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È dura quando se ne vanno

Mi chiamo Enzo, faccio il pescatore, vivo a Lampedusa. Quello che faccio mi viene naturale, perché… tante volte in mare li ho visti. Prima di vederli a terra, li vedo in mare, ho visto le condizioni in cui arrivano. Mi viene spontaneo aiutare queste persone, perché non guardiamo il colore della pelle perché per il pescatore chiunque in mare ha bisogno viene aiutato. Un pescatore per regola non lascia mai nessuno a mare. È dal 2011 che le cose sono andate fuori controllo e abbiamo cominciato a dare una mano. E se io vedo una famiglia in giro con bambini, io me la porto a casa. Non la lascio sul marciapiede. E’ così. Con mia moglie Grazia, grazie a Dio, lei prima di me, abbiamo cominciato a frequentare la parrocchia perché io credo e se credo in Dio e sono un cristiano, è spontaneo fare quello che noi facciamo perché la carità è alla base di tutto. Vedendo queste persone in giro, la notte non è che puoi stare tanto tranquillo a casa a dormire sapendo quello che c’è fuori. Ma non per paura, ma perché sai che c’è gente che è in mezzo alla strada, sai che piove e sono fuori, sai che hanno fame e non mangiano. E quindi noi quello che possiamo dare, offrire, lo facciamo. E loro devo dire che ci danno molto di più di quello che noi diamo a loro. L’umiltà di queste persone… non so come dirlo… perdono tutto… anche la dignità di esseri umani… perché gliene fanno di tutti i colori. Poi arrivano qua e li rinchiudono… in quel lager… perché è un lager. E’ inutile che mi vengono a dire “il centro di…” ma quale accoglienza? 280 posti e ce ne sono, non lo so, mille, novecento, milleduecento… Se hai 280 posti, a 280 ti devi fermare, li lasci fuori, perché tanto sono fuori lo stesso, escono da dietro. Quando una persona ti abbraccia… beh, intanto mi chiamano “papà”: “grazie, papà”, a mia moglie “grazie, mamma”. La mia casa si riempie di grazia di Dio. Perché quando facciamo un gesto ci sentiamo bene. Non lo so, viene… diciamo per grazia di Dio, ma è così. Sicuramente continueremo a farlo. Anche noi abbiamo i nostri problemi, abbiamo la nostra vita, abbiamo il lavoro, cerchiamo di separare le due cose. Non per questo ci tiriamo indietro davanti a un’emergenza o al bisogno di un fratello. Sempre nelle nostre possibilità, comunque noi facciamo il massimo. Quello che ci rende un po’ tristi è quando succedono le tragedie come quella che è successa un mese fa: arrivano tutti, vengono ministri e poi alla fine, dopo una settimana, dieci giorni si torna forse peggio di prima. I problemi di noi lampedusani aumentano e non ci pensa nessuno, perché noi problemi sull’isola ce n’abbiamo, perché già vivere su un’isola è problematico: trasporti, ospedale, scuole, non abbiamo nulla. Però non ci lamentiamo più di tanto, perché vedendo le situazioni di questi ragazzi che arrivano, diciamo che siamo abbastanza fortunati. Però sono le istituzioni che sono ferme. Si dice sempre “provvedimenti su Lampedusa…”, però non succede mai niente e quello che dobbiamo fare noi vedendo quello che succede lo facciamo, senza arrabbiarci più di tanto. Ogni tanto succede qualche piccola rissa, vabbè, ogni tanto un po’ di rabbia ci sta pure, no? Però continuiamo a farlo e continueremo a farlo, sicuramente perché non finirà qua.

Pissi, che fai? Vai via? E’ dura, sai, quando se ne vanno, però è così. È così.

La testimonianza del pescatore Enzo Riso è stata raccolta da Marco Pavan/Fabrica.

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Vito Fiorino: pensavo che a vociare fossero gabbiani e invece erano uomini

Ero uscito per gettare rete. Questa è stagione di tonnetti. Ero al largo, mare piatto, con vento leggero che soffiava da ovest. Era scirocco. Il mio amico attorno alle 6 ha sentito vociare. Sono i lamenti delle berte, sono gli stormi di cavazzi, gli dicevo. Quelle urla che salivano dall’acqua mi sembrava fossero gabbiani. Invece erano uomini. Non ci siamo nemmeno guardati in faccia per capire cosa dovevamo fare. Ho preso la ciambella di salvataggio e ci ho attaccato una cima. Abbiamo cominciato a tirare su ragazzo dopo ragazzo, nudi, sporchi di nafta, come li sputava fuori il mare.

[twitter_share]“Quanti siete?”, gli ho chiesto. “Cinquecento”, hanno detto. In mare ne vedevo cinquanta. Ho capito che era un massacro. [/twitter_share]

“Da quanto siete in mare?”, gli ho chiesto. “Quattro ore”, hanno detto. Ma so che in quelle condizioni in acqua un’ora dura un giorno.

