimaste in patria. Stavolta sono stato io a mettere i loro nomi nero su bianco, forse nessuno li ha letti.

Don Mussie Zerai è un prete cristiano nato in Eritrea. Dal 1992 vive a Roma. Ha fondato l’associazione Habeshia e aiuta i fuggitivi che riescono a raggiungere  l’Europa. È stato il solo in Italia a fare i nomi dei collaboratori del regime che schedavano i rifugiati richiedenti d’asilo in Italia per ricattare le famiglie in patria. Per le sue dichiarazioni è stato aggredito in più occasioni. Non ha mai smesso di rilasciarle.

Shaital è il diavolo

Sto raccontando del mio viaggio. Dall’Eritrea abbiamo fatto una strada verso il Sudan e lì so sono stato rapito a Khartoum. Ci hanno sequestrato e ci hanno arrestato. Eravamo 24, c’erano anche 3 siriani. Siamo stati 19 giorni in quel posto. Dopo 19 giorni siamo arrivati a Sabha. Lì c’erano altri 19 uomini. C’erano dei somali che ci aspettavano insieme ad eritrei ed etiopi. Stavamo nascosti tutto il giorno. Non sappiamo dove siamo stati tenuti, nel Sahara non sai dove sei. Nel Sahara siamo stati 20 giorni. C’erano dei somali che ci sorvegliavano. C’erano altri uomini rapiti, non so quanti potevano essere. Ci toglievano soldi, telefoni, anche i vestiti. Ti prendevano a botte nudo, loro con gli stivali. Le guardie erano somale e sudanesi. Per il riscatto ai siriani chiedono 1500 dollari, a noi 3000 e 4000 dollari. Non capiamo perché. Perché fanno queste differenze tra noi, tutti rapiti. Sono quasi tutti neri, della Libia e del Chad. Ci vendono come se fossimo carne. Poi i libici di un altro clan, di pelle chiara, ci hanno preso in consegna attraverso il Sahara a metà strada.

Ci sono tra di noi tantissime donne. Le donne se le scambiano come bambole. Per le femmine è peggio. Le scelgono, le prendono, fanno con loro le cose stupide (le stuprano). Dicono “questa, questa e questa” e diventano intrattenimento personale. Non le lasciano più. Nessuno di noi parla. Non puoi parlare. Loro sono armati, noi siamo nudi. Così il tuo cuore si stringe senza fare niente. Questi uomini hanno malattie, hanno HIV e non usano protezione mentre fanno le loro cose.

Ti chiedono etiope o eritreo? Se sei eritreo, sei cristiano e ti trattano peggio. Nel Sahara non puoi reagire. Se reagisci ti sparano nelle ginocchia, nella testa e ti lasciano nel deserto. Ti fanno sparire come vogliono. Le nostre forze sono allo stremo. Non so il nome di chi ci ha venduto, un libico ci faceva da guardia. Quelli del Chad prendevano le persone. Ci sono anche eritrei che fanno questo lavoro, li aiutano. Anche etiopi. Mi ricordo dei nomi: Vereket, da Khartoum, Isha, un eritreo che al telefono li avvisava, Abu, un somalo, quello che ci ha consegnato a Fukru. Quello che mi fa più spavento è che sono eritrei. Che degli eritrei lavorano con loro, vendono il loro popolo. Anche loro ci picchiavano. Paghiamo 3000 dollari, altri 4000 dollari. Pagano le nostre famiglie. Non so cosa fa la differenza tra noi e gli altri, è qualcosa di brutto, dividono la gente per etnia, perché noi paghiamo di più. I libici di pelle nera ci vendono ai libici di pelle chiara. Prima una delle nostre ragazze è diventata la bambola del gruppo, come se fosse la loro donna. Lei non è mai partita. È rimasta là a fare il loro giocattolo. Nemmeno dici niente, neppure allora, tieni stretti i pugni, tieni stretta la speranza. Dopo un mese nel Sahara non ce la fai più a parlare, figurati a reagire. Nel Sahara è come arrivare nella casa del diavolo. Ci sono molti di noi qui venuti fuori dalle prigioni. Nel Sahara ci hanno dato in consegna. Non riesco a capacitarmi di quello che ho visto. Erano tutti in contatto al telefono. Uno con l’altro. Quando siamo arrivati in Libia, in terra libica, ho pensato forse sono arrivato. Lì ho trovato altre 150 persone rapite. In Libia di notte hanno preso le ragazze e le hanno trattate come volevano. Il somalo arrestato era lì. Chi provava a scappare era preso a calci con gli stivali in testa o con la cinghia. Cosa hanno fatto alle ragazze non lo voglio neanche dire. Non ci ammazzavano per salvaguardare i loro soldi.

