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Vito Fiorino: pensavo che a vociare fossero gabbiani e invece erano uomini

Ero uscito per gettare rete. Questa è stagione di tonnetti. Ero al largo, mare piatto, con vento leggero che soffiava da ovest. Era scirocco. Il mio amico attorno alle 6 ha sentito vociare. Sono i lamenti delle berte, sono gli stormi di cavazzi, gli dicevo. Quelle urla che salivano dall’acqua mi sembrava fossero gabbiani. Invece erano uomini. Non ci siamo nemmeno guardati in faccia per capire cosa dovevamo fare. Ho preso la ciambella di salvataggio e ci ho attaccato una cima. Abbiamo cominciato a tirare su ragazzo dopo ragazzo, nudi, sporchi di nafta, come li sputava fuori il mare.

[twitter_share]“Quanti siete?”, gli ho chiesto. “Cinquecento”, hanno detto. In mare ne vedevo cinquanta. Ho capito che era un massacro. [/twitter_share]

“Da quanto siete in mare?”, gli ho chiesto. “Quattro ore”, hanno detto. Ma so che in quelle condizioni in acqua un’ora dura un giorno.

La fortuna gli ha concesso il vento. E’ stato lo scirocco che li ha portati a riva e non al largo. Chi sa cos’è il mare, sa che si muore di maestrale. Intanto continuavamo a prendere gente a bordo, quanti eravamo sulla mia barca non l’ho capito finché non abbiamo cominciato a ondeggiare. Ho aspettato permessi che non sono arrivati. Allora  ho  ingranato la marcia e sono andato in porto. Mentre scendevano li ho contati: erano 47. Quatrantesei uomini e una donna sola.

Questa è la mia storia di come sono andate le cose. Se la racconto adesso è solo per il bene dell’isola. Le nostre istituzioni non faranno niente. La gente che pensa che questa sfida non gli appartenga non farà niente. L’hanno dimostrato negli anni passati e lo hanno fatto anche in questi giorni. Ma se le Nazioni sono davvero Unite come dicono, devono fare qualcosa adesso. Io ho fatto quello che andava fatto. Lo rifarei in ogni momento, in modo ancora più forte. Ogni giorno i 47  ragazzi mi vengono a trovare. Arrivano dove c’è il bar di mia figlia e mi dicono: “Ciao, papà”.

Vito Fiorino ha 64 anni. È nato a Bari ed è cresciuto a Milano. È venuto a Lampedusa la prima volta in vacanza nel 1990. Appena tornato a casa si è sentito straniero. Ha venduto la sua falegnameria e cessato ogni attività nella città dove viveva da quasi 50 anni. La nostalgia dell’isola lo ha trascinato indietro. È lampedusano da 13 anni. Il 3 ottobre 2013 ha salvato 47 persone dalla morte certa in mare.

Shaital è il diavolo

Sto raccontando del mio viaggio. Dall’Eritrea abbiamo fatto una strada verso il Sudan e lì so sono stato rapito a Khartoum. Ci hanno sequestrato e ci hanno arrestato. Eravamo 24, c’erano anche 3 siriani. Siamo stati 19 giorni in quel posto. Dopo 19 giorni siamo arrivati a Sabha. Lì c’erano altri 19 uomini. C’erano dei somali che ci aspettavano insieme ad eritrei ed etiopi. Stavamo nascosti tutto il giorno. Non sappiamo dove siamo stati tenuti, nel Sahara non sai dove sei. Nel Sahara siamo stati 20 giorni. C’erano dei somali che ci sorvegliavano. C’erano altri uomini rapiti, non so quanti potevano essere. Ci toglievano soldi, telefoni, anche i vestiti. Ti prendevano a botte nudo, loro con gli stivali. Le guardie erano somale e sudanesi. Per il riscatto ai siriani chiedono 1500 dollari, a noi 3000 e 4000 dollari. Non capiamo perché. Perché fanno queste differenze tra noi, tutti rapiti. Sono quasi tutti neri, della Libia e del Chad. Ci vendono come se fossimo carne. Poi i libici di un altro clan, di pelle chiara, ci hanno preso in consegna attraverso il Sahara a metà strada.

Ci sono tra di noi tantissime donne. Le donne se le scambiano come bambole. Per le femmine è peggio. Le scelgono, le prendono, fanno con loro le cose stupide (le stuprano). Dicono “questa, questa e questa” e diventano intrattenimento personale. Non le lasciano più. Nessuno di noi parla. Non puoi parlare. Loro sono armati, noi siamo nudi. Così il tuo cuore si stringe senza fare niente. Questi uomini hanno malattie, hanno HIV e non usano protezione mentre fanno le loro cose.

Ti chiedono etiope o eritreo? Se sei eritreo, sei cristiano e ti trattano peggio. Nel Sahara non puoi reagire. Se reagisci ti sparano nelle ginocchia, nella testa e ti lasciano nel deserto. Ti fanno sparire come vogliono. Le nostre forze sono allo stremo. Non so il nome di chi ci ha venduto, un libico ci faceva da guardia. Quelli del Chad prendevano le persone. Ci sono anche eritrei che fanno questo lavoro, li aiutano. Anche etiopi. Mi ricordo dei nomi: Vereket, da Khartoum, Isha, un eritreo che al telefono li avvisava, Abu, un somalo, quello che ci ha consegnato a Fukru. Quello che mi fa più spavento è che sono eritrei. Che degli eritrei lavorano con loro, vendono il loro popolo. Anche loro ci picchiavano. Paghiamo 3000 dollari, altri 4000 dollari. Pagano le nostre famiglie. Non so cosa fa la differenza tra noi e gli altri, è qualcosa di brutto, dividono la gente per etnia, perché noi paghiamo di più. I libici di pelle nera ci vendono ai libici di pelle chiara. Prima una delle nostre ragazze è diventata la bambola del gruppo, come se fosse la loro donna. Lei non è mai partita. È rimasta là a fare il loro giocattolo. Nemmeno dici niente, neppure allora, tieni stretti i pugni, tieni stretta la speranza. Dopo un mese nel Sahara non ce la fai più a parlare, figurati a reagire. Nel Sahara è come arrivare nella casa del diavolo. Ci sono molti di noi qui venuti fuori dalle prigioni. Nel Sahara ci hanno dato in consegna. Non riesco a capacitarmi di quello che ho visto. Erano tutti in contatto al telefono. Uno con l’altro. Quando siamo arrivati in Libia, in terra libica, ho pensato forse sono arrivato. Lì ho trovato altre 150 persone rapite. In Libia di notte hanno preso le ragazze e le hanno trattate come volevano. Il somalo arrestato era lì. Chi provava a scappare era preso a calci con gli stivali in testa o con la cinghia. Cosa hanno fatto alle ragazze non lo voglio neanche dire. Non ci ammazzavano per salvaguardare i loro soldi.

