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Buba ricorda la Libia: “Meglio morire che stare nella prigione di Zlitan”

Appena entri In Libia capisci subito che tutto è un business, anche la vita degli “Africans”. Se hai abbastanza soldi per pagare la polizia, ti lasciano andare altrimenti ti portano in un magazzino o in un garage e ti danno botte. Se hai qualcuno che possa mandarti dei soldi devi resistere solo il tempo d’attesa di un money transfer ma se non c’è nessuno che può aiutarti allora puoi solo sperare che si stanchino di torturarti prima che tu muoia e allora a volte ti lasciano libero di andare.

Altre volte ti trasferiscono nella prigione di Zlitan e forse morire è meglio. Zlitan in Libia la conoscono tutti, Zlitan è la paura. Chi prova a ribellarsi o a fuggire viene punito duramente. A volte ti appendono a testa in giù e poi ti battono coi bastoni, come se fossi un sacco, oppure ti legano a un tavolo e ti frustano sotto le piante dei piedi. All’inizio c’è solo il dolore ma poi, se vanno avanti troppo a lungo, dopo non sei più un uomo, gli occhi diventano vuoti e ti dimentichi di essere vivo.

Quando ho lasciato la Libia non ho versato neanche una lacrima. Sulla barca eravamo in quindici, c’erano anche una donna incinta e un bambino. Poi il mare è diventato nero, la barca si è rovesciata e tutto quello che sapevo non valeva più niente. Il mare non le capisce le cose della terra, i vestiti e le scarpe diventano pesanti e ti tirano giù. A Lampedusa ci siamo arrivati in otto, nudi. Io non lo ho mai saputo come si chiamavano la donna e il bambino e non lo saprò mai.

Oggi vivo a Torino nelle case occupate dell’ex Moi, l’Italia non è come la Libia però anche qui vale poco la vita degli “Africans”.

In Italia ti prendono le impronte e ti assegnano un numero. Ti dicono che sei un rifugiato, ti danno un documento e ti chiudono in un centro di accoglienza. Poi il centro chiude e ti ritrovi per strada, -il progetto è finito- e scopri che “protezione internazionale” sono solo due parole scritte vicino.

Buba ha 30 anni e viene dal Gambia. Nel marzo del 2013, a Torino, ha dato vita insieme a centinaia di rifugiati all’occupazione abitativa ex Moi dove risiede. Attualmente studia per conseguire il diploma di terza media e diventare un elettricista.

The story of Bishara / Torino, ex-MOI

Bishara ha 27 anni e viene dal Ciad. Dal 2013 vive presso l’ex MOI di Torino, dove, insieme a centinaia di altri migranti, ha trovato un luogo in cui vivere dopo la fine della cosiddetta “Emergenza Nord Africa”.

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La sua condanna è aver dovuto scegliere quali salvare e quali lasciar annegare.

La sua condanna è aver dovuto scegliere quali salvare e quali lasciar annegare. Ancora non si dà pace. Marcello Nizza, un lavoro nuovo ogni stagione, la notte del 3 ottobre era in mare al largo di Lampedusa con un gruppo di amici. Alcuni pescavano, lui voleva solo godersi la serenità della notte stellata sopra le onde. Lampedusa per tanti anni era stata la meta delle sue vacanze, ma questa volta era diverso. Si era trasferito dopo l’estate con l’intenzione di stabilircisi a vivere, aprire un’attività nell’isola dei suoi sogni. Sei mesi di lavoro coi turisti e sei mesi di mare. Ma non aveva fatto i conti con il canale di Sicilia e con i sogni che 500 disperati cercavano a Lampedusa la notte di quel 3 ottobre.

Con i suoi amici, ne ha salvati 47 quella notte. Li ha strappati alle onde mentre si dimenavano, afferrando disperatamente braccia unte di carburante che scivolavano, scivolavano, scivolavano.

Hanno stipato la barca fino a quando non si sono accorti che ondeggiava pericolosamente. È stato terribile, con il mare ancora pieno di persone che chiedevano aiuto, dover decidere di andare verso la costa per non morire tutti. È diventato un eroe, ha preso medaglie, rilasciato interviste, suscitato commozione e ammirazione.

Non sono però i 47 salvati quelli che hanno accompagnato le sue notti di questi mesi. Sono tutti gli altri: le braccia che si agitavano in lontananza che vedevi un attimo e poi non vedevi più. Le braccia afferrate e poi scivolate in acqua. “Il problema – racconta dopo essere scappato per qualche mese da Lampedusa – è che ero a prua. Davo io le indicazioni all’amico che era al timone. E le mie indicazioni hanno determinato chi è stato salvato e chi sommerso. Mi porto addosso una responsabilità terribile”.