La fortuna gli ha concesso il vento. E’ stato lo scirocco che li ha portati a riva e non al largo. Chi sa cos’è il mare, sa che si muore di maestrale. Intanto continuavamo a prendere gente a bordo, quanti eravamo sulla mia barca non l’ho capito finché non abbiamo cominciato a ondeggiare. Ho aspettato permessi che non sono arrivati. Allora  ho  ingranato la marcia e sono andato in porto. Mentre scendevano li ho contati: erano 47. Quatrantesei uomini e una donna sola.

Questa è la mia storia di come sono andate le cose. Se la racconto adesso è solo per il bene dell’isola. Le nostre istituzioni non faranno niente. La gente che pensa che questa sfida non gli appartenga non farà niente. L’hanno dimostrato negli anni passati e lo hanno fatto anche in questi giorni. Ma se le Nazioni sono davvero Unite come dicono, devono fare qualcosa adesso. Io ho fatto quello che andava fatto. Lo rifarei in ogni momento, in modo ancora più forte. Ogni giorno i 47  ragazzi mi vengono a trovare. Arrivano dove c’è il bar di mia figlia e mi dicono: “Ciao, papà”.

Vito Fiorino ha 64 anni. È nato a Bari ed è cresciuto a Milano. È venuto a Lampedusa la prima volta in vacanza nel 1990. Appena tornato a casa si è sentito straniero. Ha venduto la sua falegnameria e cessato ogni attività nella città dove viveva da quasi 50 anni. La nostalgia dell’isola lo ha trascinato indietro. È lampedusano da 13 anni. Il 3 ottobre 2013 ha salvato 47 persone dalla morte certa in mare.

Shaital è il diavolo

Sto raccontando del mio viaggio. Dall’Eritrea abbiamo fatto una strada verso il Sudan e lì so sono stato rapito a Khartoum. Ci hanno sequestrato e ci hanno arrestato. Eravamo 24, c’erano anche 3 siriani. Siamo stati 19 giorni in quel posto. Dopo 19 giorni siamo arrivati a Sabha. Lì c’erano altri 19 uomini. C’erano dei somali che ci aspettavano insieme ad eritrei ed etiopi. Stavamo nascosti tutto il giorno. Non sappiamo dove siamo stati tenuti, nel Sahara non sai dove sei. Nel Sahara siamo stati 20 giorni. C’erano dei somali che ci sorvegliavano. C’erano altri uomini rapiti, non so quanti potevano essere. Ci toglievano soldi, telefoni, anche i vestiti. Ti prendevano a botte nudo, loro con gli stivali. Le guardie erano somale e sudanesi. Per il riscatto ai siriani chiedono 1500 dollari, a noi 3000 e 4000 dollari. Non capiamo perché. Perché fanno queste differenze tra noi, tutti rapiti. Sono quasi tutti neri, della Libia e del Chad. Ci vendono come se fossimo carne. Poi i libici di un altro clan, di pelle chiara, ci hanno preso in consegna attraverso il Sahara a metà strada.

Ci sono tra di noi tantissime donne. Le donne se le scambiano come bambole. Per le femmine è peggio. Le scelgono, le prendono, fanno con loro le cose stupide (le stuprano). Dicono “questa, questa e questa” e diventano intrattenimento personale. Non le lasciano più. Nessuno di noi parla. Non puoi parlare. Loro sono armati, noi siamo nudi. Così il tuo cuore si stringe senza fare niente. Questi uomini hanno malattie, hanno HIV e non usano protezione mentre fanno le loro cose.

Ti chiedono etiope o eritreo? Se sei eritreo, sei cristiano e ti trattano peggio. Nel Sahara non puoi reagire. Se reagisci ti sparano nelle ginocchia, nella testa e ti lasciano nel deserto. Ti fanno sparire come vogliono. Le nostre forze sono allo stremo. Non so il nome di chi ci ha venduto, un libico ci faceva da guardia. Quelli del Chad prendevano le persone. Ci sono anche eritrei che fanno questo lavoro, li aiutano. Anche etiopi. Mi ricordo dei nomi: Vereket, da Khartoum, Isha, un eritreo che al telefono li avvisava, Abu, un somalo, quello che ci ha consegnato a Fukru. Quello che mi fa più spavento è che sono eritrei. Che degli eritrei lavorano con loro, vendono il loro popolo. Anche loro ci picchiavano. Paghiamo 3000 dollari, altri 4000 dollari. Pagano le nostre famiglie. Non so cosa fa la differenza tra noi e gli altri, è qualcosa di brutto, dividono la gente per etnia, perché noi paghiamo di più. I libici di pelle nera ci vendono ai libici di pelle chiara. Prima una delle nostre ragazze è diventata la bambola del gruppo, come se fosse la loro donna. Lei non è mai partita. È rimasta là a fare il loro giocattolo. Nemmeno dici niente, neppure allora, tieni stretti i pugni, tieni stretta la speranza. Dopo un mese nel Sahara non ce la fai più a parlare, figurati a reagire. Nel Sahara è come arrivare nella casa del diavolo. Ci sono molti di noi qui venuti fuori dalle prigioni. Nel Sahara ci hanno dato in consegna. Non riesco a capacitarmi di quello che ho visto. Erano tutti in contatto al telefono. Uno con l’altro. Quando siamo arrivati in Libia, in terra libica, ho pensato forse sono arrivato. Lì ho trovato altre 150 persone rapite. In Libia di notte hanno preso le ragazze e le hanno trattate come volevano. Il somalo arrestato era lì. Chi provava a scappare era preso a calci con gli stivali in testa o con la cinghia. Cosa hanno fatto alle ragazze non lo voglio neanche dire. Non ci ammazzavano per salvaguardare i loro soldi.