C’era anche il somalo arrestato in Italia. Non è una persona, è il diavolo. Si chiamava Shaital quello che ci ha accompagnato per l’ultimo pezzo di strada. Ho provato a scappare, mi hanno preso e hanno detto “vedi questa pallottola, è per te se lo fai di nuovo”. Peccato che non parlo arabo, li avrei capiti mentre dicevano tante cose. In Libia se scappi non puoi andare dalla polizia perché la polizia lavora con loro. Quando hanno i soldi del riscatto, per loro non vali più niente. Al porto c’erano 340 persone. In Libia si vende e si spaccia gente. Non c’è governo. Prima finisci in mano a quelli del Chad o della Somalia, poi ai libici. Ora hanno arrestato il somalo, spero che col tempo tutti loro paghino. Abbiamo perso l’anima mentre passavamo dal deserto. Prima di partire in barca ci tenevano vicino all’aereoporto che è vicino a una caserma. Tutti sanno lì che succede, tutti vedono. Tutti sanno che succede, è come una scuola. Non so quanti sono rimasti indietro o sono morti. A volte chiedono riscatto anche per le persone morte e chiedono soldi per il loro viaggio in barca. Ho sentito carcerieri che chiedevano i soldi da parenti degli uomini già morti. Almeno sette od otto di loro li conoscevo. Qui a Lampedusa dei rapiti eravamo in dieci. Quattro uomini e sei donne. I quattro uomini sono qui, le sei donne sono rimaste in mare. Le sei donne sono morte in mare il 3 ottobre.

Questa testimonianza è stata resa da un profugo eritreo in lingua tigrina. E’ stata tradotta da un italo-eritreo. I tigrini sono in maggior parte cristiani e abitano la regione in cui si è storicamente sviluppata la cultura Habesha.

Vengo dalla Siria Centrale

Mi chiamo Eyam. Vengo dalla Siria, dalla Siria centrale. Sono arrivato da 25 giorni.

C’è una brutta situazione. Perché non ci dicono quando potremo lasciare l’isola, e non è un posto umano e non c’è da mangiare, niente di buono da mangiare, non si dorme, niente, ma quello che è veramente importante è che dobbiamo lasciare l’isola e raggiungere le nostre famiglie in Siria. Siamo tutti da soli. Quasi tutti. Con le mogli e tutta la famiglia in Siria. Nessuno si preoccupa per sé, se si mangia o no, pensiamo alle nostre famiglie in Siria – si trovano in una situazione pericolosa. E sono senza cibo, senza gas per accendere il fuoco, perché in Siria è inverno adesso, ed è un paese freddo. Così abbiamo detto al direttore del campo, non ci serve cibo, non abbiamo bisogno di dormire qui, vogliamo uscire per aiutare le nostre famiglie, per la nostra famiglia in Siria. Lui non ci ascolta, non ci promette niente, né ci da alcuna speranza di poter lasciare l’isola.

Nessuna data, e noi glielo chiediamo ogni giorno, che vogliamo andarcene, ma loro ci rispondono che non c’è nessuna data.

Scioperiamo a Lampedusa, per il nostro futuro, per me e la mia famiglia, o all’ospedale, o alla morte. Lasciateci tornare alle barche. Dopo la guerra in Siria non ci saranno rifugiati siriani, perché abbiamo un paese bellissimo e una bellissima vita. Ma in questo momento la Siria è in guerra. E la nostra famiglia è lì. Non possiamo portarle in alcun posto perché tutto il mondo ci ha chiuso in faccia le porte. E anche ai palestinesi. Che vivono in Siria.

Ho mangiato un pezzo di pane ieri, ma oggi niente cibo, solo acqua. Il mio amico – sono due giorni che non tocca il cibo. Molti come noi. La stessa data e la stessa situazione. Perché non hanno un posto dove dormire, dove dormire bene, così abbiamo detto alla polizia e al direttore del campo, non vogliamo il cibo, non vogliamo dormire. Sì, lo sciopero della fame, per un futuro buono, o morire o all’ospedale. Perché le nostre famiglie sono in pericolo. Non voglio rimanere qui mentre la mia sorellina… non sono contento di rimanere qui mentre mia sorellina e mia madre e mio padre si trovano in una situazione pericolosa. Mentre una bomba potrebbe ucciderli in qualsiasi momento.

Questa registrazione è stata effettuata all’inizio di novembre, quando il centro accoglienza di Lampedusa ha superato la capienza massima. I migranti, essendo il centro solo di prima accoglienza, dovrebbero sostare non oltre le 48 ore.

A causa del ritardo dei trasferimenti alcuni di loro hanno deciso di compiere lo sciopero della fame.