Il naufragio del 3 ottobre è stato anche il naufragio delle sue certezze, la chiara prova di quanto ciascuno di noi sia impotente, un punto di non ritorno. “Sono tornato qualche mese a casa mia, a Catania. Avevo bisogno di allontanarmi da Lampedusa, da quella notte”. Uno psichiatra lo chiamerebbe probabilmente disturbo da stress post-traumatico, la malattia che ha colpito tanti soldati americani dopo la guerra del Golfo, ma Marcello non ne vuole sentir parlare. “Mi sono aiutato da solo, mi hanno aiutato i miei amici. Devo concentrarmi sui 47 che siamo riusciti a salvare”.

Cinque mesi dopo Lampedusa è un’isola senza immigrati. Dopo lo scandalo della disinfestazione dei migranti trattati come animali, il Centro di primo soccorso e accoglienza ai margini del paese è stato chiuso per ristrutturazione. Al lavoro ci sono decine di operai che costruiscono un nuovo padiglione, presidiati da carabinieri e soldati. Lungo la rete di cinta, nel filo spinato rimangono attaccati brandelli di vestiti e dei teli termici argentati. Tra i rovi scarpe da ginnastica spaiate. Tutto quel che rimane dopo la pulizia.

Per le strade dell’isola, nei bar e in piazza ci sono più forze dell’ordine che pescatori, il bungalow del villaggio turistico La Roccia ospitano i carabinieri, nella piazzetta sopra il porto stazionano le cinque camionette mimetiche dell’esercito, i soldati sono alloggiati nell’albergo accanto. Al porto vecchio la notte i pescherecci sono illuminati dal grande neon dell’insegna della Guardia di Finanza. Nei bar incontri i poliziotti di Frontex, mentre in mare ci sono le navi della Marina che presidiano quel muro invisibile che separa le coste dell’Africa dall’Europa. Se riesci a superarlo puoi chiedere di diventare un rifugiato, altrimenti rimani solo un disperato come tutti gli altri. A marzo non ci sono sbarchi, il mare è troppo grosso, e le poche imbarcazioni che tentano di attraversare il canale di Sicilia vengono tutte intercettate.

Soltanto dopo cinque mesi Marcello ha trovato la forza di superare il suo incubo e di tornare nell’isola che ha scelto come luogo per vivere. Chissà se riuscirà ancora a godersi le stelle sopra le onde.

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Sekou Camara

Mi chiamo Sekou e ho 26 anni. Sono arrivato in Italia passando per Lampedusa, ma non ricordo niente di quell’isola perché quando ci sono stato pensavo di essere morto. Prima che tutto cominciasse ero a Tripoli, stavo lavorando in un cantiere come muratore quando i miliziani di Gheddafi mi hanno prelevato. Non sapevo che cosa mi avrebbero fatto, se volevano costringermi a combattere la loro guerra o rinchiudermi in una prigione. Non feci domande quando mi presero: avevo paura dei loro fucili e forse anche delle risposte. Ho scoperto che la mia prigione sarebbe stata un peschereccio e la guerra che mi aspettava era il mare. Il mio posto era sotto, nella stiva, dove non si respirava e dove la puzza del pesce era insopportabile. Non riuscivamo nemmeno a stare asciutti: lottavamo contro il mare che entrava dentro buttandolo fuori a secchiate da un piccolo oblò. Eravamo in mare da due giorni quando la barca si è fermata. Era notte. Intorno a noi c’erano solo acqua e cielo. “Colpa del diavolo”, sussurrava qualcuno. Man mano che passava di bocca in bocca, nel buio, il diavolo da parola si faceva verità e terrore. Abbiamo deciso di raccogliere tutto quello che avevamo, soldi, anelli, bracciali, e di consegnarlo al mare. Speravamo che il demonio si accontentasse e ci lasciasse ripartire. Alle prime luci dell’alba abbiamo cominciato a muoverci di nuovo. Non mangiavamo e non bevevamo da due giorni, ma eravamo pieni di speranze perché sapevamo che ormai mancava poco. Ma dopo un altro giorno e un’altra notte di navigazione non vedevamo ancora terra. Ormai anche la nafta che alimentava il motore era finita. Fu in quel momento che un pensiero mi entrò nella testa: sarei morto. Per quanto mi sforzassi di allontanare questa paura, non potevo scacciarla dalla mia mente. Saremo morti tutti. Il pensiero si ingrandiva dentro di me prendendo tutto lo spazio e alla fine non c’era niente al di fuori di quello. La mia bocca può parlare tante lingue, conosco il francese, l’inglese, l’arabo, il wolhof, il pulaar, ma non riuscivo più a pronunciare nessuna parola perché non ce n’è una che abbia un senso quando sai di essere già morto. Non lo so quanto tempo è passato dopo. Le voci, le persone non esistevano più, non esisteva più il mare, la puzza e la sete e la terra d’Europa che non appariva mai. Forse ero io che non esistevo più.