C’era anche il somalo arrestato in Italia. Non è una persona, è il diavolo. Si chiamava Shaital quello che ci ha accompagnato per l’ultimo pezzo di strada. Ho provato a scappare, mi hanno preso e hanno detto “vedi questa pallottola, è per te se lo fai di nuovo”. Peccato che non parlo arabo, li avrei capiti mentre dicevano tante cose. In Libia se scappi non puoi andare dalla polizia perché la polizia lavora con loro. Quando hanno i soldi del riscatto, per loro non vali più niente. Al porto c’erano 340 persone. In Libia si vende e si spaccia gente. Non c’è governo. Prima finisci in mano a quelli del Chad o della Somalia, poi ai libici. Ora hanno arrestato il somalo, spero che col tempo tutti loro paghino. Abbiamo perso l’anima mentre passavamo dal deserto. Prima di partire in barca ci tenevano vicino all’aereoporto che è vicino a una caserma. Tutti sanno lì che succede, tutti vedono. Tutti sanno che succede, è come una scuola. Non so quanti sono rimasti indietro o sono morti. A volte chiedono riscatto anche per le persone morte e chiedono soldi per il loro viaggio in barca. Ho sentito carcerieri che chiedevano i soldi da parenti degli uomini già morti. Almeno sette od otto di loro li conoscevo. Qui a Lampedusa dei rapiti eravamo in dieci. Quattro uomini e sei donne. I quattro uomini sono qui, le sei donne sono rimaste in mare. Le sei donne sono morte in mare il 3 ottobre.

Questa testimonianza è stata resa da un profugo eritreo in lingua tigrina. E’ stata tradotta da un italo-eritreo. I tigrini sono in maggior parte cristiani e abitano la regione in cui si è storicamente sviluppata la cultura Habesha.

Vengo dalla Siria Centrale

Mi chiamo Eyam. Vengo dalla Siria, dalla Siria centrale. Sono arrivato da 25 giorni.

C’è una brutta situazione. Perché non ci dicono quando potremo lasciare l’isola, e non è un posto umano e non c’è da mangiare, niente di buono da mangiare, non si dorme, niente, ma quello che è veramente importante è che dobbiamo lasciare l’isola e raggiungere le nostre famiglie in Siria. Siamo tutti da soli. Quasi tutti. Con le mogli e tutta la famiglia in Siria. Nessuno si preoccupa per sé, se si mangia o no, pensiamo alle nostre famiglie in Siria – si trovano in una situazione pericolosa. E sono senza cibo, senza gas per accendere il fuoco, perché in Siria è inverno adesso, ed è un paese freddo. Così abbiamo detto al direttore del campo, non ci serve cibo, non abbiamo bisogno di dormire qui, vogliamo uscire per aiutare le nostre famiglie, per la nostra famiglia in Siria. Lui non ci ascolta, non ci promette niente, né ci da alcuna speranza di poter lasciare l’isola.

Nessuna data, e noi glielo chiediamo ogni giorno, che vogliamo andarcene, ma loro ci rispondono che non c’è nessuna data.

Scioperiamo a Lampedusa, per il nostro futuro, per me e la mia famiglia, o all’ospedale, o alla morte. Lasciateci tornare alle barche. Dopo la guerra in Siria non ci saranno rifugiati siriani, perché abbiamo un paese bellissimo e una bellissima vita. Ma in questo momento la Siria è in guerra. E la nostra famiglia è lì. Non possiamo portarle in alcun posto perché tutto il mondo ci ha chiuso in faccia le porte. E anche ai palestinesi. Che vivono in Siria.