Voglio andare in Norvegia

Buongiorno. Sono palestinese. Mi trovo qui dal 14 ottobre. Non mangio da ieri perché voglio andare via da Lampedusa. Sono qui da 24 giorni. Io e i miei amici non mangiamo più, siamo circa una sessantina. Ci rifiutiamo di mangiare se non ci lasciano andare. Molte persone si sono riunite. Ieri abbiamo raccolto i tesserini di 60 persone e oggi li abbiamo dati al direttore, perché vogliamo uscire. Perché oggi la polizia ha chiamato molti nomi, ma era gente che è arrivata dopo di noi. Noi siamo arrivati prima di loro. Ecco perché dormo fuori questa notte, perché voglio cominciare uno sciopero della fame e – ha piovuto tutta la notte, ha piovuto moltissimo stanotte. Si stava malissimo. Dormiamo fuori dalla stanza, ma dentro il campo. In 17 abbiamo messo insieme i nostri tesserini e li abbiamo dati all’ufficiale, il quale li manderà a Roma forse. Il direttore è venuto. Chi dorme fuori dal campo andrà domani. Anch’il mio nome in quei 17 nomi. Aspetto il mio nome da 2 settimane. Ogni volta che la polizia chiama i nomi, il mio non c’è tra questi. La polizia fa uscire molti africani e siriani – e solo pochi palestinesi. Non sappiamo perché, ma – questo non è giusto. Io voglio andare in Norvegia perché mio zio si trova lì, e io voglio andare lì da lui. Gente arrabbiata, quella del 14 e 15 ottobre, questi si sono uniti e volevano chiudere il cancello del campo. Ma è arrivata la polizia e li ha fermati. E dopo? Hanno discusso con la polizia, e gridato, e il direttore ha detto che forse domani, o dopodomani, ci sarà una lista per poter uscire dal campo.

Quella notte del 3 ottobre. Il naufragio raccontato da un sopravvissuto

Siamo partiti dalla Libia il giorno 2 ottobre, a mezzanotte, e abbiamo attraversato il Mediterraneo. Il viaggio è durato 24 ore, e dopo siamo arrivati alla costa di Lampedusa, a circa 800-900 metri dalla costa. Abbiamo aspettato perché qualcuno venisse a salvarci, per avere il permesso, lo aspettavamo, ma purtroppo alle 3, eravamo ancora lì, eravamo arrivati alla costa alle 2. E’ stato allora che si sono avvicinate due barche. La più grande delle due si è avvicinata e ha cominciato a girarci attorno, senza gridare niente, hanno semplicemente discusso tra di loro – non so di che cosa parlassero -  poi ci hanno lasciati. C’era chi nella nostra barca li ha identificati come la Guardia, per il colore bianco dello scafo e una parte rossa, e noi abbiamo continuato a sperare che venissero gli aiuti, e tutti dicevano, vedrete che ci hanno visti, adesso torneranno e ci aiuteranno, nessun problema. Abbiamo detto così tra di noi.

Ma per nostra sfortuna, dopo due ore è accaduto il peggio. La barca ha cominciato a riempirsi d’acqua, ci è venuta una grande paura che la barca si riempisse d’acqua, così abbiamo cercato di accendere qualcosa da usare come segnale per chiamare aiuto, perché non veniva nessuno ad aiutarci.

Allora uno degli uomini, il capitano della barca, ha avuto l’idea di inzuppare una coperta di benzina e accenderla come segnale. Ma non appena accesa la coperta è divampata una grande fiamma: tutti a bordo credevano che il fuoco venisse dalla barca, che si fosse incendiata, quindi ci siamo spostati dal lato destro a quello sinistro. In cinque secondi la barca si era già rovesciata e finita sotto acqua. Abbiamo gridato e gridato ma non c’era nessuno che potesse aiutarci. Così ci siamo messi a nuotare.

Abbiamo nuotato per quattro ore, quattro e mezzo, cinque ore, sempre senza vedere mai nessuno, finché attorno alle 7 e mezzo sono arrivati il signor Vito, un pescatore, e i suoi amici, e ci hanno visti, hanno sentito le nostre grida: “Aiutateci, Aiutateci!”. Così hanno cominciato a tirarci fuori dall’acqua, ci hanno salvati in 47. E anche il signor Vito ha chiamato la polizia, e ha chiesto, perché, ha detto, ci sono voluti cinquanta minuti per arrivare fin qui, anche il signor Vito gliel’ha chiesto. Io non so perché.

E’ questa la ragione per cui i miei compagni hanno dovuto nuotare per tre ore, perché non hanno avuto nessun supporto dall’Esercito, sono annegati, sono morti. Questo è stato orribile, e qui non c’è nessun sostegno per noi, non c’è niente per noi qui, nessun aiuto, nessuna clinica, nessun aiuto medico, non so perché, molte persone avrebbero bisogno di cure, soffrono di malattie, chiedono di essere portati in ospedale, ma niente.

La voce dei sommersi

Il 3 novembre del 2013, un mese dopo la tragedia di Lampedusa, le note della “Voce dei sommersi”di Ennio Morricone risuonano per ricordare le vittime. Il Maestro, accogliendo l’invito di Fabrica, ha messo a disposizione la sua musica per ricordare le vittime del 3 ottobre.

La “Voce dei sommersi”, gentilmente concessa da Arnoldo Mosca Mondadori, èstata composta da Ennio Morricone e donata alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti in memoria di tutti i migranti morti in mare al largo di Lampedusa.

Badasso: “È dura crescere un neonato in un campo profughi”

Badasso è originario dell’Etiopia, ma ha trascorso molti anni della in un campo profughi in Kenia.

“Sono etiope, ma nel 2003 sono scappato dal mio paese a causa della sua situazione politica. Sono andato in Kenia, in un campo profughi, dove due anni dopo mi ha raggiunto mia moglie che, proprio per il nostro legame, era stata presa di mira e veniva arrestata continuamente. Nel 2008 è nato nostro figlio: era veramente duro crescere un neonato in un campo profughi. Non c’era abbastanza cibo né acqua, non c’era un’adeguata copertura sanitaria, non potevi sentirti al sicuro, ogni notte c’era qualcuno che moriva e spesso c’erano persone che entravano nel campo per attaccarci”.