C’era anche il somalo arrestato in Italia. Non è una persona, è il diavolo. Si chiamava Shaital quello che ci ha accompagnato per l’ultimo pezzo di strada. Ho provato a scappare, mi hanno preso e hanno detto “vedi questa pallottola, è per te se lo fai di nuovo”. Peccato che non parlo arabo, li avrei capiti mentre dicevano tante cose. In Libia se scappi non puoi andare dalla polizia perché la polizia lavora con loro. Quando hanno i soldi del riscatto, per loro non vali più niente. Al porto c’erano 340 persone. In Libia si vende e si spaccia gente. Non c’è governo. Prima finisci in mano a quelli del Chad o della Somalia, poi ai libici. Ora hanno arrestato il somalo, spero che col tempo tutti loro paghino. Abbiamo perso l’anima mentre passavamo dal deserto. Prima di partire in barca ci tenevano vicino all’aereoporto che è vicino a una caserma. Tutti sanno lì che succede, tutti vedono. Tutti sanno che succede, è come una scuola. Non so quanti sono rimasti indietro o sono morti. A volte chiedono riscatto anche per le persone morte e chiedono soldi per il loro viaggio in barca. Ho sentito carcerieri che chiedevano i soldi da parenti degli uomini già morti. Almeno sette od otto di loro li conoscevo. Qui a Lampedusa dei rapiti eravamo in dieci. Quattro uomini e sei donne. I quattro uomini sono qui, le sei donne sono rimaste in mare. Le sei donne sono morte in mare il 3 ottobre.

Questa testimonianza è stata resa da un profugo eritreo in lingua tigrina. E’ stata tradotta da un italo-eritreo. I tigrini sono in maggior parte cristiani e abitano la regione in cui si è storicamente sviluppata la cultura Habesha.

Quella notte del 3 ottobre. Il naufragio raccontato da un sopravvissuto

Siamo partiti dalla Libia il giorno 2 ottobre, a mezzanotte, e abbiamo attraversato il Mediterraneo. Il viaggio è durato 24 ore, e dopo siamo arrivati alla costa di Lampedusa, a circa 800-900 metri dalla costa. Abbiamo aspettato perché qualcuno venisse a salvarci, per avere il permesso, lo aspettavamo, ma purtroppo alle 3, eravamo ancora lì, eravamo arrivati alla costa alle 2. E’ stato allora che si sono avvicinate due barche. La più grande delle due si è avvicinata e ha cominciato a girarci attorno, senza gridare niente, hanno semplicemente discusso tra di loro – non so di che cosa parlassero -  poi ci hanno lasciati. C’era chi nella nostra barca li ha identificati come la Guardia, per il colore bianco dello scafo e una parte rossa, e noi abbiamo continuato a sperare che venissero gli aiuti, e tutti dicevano, vedrete che ci hanno visti, adesso torneranno e ci aiuteranno, nessun problema. Abbiamo detto così tra di noi.

Ma per nostra sfortuna, dopo due ore è accaduto il peggio. La barca ha cominciato a riempirsi d’acqua, ci è venuta una grande paura che la barca si riempisse d’acqua, così abbiamo cercato di accendere qualcosa da usare come segnale per chiamare aiuto, perché non veniva nessuno ad aiutarci.

Allora uno degli uomini, il capitano della barca, ha avuto l’idea di inzuppare una coperta di benzina e accenderla come segnale. Ma non appena accesa la coperta è divampata una grande fiamma: tutti a bordo credevano che il fuoco venisse dalla barca, che si fosse incendiata, quindi ci siamo spostati dal lato destro a quello sinistro. In cinque secondi la barca si era già rovesciata e finita sotto acqua. Abbiamo gridato e gridato ma non c’era nessuno che potesse aiutarci. Così ci siamo messi a nuotare.

Abbiamo nuotato per quattro ore, quattro e mezzo, cinque ore, sempre senza vedere mai nessuno, finché attorno alle 7 e mezzo sono arrivati il signor Vito, un pescatore, e i suoi amici, e ci hanno visti, hanno sentito le nostre grida: “Aiutateci, Aiutateci!”. Così hanno cominciato a tirarci fuori dall’acqua, ci hanno salvati in 47. E anche il signor Vito ha chiamato la polizia, e ha chiesto, perché, ha detto, ci sono voluti cinquanta minuti per arrivare fin qui, anche il signor Vito gliel’ha chiesto. Io non so perché.

E’ questa la ragione per cui i miei compagni hanno dovuto nuotare per tre ore, perché non hanno avuto nessun supporto dall’Esercito, sono annegati, sono morti. Questo è stato orribile, e qui non c’è nessun sostegno per noi, non c’è niente per noi qui, nessun aiuto, nessuna clinica, nessun aiuto medico, non so perché, molte persone avrebbero bisogno di cure, soffrono di malattie, chiedono di essere portati in ospedale, ma niente.

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