Ho mangiato un pezzo di pane ieri, ma oggi niente cibo, solo acqua. Il mio amico – sono due giorni che non tocca il cibo. Molti come noi. La stessa data e la stessa situazione. Perché non hanno un posto dove dormire, dove dormire bene, così abbiamo detto alla polizia e al direttore del campo, non vogliamo il cibo, non vogliamo dormire. Sì, lo sciopero della fame, per un futuro buono, o morire o all’ospedale. Perché le nostre famiglie sono in pericolo. Non voglio rimanere qui mentre la mia sorellina… non sono contento di rimanere qui mentre mia sorellina e mia madre e mio padre si trovano in una situazione pericolosa. Mentre una bomba potrebbe ucciderli in qualsiasi momento.

Questa registrazione è stata effettuata all’inizio di novembre, quando il centro accoglienza di Lampedusa ha superato la capienza massima. I migranti, essendo il centro solo di prima accoglienza, dovrebbero sostare non oltre le 48 ore.

A causa del ritardo dei trasferimenti alcuni di loro hanno deciso di compiere lo sciopero della fame.

Voglio andare in Norvegia

Buongiorno. Sono palestinese. Mi trovo qui dal 14 ottobre. Non mangio da ieri perché voglio andare via da Lampedusa. Sono qui da 24 giorni. Io e i miei amici non mangiamo più, siamo circa una sessantina. Ci rifiutiamo di mangiare se non ci lasciano andare. Molte persone si sono riunite. Ieri abbiamo raccolto i tesserini di 60 persone e oggi li abbiamo dati al direttore, perché vogliamo uscire. Perché oggi la polizia ha chiamato molti nomi, ma era gente che è arrivata dopo di noi. Noi siamo arrivati prima di loro. Ecco perché dormo fuori questa notte, perché voglio cominciare uno sciopero della fame e – ha piovuto tutta la notte, ha piovuto moltissimo stanotte. Si stava malissimo. Dormiamo fuori dalla stanza, ma dentro il campo. In 17 abbiamo messo insieme i nostri tesserini e li abbiamo dati all’ufficiale, il quale li manderà a Roma forse. Il direttore è venuto. Chi dorme fuori dal campo andrà domani. Anch’il mio nome in quei 17 nomi. Aspetto il mio nome da 2 settimane. Ogni volta che la polizia chiama i nomi, il mio non c’è tra questi. La polizia fa uscire molti africani e siriani – e solo pochi palestinesi. Non sappiamo perché, ma – questo non è giusto. Io voglio andare in Norvegia perché mio zio si trova lì, e io voglio andare lì da lui. Gente arrabbiata, quella del 14 e 15 ottobre, questi si sono uniti e volevano chiudere il cancello del campo. Ma è arrivata la polizia e li ha fermati. E dopo? Hanno discusso con la polizia, e gridato, e il direttore ha detto che forse domani, o dopodomani, ci sarà una lista per poter uscire dal campo.

Quella notte del 3 ottobre. Il naufragio raccontato da un sopravvissuto

Siamo partiti dalla Libia il giorno 2 ottobre, a mezzanotte, e abbiamo attraversato il Mediterraneo. Il viaggio è durato 24 ore, e dopo siamo arrivati alla costa di Lampedusa, a circa 800-900 metri dalla costa. Abbiamo aspettato perché qualcuno venisse a salvarci, per avere il permesso, lo aspettavamo, ma purtroppo alle 3, eravamo ancora lì, eravamo arrivati alla costa alle 2. E’ stato allora che si sono avvicinate due barche. La più grande delle due si è avvicinata e ha cominciato a girarci attorno, senza gridare niente, hanno semplicemente discusso tra di loro – non so di che cosa parlassero -  poi ci hanno lasciati. C’era chi nella nostra barca li ha identificati come la Guardia, per il colore bianco dello scafo e una parte rossa, e noi abbiamo continuato a sperare che venissero gli aiuti, e tutti dicevano, vedrete che ci hanno visti, adesso torneranno e ci aiuteranno, nessun problema. Abbiamo detto così tra di noi.

Ma per nostra sfortuna, dopo due ore è accaduto il peggio. La barca ha cominciato a riempirsi d’acqua, ci è venuta una grande paura che la barca si riempisse d’acqua, così abbiamo cercato di accendere qualcosa da usare come segnale per chiamare aiuto, perché non veniva nessuno ad aiutarci.

Allora uno degli uomini, il capitano della barca, ha avuto l’idea di inzuppare una coperta di benzina e accenderla come segnale. Ma non appena accesa la coperta è divampata una grande fiamma: tutti a bordo credevano che il fuoco venisse dalla barca, che si fosse incendiata, quindi ci siamo spostati dal lato destro a quello sinistro. In cinque secondi la barca si era già rovesciata e finita sotto acqua. Abbiamo gridato e gridato ma non c’era nessuno che potesse aiutarci. Così ci siamo messi a nuotare.