Nel 2011 una chance di cambiare: grazie al “Gateway Protection Programme”, un programma di ricollocamento e accoglienza che coinvolge 750 rifugiati l’anno, Badasso e la sua famiglia hanno la possibilità di trasferirsi nel Regno Unito e di ricominciare da lì.

“Abbiamo cominciato una nuova vita in Gran Bretagna. Quando siamo arrivati qui ho sentito che era il posto giusto in termini di uguaglianza e di diritti umani. Adesso non devo preoccuparmi del cibo per me e la mia famiglia e posso accedere facilmente ai trattamenti sanitari. Nel campo profughi sei sospeso, non ci sono opportunità per migliorare la tua istruzione mentre qui ho cominciato dal livello base di lingua inglese ed ora studio all’università. La vita adesso è veramente diversa”.

Badasso, che ha deciso di condividere e diffondere la sua storia tramite il British Refugee Council, oggi vive a Sheffield in Inghilterra dove studia per laurearsi in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale.

Ahmed: “Dalla Somalia a Malta, un incubo lungo 16 mesi”

Ahmed, 31 anni, ha deciso di lasciare il suo Paese, la Somalia a causa dei violenti scontri scatenati dalle milizie del gruppo Al Shabab nella regione di Medina. Al momento di partire Ahmed cercava un posto sicuro per vivere, non immaginava un viaggio lungo 5000 km e 16 mesi, né che avrebbe rischiato la vita attraversando il deserto e il mare.

“Ho lasciato il mio Paese per molte ragioni, per gli scontri etnici, perché non era più sicuro. Il posto più vicino era il Kenya e lì sono andato.

Ho vissuto a Nairobi per due mesi, ma senza documenti non potevo fare niente che mi permettesse di sopravvivere e avevo paura che la polizia keniota potesse arrestarmi. Così ho deciso di spostarmi verso il confine con l’Uganda e, da lì, verso Kampala, dove sono rimasto per un mese. Anche qui però la vita era molto dura. Non conoscevo nessuno che potesse aiutarmi e quando mi consigliarono di andare verso la Libia perché da lì sarebbe stato facile raggiungere l’Europa ho pensato fosse una buona idea”.

A quel punto erano già passati tre mesi da quando Ahmed era partito. Arrivare in Libia da Kampala, significa dover raggiungere il Sud Sudan e attraversarlo, entrare in Sudan risalendo il Nilo su di un’imbarcazione e proseguire fino a Kartoun. Infine, trovare un modo per attraversare il Sahara, che vuol dire quasi sempre affidarsi ai “trafficanti di uomini”. Il viaggio da Kartoun costa 360 dollari. Quando Ahmed parte, viene inserito in un gruppo di 80 persone ammassate in 12 fuori strada; il viaggio nel deserto dura tre giorni e tre notti, ma non conduce alla Libia. Il gruppo di viaggiatori viene scaricato in mezzo al deserto e ceduto a un ricco “signore” dei trafficanti che fissa il nuovo prezzo per riacquistare la libertà: possono pagare 800 dollari oppure morire nel Sahara di sole e di sete.

“Mi ammalai – racconta Ahamed – pensavo di essere vicino alla morte. Eravamo circa 200 all’inizio, cinque di noi morirono lì. Grazie a Dio, un mio connazionale mi diede 200 dollari per completare il mio pagamento. Ci muovemmo da lì verso la Libia ma poco prima di raggiungere Kufra, ci imbattemmo in un gruppo di militari libici che arrestarono i trafficanti e lasciarono noi nel Sahara senza acqua, cibo né ombra. Vennero a riprenderci dopo 24 ore, ci caricarono in un camion e ci portarono a Kufra, in prigione. Lì sono rimasto per 4 mesi, ci picchiavano un giorno sì e uno no”

Approfittando di una momentanea distrazione delle guardie, Ahmed, insieme ad altri tre detenuti, riesce a fuggire dal carcere e a nascondersi nella zona della città dove vivono gli “africaans”: qui trova aiuto e può contattare la sua famiglia per farsi inviare 500 dollari,che gli consentono di raggiungere Bengasi e poi Tripoli.

“La prima volta che la polizia mi fermò a Tripoli per chiedermi i documenti, per errore risposi in inglese invece che in arabo. Mi picchiarono con i manganelli e con il calcio delle loro pistole, mi derubarono e mi intimarono di andarmene. La seconda volta mi portarono in cella: ci sono rimasto per due mesi. Due settimane dopo il rilascio decisi che avrei preso una nave per l’Europa, la Libia era un inferno, non volevo vivere lì. Gli altri pagarono ai trafficanti del mare tra i 400 e i 500 dollari per il viaggio, ma io non avevo soldi. Così raccontai che a scuola avevo imparato la navigazione, che sapevo usare un compasso nautico e mi credettero. In realtà non ne sapevo niente, ma avevo letto qualcosa su Internet a proposito dei Gps e di come funzionano”

Il gommone che lascia Tripoli con destinazione Malta, ospita 55 persone. Ad Ahmed viene consegnato un navigatore satellitare e gli viene indicata una direzione da seguire, ma le condizioni meteorologiche sono critiche. Ben presto l’imbarcazione comincia a riempirsi d’acqua e il panico si diffonde tra l’equipaggio. Si combatte per 10 ore, andando alla deriva, svuotando il mare nel mare, come si può, per quello che si può, sperando in una nave che possa prestare soccorso.

“Il mare ci aveva portato a poche miglia da Tripoli, verso la costa della Tunisia. I militari tunisini che intercettarono la nostra imbarcazione ci chiesero se eravamo diretti verso l’Italia, poi ci picchiarono e ci portarono in un centro di detenzione dove rimanemmo per tre settimane. C’erano anche donne incinte nel nostro gruppo. Alcuni militari ebbero forse compassione e ci lasciarono andare, dicendoci però ma che se ci avessero rivisto in mare ci avrebbero ucciso. Tornai a Tripoli e dopo un mese trovai un altro trafficante che aveva una barca, un gommone, a dire il vero, e avevamo solo biscotti e poca acqua che finì dopo due giorni di navigazione. L’ultimo giorno ho bevuto l’acqua del mare, perché la sete era troppa, ma per fortuna in tre giorni e tre notti arrivammo a Malta, finalmente al sicuro.”

Oggi Ahmed vive a Malta, dove gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato e dove lavora saltuariamente come interprete e traduttore. Il suo sogno, ha raccontato all’UNHCR, che ha raccolto e diffuso la sua storia, è di trasferirsi negli USA e ricominciare la sua vita da lì.

Dal Sud Sudan all’Uganda per dare alla luce la piccola “Fuggiasca”

Martha Anger, 20 anni, è scappata da un piccolo villaggio nel Sud Sudan per salvare la sua vita e quella della bambina che portava in grembo. Sua figlia, che oggi ha 3 mesi, è nata in Uganda, si chiama Nyaring che in lingua dinka vuol dire “fuggiasca”.

“Quei giorni – racconta Martha – hanno lasciato un marchio indelebile nella mia vita. Non avrei mai creduto possibile e non dimenticherò mai quello che mi è accaduto. Alcuni uomini con divise militari sono entrati nel nostro villaggio armati di fucili AK-47. Era sera e i militari hanno ordinato a tutti di uscire dalle case. Erano una decina, forse di più. Hanno cominciato a sparare senza neanche spiegarci perché, quale era il problema, che cosa volevano. La gente scappava correndo in mezzo ai proiettili. A me erano appena iniziate le contrazioni del parto, ma si bloccarono immediatamente. Quello che ricordo è un brivido freddo che mi percorreva la colonna vertebrale mentre cadevo in ginocchio ripetendomi: “Dio avrà pietà del mio bambino”.

Quando Martha riapre gli occhi, capisce che le sue preghiere non la salveranno. Tutti quelli che erano ancora vivi stavano provando a fuggire. Quella che fino a un attimo prima era una strada, era diventata una distesa di corpi e sangue. Il rumore continuo degli spari era rotto dalle grida e dai lamenti.

“È stato in quel momento – ricorda Marha – che ho deciso di sfidare la sorte e provare a fuggire. Ho corso, corso e poi ho corso ancora. Sentivo i proiettili sibilare accanto alla testa ma non mi sono fermata, neanche quando ho sentito che le doglie stavano ricominciando. Ho dovuto farlo quando sono arrivata a un torrente: non potevo più correre, il mio cuore batteva all’impazzata e le contrazioni iniziavano a diventare più forti.”

Martha decide di costeggiare il piccolo corso d’acqua cercando riparo nella foresta, qui incontra altri sopravvissuti come lei, molti sono feriti. Questo breve momento di riposo serve anche per provare ad avere informazioni sui suoi cari, prima di rimettersi in marcia.

“Ho saputo che della mia famiglia undici persone erano morte e nove erano gravemente ferite. Due di queste morirono quella notte, nella foresta. Alle prime luci dell’alba decidemmo di dirigerci verso l’Uganda, le mie contrazioni erano meno frequenti così cominciammo a muoverci. Restammo nella foresta, lontano dalle strade per paura di incontrare gruppi di insorti”.

Marta è arrivata in Uganda il 3 gennaio e poco dopo ha partorito la sua bambina. Oggi vive con lei nello Dzaipi Reception Center.

“Ho ottenuto lo status di rifugiata, sono madre di una bambina che non avrà mai un padre e una nonna, tutto è nuovo per me. Nel centro di accoglienza la situazione è molto dura, ci sono problemi con i vestiti, il cibo, l’acqua. Vorrei tanto che ci fosse un modo per aiutare il mio paese a ritrovare la pace, per ritornare a casa. Il mondo dovrebbe vedere e capire cosa succede in Sud Sudan dove donne, anziani e bambini soffrono a causa della guerra. Non so se incontrerò mai i soldati che hanno assassinato la nostra gente. Se mai succedesse, gli dirò che hanno disonorato il Sud Sudan, ma per tornare nella mia terra, per ricostruire la nostra nazione, sono pronta a perdonare e a riconciliarmi con loro”.

La storia di Marta, raccolta e diffusa da Irinnews è un coraggioso appello a una riconciliazione nazionale che sembra, purtroppo, ancora molto lontana.

In fuga dallo Zimbawe: “Con lo status di rifugiata mi hanno restituito la vita”

Chenzira è originaria dello Zimbawe, nel suo paese era un’insegnante. Quando l’istituto caritatevole nel quale lavorava è stato dichiarato “non gradito” dal regime, Chenzira è diventata un nemico politico del suo paese ed è stata costretta a fuggire per salvarsi la vita.

“Mi sono messa in viaggio senza sapere dove stavo andando né chi avesse potuto aiutarmi. Ho deciso di provarci comunque perché l’alternativa era di aspettare il momento in cui mi avrebbero ucciso. La maggior parte del tempo ho viaggiato a piedi, evitando le strade principali e resistendo alla tentazione di usare troppo spesso gli autobus. Quando sono arrivata in un piccolo villaggio a ridosso del confine ho pensato di muovermi verso la città più vicina, dove, avevo saputo, sarebbe stato possibile unirmi a un gruppo che, come me, cercava di lasciare l’Africa. Dovevo andare fuori dal continente, il governo dello Zimbawe ha buone relazioni con molti stati africani e io non potevo fidarmi di nessun governo, di nessuna autorità”

Appena arrivata in città Chenzira viene avvicinata da alcuni “agenti” che si occupano di aiutare le persone che, come lei, intendono uscire illegalmente dal paese. Il viaggio per l’Europa costa e bisogna farlo “al buio” perché non c’è possibilità di scegliere, né di sapere, la destinazione finale.

“Durante il viaggio diventi vittima ancora una volta, gli “agenti” possono aiutarti ma alle loro condizioni. Non ci è stato chiesto se volessimo andare in Francia, nel Regno Unito o in Olanda, tutto veniva deciso dai trafficanti in virtù del loro giro d’affari.