Abbiamo nuotato per quattro ore, quattro e mezzo, cinque ore, sempre senza vedere mai nessuno, finché attorno alle 7 e mezzo sono arrivati il signor Vito, un pescatore, e i suoi amici, e ci hanno visti, hanno sentito le nostre grida: “Aiutateci, Aiutateci!”. Così hanno cominciato a tirarci fuori dall’acqua, ci hanno salvati in 47. E anche il signor Vito ha chiamato la polizia, e ha chiesto, perché, ha detto, ci sono voluti cinquanta minuti per arrivare fin qui, anche il signor Vito gliel’ha chiesto. Io non so perché.

E’ questa la ragione per cui i miei compagni hanno dovuto nuotare per tre ore, perché non hanno avuto nessun supporto dall’Esercito, sono annegati, sono morti. Questo è stato orribile, e qui non c’è nessun sostegno per noi, non c’è niente per noi qui, nessun aiuto, nessuna clinica, nessun aiuto medico, non so perché, molte persone avrebbero bisogno di cure, soffrono di malattie, chiedono di essere portati in ospedale, ma niente.

La voce dei sommersi

Il 3 novembre del 2013, un mese dopo la tragedia di Lampedusa, le note della “Voce dei sommersi”di Ennio Morricone risuonano per ricordare le vittime. Il Maestro, accogliendo l’invito di Fabrica, ha messo a disposizione la sua musica per ricordare le vittime del 3 ottobre.

La “Voce dei sommersi”, gentilmente concessa da Arnoldo Mosca Mondadori, èstata composta da Ennio Morricone e donata alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti in memoria di tutti i migranti morti in mare al largo di Lampedusa.

Dall’Eritrea alla Gran Bretagna per dormire per strada

Anthony è nato in Eritrea. Quando aveva 10 anni suo padre è morto e sua madre, malata, ha deciso di mandarlo da uno zio che viveva in Sudan, per evitare che dovesse partire per fare il soldato. “Mio padre era un militare, era morto così, combattendo. Mia mamma voleva salvarmi la vita, evitare che anche io facessi la stessa fine”. Per tre anni Anthony ha lavorato nel bar dello zio, spesso con turni massacranti senza mai andare a scuola: “Mio zio mandava a scuola i suoi figli, ma me no”.

Il trattamento dello zio divenne ancora più duro quando la madre di Anthony, che non si era mai ripresa dalla malattia, morì. Il ragazzo vedeva i suoi sogni allontanarsi di giorno in giorno. Avrebbe voluto studiare, avere la possibilità di costruirsi un futuro: per questo, appena compiuti 14 anni, decise di fuggire, alla ricerca di un luogo dove vivere e crescere. Anthony è arrivato in Europa quando era poco più di un bambino. L’ha attraversata da solo: dalle coste del Mediterraneo fino al Regno Unito. Lì si è fermato per presentare richiesta di asilo e ha provato ad iscriversi ad un college.

Non immaginava che anche in Gran Bretagna sarebbe stato tanto difficile studiare: “Un professore mi disse che solo una volta ottenuto lo status di rifugiato sarei potuto entrante al college”. Anthony attende per cinque lunghissimi anni. Quando gli viene comunicato il responso della commissione scopre che la sua richiesta è stata respinta e non ha più diritto ad alcuna forma di assistenza. “Mi hanno preso – ricorda il ragazzo – in 4- 5 persone e mi hanno sbattuto fuori di casa, con tutte le mie cose”. “Vivo una vita precaria, a volte ho un letto per dormire, altre volte dormo per strada; a volte mangio e altre volte no e spesso non ho un posto per fare una doccia.”

L’associazione Refugee Action, che ha raccolto e diffuso la sua storia, sta cercando per Anthony un posto sicuro dove stare e lo sta aiutando a presentare nuovamente richiesta di asilo.

Semret, venduta e violentata fino alla gravidanza

Semret, 25 anni, è eritrea. Quando 20 membri della congregazione religiosa di cui faceva parte furono arrestati e imprigionati, Semret capì che si trovava in grave pericolo e decise di affidarsi ad un contrabbandiere per percorrere i pochi chilometri che la separavano dal confine occidentale dell’Eritrea e recarsi in Sudan. Quello che Semret non poteva immaginare è che il suo viaggio si sarebbe tramutato in una lunga e terribile prigionia.

Semret fuggì di notte, a piedi, in compagnia di quattro connazionali che, come lei, cercavano un luogo sicuro per vivere. Dopo una notte di cammino, raggiunto il Sudan, si fermarono a riposare in una vasta area desertica a ridosso del confine. Fu in quel momento che la donna fu assalita da una profonda angoscia, notando che il contrabbandiere a cui si erano affidati stava effettuando diverse telefonate avendo cura di non essere ascoltato. Quando il piccolo gruppo di profughi vide arrivare un fuoristrada con tre uomini a bordo, fu immediatamente chiaro che cosa stava succedendo: erano stati traditi e venduti e i trafficanti erano venuti a ritirare la “merce” che avevano acquistato.