Io sono arrivata in Inghilterra, mi hanno scaricata vicino a una stazione degli autobus. Non mi fidavo più di nessuno, così per i primi due giorni sono rimasta lì, a dormire sotto un ponte, senza soldi, senza cibo. Il secondo giorno ho conosciuto alcune persone che andavano verso Tesco, due donne divisero il loro cibo con me, mi aiutarono e mi presentarono a una famiglia che mi ospitò per qualche tempo.”

Chenzira trascorre nella sua nuova, provvisoria casa alcune settimane. In questo tempo le vengono fornite cure, cibo e vestiti ma soprattutto le viene dato il tempo per ritrovare la sua fiducia, perché non è facile credere ancora che qualcuno possa aiutarla a ricominciare una vita, a progettare di nuovo il futuro.

“A quel tempo non avevo idea di cosa fosse l’asilo politico e mi sentivo a disagio a dover raccontare agli ufficiali dell’ufficio immigrazione tutto quello che mi era capitato. Mi è stato chiesto più volte se avevo pianificato di venire nel Regno Unito, ma io, cercavo di spiegare, non avevo pianificato niente, ero scappata dall’Africa per salvare la mia vita. Alcuni funzionari credono che tu voglia approfittare del sistema di asilo, ma io stavo solo chiedendo aiuto e ti ferisce sapere che credono tu stia mentendo. Quando ho ottenuto lo status di rifugiata ho sentito che mi veniva restituita la mia vita. Sono libera, se ho bisogno di aiuto so a chi posso rivolgermi, ma la mia vita è nelle mie mani. Io so che cosa voglio e so che sono in grado di ottenerlo. Adesso guardo avanti, ho perduto tanto tempo, ma non sto cercando di riavere indietro ciò che ho perduto, voglio andare oltre, il mio viaggio non è ancora finito.”

Chenzira ha ottenuto l’asilo politico nel 2009, attualmente vive nel Regno Unito dove studia per conseguire una qualifica di assistente sociale. Chenzira ha deciso di raccontare e condividere la sua storia tramite lo Scottish Refugee Council perché possa essere d’aiuto e d’ispirazione per altri rifugiati che, come lei, hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle e scappare.

Faustin, abbandonato a 7 anni con una gamba in cancrena

Faustin aveva solo sette anni quando nel luglio del 2013 è stato abbandonato di fronte all’ospedale di Lilongwe, capitale del Malawi. Il bambino, che mostrava evidenti segni di maltrattamento, era in condizioni di salute critiche, soprattutto per un’avanzata cancrena a una gamba che i medici hanno dovuto amputare per salvargli la vita. La storia di Faustin raccontata per giorni dalle radio locali non è passata inosservata allo staff dell’UNHCR, che ha immediatamente raggiunto il bambino per cercare di ricostruirne la storia e per aiutarlo a muovere i suoi primi passi verso il futuro.

Faustin è nato nella repubblica democratica del Congo, nella tormentata provincia del North Kivu. Nel 2011, in seguito all’uccisione dei suoi genitori, viene condotto in Malawi da suo zio che si rivela ben presto un carceriere invece che un familiare sul quale contare per avere affetto e protezione. Durante il tempo della sua “prigionia”, a Faustin viene negata la possibilità di frequentare una scuola e nelle mani dei suoi aguzzini diventa un servo da utilizzare a piacimento, talvolta gli viene persino rifiutato un pasto e le percosse sono all’ordine del giorno.

Nonostante Faustin sia solo un bambino, decide che è tempo di provare a fuggire, ma avvistato dai vicini di casa viene bloccato e restituito agli zii. Il suo gesto gli vale l’ultimo doloroso abuso, un cavo di metallo stretto alla caviglia per impedirgli di fuggire ancora, un cavo troppo stretto che ben presto gli danneggia irrimediabilmente la gamba. Forse sono state le condizioni di salute del bambino che hanno allarmato i suoi “guardiani”, che dopo averlo abbandonato davanti al Nkhoma Hospital hanno tempestivamente lasciato il paese dirigendosi verso il Mozambico.

I mesi passati da Faustin allo Nkhoma Hospital non hanno solo alleviato le sue sofferenze fisiche ma lo hanno anche aiutato a ristabilire un contatto sano con il mondo degli adulti. Il bambino, riferisce lo staff ospedaliero, ha una grande carica di vitalità e, se non fosse per gli evidenti “segni” che porta sul suo corpo, sarebbe difficile immaginare i traumi e la perdita che ha subito.

Alla fine del 2013, una buona notizia ridà speranza al futuro di Faustin e a quanti hanno seguito con partecipazione la sua drammatica storia: il bambino viene inserito in un programma di ricollocamento negli Stati Uniti destinato ai minori non accompagnati che provvederà ad affidare Faustin a una famiglia che possa accudirlo e soprattutto amarlo. Per Faustin è come un sogno che si avvera, nei lunghi mesi passati in ospedale la sua richiesta più frequente era stata semplice e commovente “voglio una nuova casa e una nuova mamma”.

Era una vera e propria folla quella che ha accompagnato Faustin all’aeroporto il giorno della partenza, c’erano alcuni membri dello staff dell’UNHCR e poi medici e infermieri che lo avevano seguito nei mesi precedenti. Il primario dell’ospedale che gli ha augurato una brillante carriera scolastica non ha considerato quanto fossero diversi i sogni di un bambino: “In America ci sono tanti giocattoli?” ha domandato Faustin ai suoi accompagnatori e in questa domanda c’è la conferma che nonostante la durezza che la vita gli ha riservato il piccolo ha conservato almeno un pezzetto della sua preziosa ingenuità.

Oggi Faustin vive negli Stati Uniti d’America e ha trovato la sua nuova mamma. Il Malawy ospita circa 17.000 tra rifugiati e richiedenti asilo. La maggior parte di loro proviene dalla Repubblica democratica del Congo.