“Iniziammo a correre in diverse direzioni – racconta la donna- io fui la prima ad essere raggiunta, provai a scappare ancora ma in breve mi raggiunsero nuovamente. A quel punto mi picchiarono e mi trascinarono nella loro auto”. Semret fu condotta in un piccolo villaggio isolato, composto da una casa in muratura e da alcune capanne costruite con paglia e fango. Semret non aveva nessuno che potesse pagare il suo riscatto, così, rimase lì per mesi, alla mercé dei suoi carcerieri, sprofondando in un incubo dal quale non era possibile risvegliarsi, in cui le violenze sessuali e le percosse erano una prassi di sofferenza quotidiana.

“Venivano da me ogni volta che ne avevano voglia, a volte mi portavano una cola e un pezzo di torta e così sono andata avanti per sette mesi. Quando rimasi incinta, smisero di chiudere la casa in cui mi tenevano e così pianificai la mia fuga”. Semret percorse a piedi 40 km prima di raggiungere la città di Kassala, dove finalmente, grazie all’aiuto dell’UNHCR che ha raccolto e diffuso la sua storia, ha potuto usufruire di un’accoglienza dignitosa e soprattutto di un percorso di supporto psicologico che le permettesse di affrontare i drammatici traumi che aveva subito.

Oggi Semret, vive nel campo profughi di Kassala, a sua figlia, nata a gennaio, ha dato il nome di Heyabel che vuol dire “Dono di Dio.”

“Fuggita per non sposare mio fratello, aiuto le altre donne rifugiate”

Mwavita è originaria della Repubblica democratica del Congo, vive in un campo profughi in Tanzania dove è vice presidente del comitato direttivo. Negli ultimi 11 anni quasi tre milioni di persone sono fuggite dalla RDC a causa dei continui scontri che insanguinano la parte Est del paese, ma la storia di Mwavita racconta di un’altra fuga, da un’altra guerra, scoppiata tra le mura domestiche. Era una ragazzina di 14 anni quando i suoi genitori le rivelarono che era stata adottata e le ordinarono di sposarsi con stesso fratello. Mwavita non poteva obbedire a quel ordine, suo fratello, anche se non di sangue, restava suo fratello e lei non avrebbe mai potuto sposarlo. Così, quella che fino a un attimo prima era stata la sua famiglia si rivelò in tutta la sua crudele determinazione: avrebbe sposato chi le indicavano o l’avrebbero uccisa.

Mwavita decise che la fuga era l’unica opzione che le era rimasta. Lasciò il suo paese per cercare rifugio in Tanzania. Nel campo di Lugufu, dovette imparare a ricominciare da sola e col passare del tempo, mentre la comunità in cui viveva diventava la sua nuova famiglia, Mwavita ha cominciato ad affermarsi come leader diventando, per il suo coraggio e le sue attitudini, un riferimento per le rifugiate che, come lei, vivevano nel campo.

Mwavita è portavoce e leader delle donne rifugiate da più di 12 anni. “Come leader – spiega – collaboro sempre con la gente, convoco riunioni e condivido le informazioni con gli altri. Mi piace quando le persone lavorano insieme per risolvere i problemi della comunità”. Nonostante i suoi successi, deve confrontarsi continuamente con le pesanti riserve culturali che la comunità maschile esprime nei confronti delle donne: “Alle riunioni, anche quando propongo una buona idea, gli uomini mi dicono: ‘ Che cosa conta quel che pensi tu? Non se neppure andata a scuola…’ Così adesso mi impegno molto perché le ragazze studino e non debbano affrontare quel che affronto io”.

“Credete in voi – consiglia Mwavita alle giovani che la ascoltano – sono una leader prima di tutto perché ho sentito che sarei stata in grado di esserlo. Allo stesso modo, ricordate sempre di avere fiducia nella comunità e di trattare tutti con rispetto perché siamo tutti esseri umani”

Oggi Mwavita ha 47 anni e vive nel campo di Nyarugusu, Insieme all’UNHCR, che ha raccolto e diffuso la sua storia, partecipa all’ideazione e alla realizzazione di percorsi di emancipazione destinati alle donne rifugiate.

Badasso: “È dura crescere un neonato in un campo profughi”

Badasso è originario dell’Etiopia, ma ha trascorso molti anni della in un campo profughi in Kenia.

“Sono etiope, ma nel 2003 sono scappato dal mio paese a causa della sua situazione politica. Sono andato in Kenia, in un campo profughi, dove due anni dopo mi ha raggiunto mia moglie che, proprio per il nostro legame, era stata presa di mira e veniva arrestata continuamente. Nel 2008 è nato nostro figlio: era veramente duro crescere un neonato in un campo profughi. Non c’era abbastanza cibo né acqua, non c’era un’adeguata copertura sanitaria, non potevi sentirti al sicuro, ogni notte c’era qualcuno che moriva e spesso c’erano persone che entravano nel campo per attaccarci”.

Nel 2011 una chance di cambiare: grazie al “Gateway Protection Programme”, un programma di ricollocamento e accoglienza che coinvolge 750 rifugiati l’anno, Badasso e la sua famiglia hanno la possibilità di trasferirsi nel Regno Unito e di ricominciare da lì.

“Abbiamo cominciato una nuova vita in Gran Bretagna. Quando siamo arrivati qui ho sentito che era il posto giusto in termini di uguaglianza e di diritti umani. Adesso non devo preoccuparmi del cibo per me e la mia famiglia e posso accedere facilmente ai trattamenti sanitari. Nel campo profughi sei sospeso, non ci sono opportunità per migliorare la tua istruzione mentre qui ho cominciato dal livello base di lingua inglese ed ora studio all’università. La vita adesso è veramente diversa”.

Badasso, che ha deciso di condividere e diffondere la sua storia tramite il British Refugee Council, oggi vive a Sheffield in Inghilterra dove studia per laurearsi in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale.

Lassad nel Cie di Ponte Galeria: “In un lager per 41 euro al giorno”

Era dicembre quando nel Cie di Ponte Galeria a Roma, la protesta si era fatta silenzio. Un silenzio di fili neri e verdi tirati via dalle coperte in dotazione e cacciati a forza nella carne. Un grido muto che nega ogni tentativo di trasformare le parole in chiacchiere, che obbliga quantomeno a guardare, a chiedersi perché.

Quel giorno nel Cie c’era anche Lassad un cittadino tunisino che vive in Italia da 22 anni, che non ha voluto distogliere lo sguardo e che ha deciso di provare a rispondere e raccontare. Lassad non ha avuto una vita semplice, aveva conosciuto la detenzione prima di Ponte Galeria ma se gli avessero raccontato che esisteva un luogo così in Italia non ci avrebbe creduto. Lassad ha deciso di battersi per chiedere un monitoraggio del Cie di Ponte Galeria ed è intervenuto il 28 Marzo presso il palazzo della Giunta regionale del Lazio per supportare una mozione specifica a riguardo.

«Vivo in Italia da 22 anni. Gran parte della mia storia è qui. Me ne sono capitate tante e tanti sbagli li ho fatti, ma li ho pagati. Poi mi capita che stavo rientrando con le buste della spesa, mi fermano degli agenti, mi chiedono i documenti e mi portano al volo a Ponte Galeria, in quel posto che chiamate Cie. Mi sveglio la mattina, faceva freddo, era dicembre e mi ritrovo 13 uomini che si erano cuciti la bocca per protestare. Ecco, una storia così ti segna l’anima, non te la togli di dosso. Ti accorgi di essere in una specie di lager, un lager che esiste perché ogni vita ha un prezzo. Quello che viene dato a chi ci tiene dentro. Mi pare siano 41 euro. La nostra vita costa 41 euro, cosa è 41 euro, il valore in borsa, il numero delle scarpe, è calcolato in base al nostro peso, allo spazio che occupiamo? Non lo so. Ditemelo perché io non trovo le parole per capirlo. Un prezzo per le nostre sofferenze, voi che siete entrati dentro avete visto in prima persona il prodotto che è valutato in base a un prezzo. Io no, non mi stupisco di niente, mi sembra di vivere negli anni Quaranta per quello che mi hanno raccontato e per quello che ho letto. Sento un vento gelido di destra che soffia forte e da ogni parte”.

“Che vi devo dire? Il mondo è bello fuori, basta non calpestare i diritti di chi ti sta vicino. Io mi sento una specie di pesce fuori dall’acqua. Non ho più un Paese, non sono né di qua né di là, quale dovrebbe essere la mia casa? E come non ricordare quelle scene, quelle urla… Restavo con la bocca aperta. Queste cose sapevo che succedevano 70 anni fa. E penso alla Storia. È fatta per essere messa nei libri o per essere ricordata, bisogna battere un colpo verso il mondo. Oggi ero alla fermata della metro di Rebibbia, vicino il carcere, c’erano manifesti molto belli con persone che scavalcavano un muro e una scritta, “Liberi tutti”. Sante parole. Eppure sento dire tante cavolate, sento dire che è stata abolita la schiavitù ma credo che grandi come Lincoln si rivolterebbero nella tomba. Quanti secoli ancora dobbiamo aspettare per non dare più un prezzo ad una vita umana cari miei? Dio crea le persone e le persone vengono vendute e comperate, sono quotate sul mercato. Chi lo avrebbe mai detto che ci saremmo ridotti così”.