Yonathan: “Nei campi di tortura non sono neppure riuscito a suicidarmi”

Yonathan viene dall’Eritrea, nel suo paese il servizio militare è obbligatorio, rifiutare l’arruolamento è un crimine punito con anni di prigione. Nonostante i rischi, Yonathan, 26 anni, laureato in ingegneria informatica, decide di lasciare il suo paese da “disertore” per ricominciare la sua vita in un altro stato africano. La sua storia è stata raccolta da Irinnews in una lunga telefonata dalla Svezia.

“Il mio piano era di lasciare l’Eritrea il prima possibile, dopo aver finito l’università avrei dovuto arruolarmi nell’esercito, ma mi rifiutai. Mi spostai ad Asmara, la capitale, dove lavoravo illegalmente standomene nascosto. Quando alcuni dei miei amici cominciarono a sparire pensai che potevo essere il prossimo. Dovevo andare via, non mi importava dove, ma sono nato in Sudan e conosco la lingua, così decisi di andare lì. Sapevo che c’era il rischio di essere rapiti per questo ho preferito non affidarmi ai contrabbandieri per la fuga e contare solo su di me e su alcuni amici. Arrivati a Kassala, nella regione est del Sudan, uomini di etnia rashaida provarono a prenderci ma eravamo in sei e riuscimmo a difenderci, poi intervennero i militari sudanesi e ci portarono nel campo profughi di Shagarab”

Al campo profughi Yonathan e i suoi amici capiscono subito di non essere in salvo. I rashaida entrano ed escono dal campo ogni giorno, prendono nota dei nuovi arrivi, mentre le guardie, deputate alla sicurezza del campo, intascano banconote e fingono di non vedere.

“Erano passate tre settimane dal nostro arrivo a Shagarab, era mattina e noi stavamo raccogliendo legna quando fecero irruzione nel campo. Presero me e altri due ragazzi, ci caricarono sui loro veicoli e ci picchiarono poi ci condussero da qualche parte a nord di Kassala dove ci riunimmo ad altri Eritrei che come noi erano stati rapiti. Nei giorni seguenti altri connazionali si aggiunsero al gruppo, finché non fummo abbastanza numerosi da essere considerati una “partita” redditizia.”

Al confine con il Sinai, il gruppo, che ormai è composto da più di trenta persone viene “ceduto” ad alcuni egiziani che con le loro imbarcazioni li conducono ad Aswan, sull’altra sponda del Nilo e poi oltre il canale di Suez. Per trasportarli si servono di un grande tir, di quelli che si usano per il pollame. Dove li portano è il mercato, loro sono la merce.

“Ci divisero e ci assegnarono a diversi trafficanti, io e altri tredici fummo portati in un centro di tortura dove ci chiesero 3.500 dollari per il nostro rilascio. Ci facevano chiamare la nostra famiglia due o tre volte al giorno e durante le chiamate ci colpivano, così che, dall’altro capo del telefono, potessero sentire le nostre grida. I miei familiari e i miei amici sono riusciti a mettere insieme i soldi e hanno pagato per me. Quando i soldi sono arrivati ci hanno fatto salire su una macchina, eravamo stati rivenduti a un altro trafficante, lui di dollari ne voleva 30.000, aveva pagato molto per acquistarci, ci disse, doveva averne un ritorno”

Il secondo campo di tortura in cui Yonathan viene trasportato è l’inferno. Ai detenuti viene data una fetta di pane al giorno e i maltrattamenti e le torture sono programmati, il tempo del dolore è scandito da una turnazione pensata per intensificare il dolore durante le quotidiane telefonate ai familiari. Ci sono anche tre donne detenute insieme a Yonathan, di cui una incinta, e subiscono lo stesso trattamento degli uomini.

“Ci appendevano a testa in giù legati per le caviglie, altre volte per i polsi e ci versavano addosso plastica fusa. Dopo una settimana uno dei ragazzi che era stato rapito con me morì, io stesso ero messo veramente male. Avevo un polso rotto e le caviglie lacerate dalla catena troppo stretta, vedevo poco e facevo fatica a stare in piedi. Sapevo che la mia famiglia non avrebbe potuto pagare 30.000 dollari così persi la speranza. Provai a suicidarmi recidendomi la giugulare con un cavo, ma era troppo vecchio e arrugginito e non funzionò così chiesi a uno dei traduttori che era Eritreo di procurarmi un veleno qualsiasi che potesse aiutarmi a morire ma si rifiutò di aiutarmi. Non potevo fare a meno di pensare a mia madre che riceveva queste chiamate, che non aveva quei soldi e non sapeva cosa fare. Almeno, se io fossi morto non sarebbe andata avanti per mesi.”

Ci sono voluti tre mesi perché la famiglia mettesse insieme la somma necessaria alla liberazione di Yonathan che ormai era in fin di vita, quasi sempre privo di conoscenza, troppo debole per camminare e con le mani parzialmente in cancrena per l’essere rimasto troppo a lungo appeso per i polsi. Dell’ultima parte del suo viaggio verso Israele Yonathan non ricorda nulla, ha perso i sensi dopo pochi metri ed è stato trasportato dagli uomini che condividevano con lui quest’ultimo tratto guidati dal loro nuovo custode, questa volta un beduino. La pattuglia israeliana che si è imbattuta nel gruppo di rifugiati ha disposto l’immediato trasferimento Yonathan presso un ospedale dove è rimasto ricoverato per alcuni mesi.

“Ho contattato la mia famiglia per dire loro che ero vivo ma non gli ho detto delle mie ferite alle mani. Ho perso molte delle mie dita e muovo a fatica quelle rimaste così praticamente non posso usare le mani. Mi hanno detto che è stato fatto tutto il possibile ma che si potrebbe fare di più con qualche intervento di chirurgia avanzata. Sono stato per più di un anno in un ricovero a Petah Tikva a est di Tel Aviv, mi sentivo malissimo perché da una parte ero felice di essere sopravvissuto, dall’altra pensavo che forse sarebbe stato meglio morire perché ormai ero destinato a dipendere dagli altri. Io avevo sempre contato solo su me stesso e odiavo chiedere aiuto agli altri. In Israele quelli come me li considerano “infiltrators” e non importa quante volte abbia raccontato ciò che mi era successo. Col tempo capii che non mi sarebbe stato possibile fare richiesta d’asilo e che la legge permetteva al governo di arrestarmi e tenermi in detenzione per più di tre anni. Questa situazione mi atterriva perché dopo tutto ciò che avevo subito venivo trattato come un criminale. Volevo andare via ma non avevo il passaporto e in quanto disertore non potevo rivolgermi alla mia ambasciata.

Stavo parlando con alcuni giornalisti della mia storia quando conobbi alcuni attivisti europei che mi hanno invitato a Bruxelles nel dicembre 2013 per raccontare la mia storia al parlamento Europeo.”

 

Oggi Yonathan ha 28 anni e vive in Svezia dove sta ultimando l’iter che gli consentirà finalmente di ottenere lo status di rifugiato. Grazie a una rete di donatori tedeschi potrà accedere a trattamenti chirurgici per le sue mani non appena avrà regolarizzato il suo status.

Daniel, 20 anni, rifugiato: “Dentro di me una tragedia senza fine”

Daniel è arrivato in Europa dall’Africa occidentale, aveva solo 16 anni quando un taxi lo ha lasciato davanti alla sede dello Scottish refugee council. A quel tempo Daniel era completamente solo in un mondo estraneo, sapeva a mala pena dove si trovasse e non parlava neanche una parola d’inglese.

“Io sono arrivato nel Regno Unito accompagnato da un agente, lui mi ha portato dall’Africa a Londra e infine a Glasgow. Alla stazione ha pagato un tassista per portarmi alla sede del SRC ed è andato via. Prima di lasciare l’Africa non avevo mai visto quell’uomo, era stato mio zio ad affidarmi a lui, per salvarmi. Mio padre era membro di un partito di opposizione e così scappò via prima che il governo lo facesse uccidere, ma le forze governative vennero a cercarlo nel nostro appartamento, arrestarono me, mia madre e mio fratello ed appiccarono il fuoco alla nostra casa. Ci hanno rinchiuso in una prigione, poi mia madre è stata spostata e non l’ho mai più rivista. Non so neanche che cosa ne sia stato di mio fratello, io sono riuscito a scappare perché mio zio conosceva una delle guardie, ma non è riuscito a farci uscire entrambi.”

Daniel viene assegnato ai servizi sociali e per otto mesi alloggia in un pensionato per senza tetto, dopo alcuni colloqui con funzionari del ministero degli interni si decide a compilare il questionario destinato ai richiedenti asilo.

“Io non capivo quanto fosse importante ottenere l’asilo- “Asilo” era una parola che mi disorientava. Ero un ragazzino, ero spaventato e pensavo solo che volevo tornare a casa. Adesso ho rivoluzionato la mia vita, ho un titolo di studio e una qualifica professionale, ma quello che ho passato è sempre nei miei pensieri. Anche adesso che le cose nella mia vita vanno un po’ meglio mi porto dentro una tragedia senza fine”

Oggi Daniel ha 20 anni, vive a Glasgow e gli è stato riconosciuto l’asilo politico. Ha deciso di condividere e diffondere la sua storia tramite lo Scottish Refugee Council perché leggerla potesse essere di aiuto ad altri. La croce rossa grazie al suo ufficio ricerche lo sta aiutando a rintracciare i suoi familiari.

La vita del richiedente asilo: in un limbo, senza poter lavorare

Nel suo paese, la Repubblica del Congo, Patricia era un’infermiera pediatrica, lavorava all’ospedale e nella farmacia di sua madre. “È stata uccisa – spiega Patricia- perché non condivideva l’operato del governo. Mio marito decise a lasciare il Paese per salvarsi la vita, perché anche lui era membro del partito d’opposizione”

Patricia nonostante le difficoltà decide di restare e con coraggio resiste per cinque anni, ma nel suo Paese le “colpe politiche” della sua famiglia sono un marchio che è pericoloso portarsi addosso. Così nel 2003, anche Patricia si vede costretta a partire: decide di dirigersi nel Regno Unito per richiedere l’asilo politico. “All’inizio all’ufficio migrazioni non credettero alla mia storia e mi rifiutarono l’asilo. La vita da richiedente è molto frustrante, non ti è permesso di lavorare né di frequentare corsi full time. A vivere così si può diventare matti”

Dopo aver trascorso i suoi primi anni in Regno Unito passando da un centro di detenzione a un altro si è trasferita a Glasgow, dove grazie all’aiuto e al supporto dello Scottish Refugee Council ha ottenuto finalmente l’asilo politico e ha potuto constatare quante donne come lei avessero ancora bisogno di essere aiutate. Oggi Patricia fa parte del Refugee Women’s Strategy Group che si occupa di informare e aiutare le donne per tutti gli aspetti concernenti il diritto d’asilo ma anche di incoraggiarle e sostenerle psicologicamente.

“Col nostro lavoro possiamo cambiare le cose, grazie a una nostra richiesta, per esempio, abbiamo ottenuto per le donne richiedenti asilo in Scozia, l’attivazione di un programma di assistenza all’infanzia che metta le madri in condizione di partecipare liberamente ai colloqui organizzati dall’ufficio immigrazione. Io ho finalmente finito il mio iter burocratico ma voglio continuare a collaborare con il gruppo per aiutare altre persone. Qui mi hanno insegnato a vedere che non sono la sola.”

Berthe Patricia Nganga ha 44 anni e viene dalla Repubblica del Congo. Nell’agosto del 2011 le è stato riconosciuto l’asilo politico. Oggi vive a Glasgow dove è membro del Women Strategy Group, gruppo sostenuto dallo Scottish Refugee Council.

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