“Oggi sono fortunato. Sono seduto al posto del Presidente della Regione, ho conosciuto tanta brava gente, ciò che fate voi dà un senso alla mia e alla vostra vita. Altrimenti siamo tutti inutili, finiamo in un mondo meschino, è per gente come voi che riesco a dormire la notte. Voi siete persone che stanno rimpiazzando Fanon. Lo sapete cosa diceva? Diceva che nel mondo esiste chi è pro e chi è contro, e la causa principale si chiama razzismo. Forse non sono ancora tempi per il fascismo ma dobbiamo stare attenti. Dobbiamo far capire che la diversità è una risorsa e dobbiamo saperla sfruttare e ascoltare, non marchiarla. La diffidenza è la madre di tutte le cazzate. Scusatemi se parlo in maniera così confusa, ma così posso dire tutto quello che ho dentro. Sono fuggito tante volte per vivere, Ponte Galeria, Trapani, Regina Coeli e poi ancora Trapani. Ho camminato per 80 chilometri lungo la ferrovia per andarmene lontano da lì. Poi mi hanno ripreso a Roma e non ci ho capito più nulla”.

“Il tempo non passava mai, dovevo tenere la testa allenata e ho cominciato a contare. La gabbia in cui stavamo ha 206 sbarre, giri intorno al perimetro e le luci ti fanno perdere la ragione, di notte non distingui i colori, tutto ti sembra grigio. E io contavo: la lunghezza della gabbia è di 18 passi e mezzo, la larghezza di 8 passi e mezzo, il corridoio è di 128 passi. Non vi basta? Di notte speravo che spegnessero le luci per poter vedere le stelle, io le distinguo, cercavo di vedere l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore invece di guardare le telecamere che stanno dappertutto. Mi dicono che il Cie non è un carcere e ci chiamano ospiti. Ma io ero solo un fottuto numero con cui mi chiamavano ogni giorno, sono questi gli ospiti? Ma perché non me lo hanno tatuato addosso il numero invece di dire parole finte sul trattenimento, invece di parlare di valori che esistono solo sulla carta e che ci scivolano addosso. Non posso pensarci, stavo camminando tranquillamente per strada e mi sono ritrovato in un manicomio a cielo aperto”.

“Io devo molto anche ai giornalisti, alcuni sono anche qui presenti. Ho saputo che nel 2011 il ministro dell’Interno aveva fatto una circolare per impedirvi di entrare: come mai? Non voleva farvi vedere quello che ho vissuto io? Quello che hanno vissuto gli altri? Di solito se un funzionario dello Stato compie un errore così grande si va a vedere se ne ha fatti altri, con questo Ministro è avvenuto? Credo di no, perché altrimenti avreste potuto aggiustare le leggi, cambiarle, riempirle di valori. Ma noi siamo solo gli oggetti, le merci per un business, di mezzo c’è l’economia che secondo me è corrotta. Sembra che in Italia a troppi convenga restare così, ma ancora si può evitare di cadere nell’abisso, si possono impedire altre disgrazie. Trovate un rimedio, trovatelo voi, troviamolo insieme, non è colpa mia se da tunisino sono nato nella parte sbagliata del Mediterraneo.

Si è capito che i Cie non funzionano, lo ha detto bene il dottore che ha parlato prima di me (Alberto Barbieri, di Medu ndr.), ha parlato di ingiustizie e di soldi sprecati, di una istituzione che non serve. Se non lo capiscono gli altri o non lo accettano non va bene. Si continuerà a produrre sofferenza per tutti, per chi è dentro, per i parenti di chi è dentro, molti hanno mogli e figli in Italia, per tutti quelli che temono ogni giorno di essere presi e rinchiusi per nulla, senza aver fatto niente di male”.

“La vita di quelli come me è una continua roulette russa da cui non possiamo uscire. Dateci una possibilità di vivere regolarmente, di lavorare, di darvi una mano a far crescere questo Paese. Un giorno ci ringrazierete. Ma oggi, e voglio concludere, mi avete dato una speranza, se farete un monitoraggio continuo nel centro, ne potrete aiutare tanti a Ponte Galeria e scoprirete tante cose che non vanno. Scoprirete anche che ad esempio, può sembrare una cosa da niente, ma lì non c’è uno psichiatra mentre la gente impazzisce. C’è in carcere, a volte c’è in caserma, perché in un posto dove si sta tanto male non ce ne è uno?”

 

Oggi Lassad è uscito dal Cie di Ponte Galeria grazie a una sospensiva e spera di tornare ad essere un uomo libero. La sua preziosa testimonianza in favore della mozione presentata dalla consigliera regionale Marta Bonafoni è stata raccolta e diffusa dal Corriere delle migrazioni.

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