Il mio cuore si è fermato mentre ci salvavano. “Arresto cardiaco”’ hanno detto i medici. Di Lampedusa ricordo solo l’elicottero che mi ha portato via dall’isola. A Roma, sono stato due mesi in ospedale senza trovare mai niente da dire. Non c’era una parola, una sola, in tutte le lingue che conosco, che potesse dare un senso a quello che avevo vissuto.

Sekou Kamara è originario della Guinea, è arrivato a Lampedusa nel 2011. Dopo una lunga riabilitazione in ospedale ha trovato un alloggio a Roma dove ha vissuto per un anno lavorando come gommista. Ora vive a Torino e sta cercando un lavoro.

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La storia di Vitalis

Mi chiamo Vitalis e in questo paese non ci volevo venire. Io non ho pagato nessun biglietto, ho scelto il mare quando i soldati di Gheddafi, con le canne dei fucili premute sulla mia faccia, mi hanno chiesto di scegliere tra una barca e un proiettile. Partire o morire. Arrivato a Lampedusa ero esausto, il viaggio era durato 5 giorni e non mi domandavo cosa mi riservasse il futuro, mi bastava essere con i piedi sulla terra ferma, con il mare alle spalle. Nei due mesi passati nel centro di Manduria ci dicevano che quella era una destinazione provvisoria, che dovevamo avere pazienza, ci presero le impronte e ci assegnarono un numero. Poi, un giorno che non arrivava mai, con i pullman ci hanno trasferito in Piemonte, a Settimo Torinese. La nostra nuova casa si chiamava hotel Giglio.

Al Giglio il tempo era sempre vuoto, potevamo sopravvivere ma ogni giorno eravamo meno vivi. Avevamo un letto e pasti caldi e giorni tutti uguali ma noi non siamo animali d’allevamento, siamo uomini. Il 23 gennaio scoppiò la rivolta, eravamo esasperati dal niente, quel giorno bloccammo la strada fuori dall’hotel e arrivò la polizia, gli operatori erano tutti scappati ma noi non volevamo fare male a nessuno, solo volevamo gridare che siamo anche noi uomini, che vogliamo vivere. Dopo la rivolta sono stato espulso dal Giglio, era freddo in quei giorni e scoprii che tanti come me erano per strada. I campi stavano chiudendo, e noi, venuti dalla Libia ce ne stavamo per le strade, nelle stazioni a congelare.

Quando mi dissero che un gruppo di rifugiati stava pensando di occupare delle case, che c’erano degli italiani disposti ad aiutarli, ho voluto unirmi a loro perché non voglio essere accudito, voglio la possibilità di prendermi cura di me, di sentire che sono io a decidere del mio futuro.

Oggi queste case sono una piccola Africa, siamo in seicento qui, veniamo da 25 paesi diversi e stiamo imparando a vivere insieme. All’inizio i ghanesi volevano stare solo con i ghanesi e non si fidavano di nessun altro e così era per i nigeriani, per i maliani per gli eritrei. Ora etiopi e tuareg bevono il tè insieme, sudanesi e ghanesi si dividono le spese e i pasti. Siamo tutti uguali qui, siamo quelli venuti dalla Libia, i sopravvissuti. Neanche adesso è semplice, viviamo senza acqua calda e senza riscaldamento, ma questa è la nostra casa e non è solo un posto in cui stare perché da qui abbiamo smesso di farci trattare come dei bambini e siamo pronti a combattere per i nostri diritti e la nostra dignità.

Vitalis ha 28 anni ed è nigeriano, è arrivato a Lampedusa il 13 agosto del 2011. Dopo la chiusura dei centri d’accoglienza dell’Emergenza nord Africa, si è ritrovato per strada pur essendo titolare di protezione internazionale. Insieme ad altre centinaia di rifugiati ha dato vita, nella città di Torino all’occupazione abitativa EX MOI dove attualmente risiede.

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Alla ricerca di un posto per la felicità

Mi chiamo Samuel e spero che almeno questo sia il mio posto. Prima stavo a Yaoundè in Camerun, vivevo in una casa al primo piano, nella zona del mercato. Sotto, vendevo camice, pantaloni, vestiti. La gente del mercato mi conosceva e io conoscevo tutti. Quando il governo decise di costruire una nuova super strada scoprimmo che le nostre case e i nostri negozi sarebbero stati demoliti. Fu allora che decidemmo di protestare, tutti i commercianti della zona, insieme, per chiedere almeno un altro posto dove andare. Questo al governo non piacque e io scoprii in una manciata di ore di essere diventato un criminale politico. Fuggii dal mio Paese di notte, dirigendomi verso la Nigeria. Dio non poteva avermi abbandonato. Forse voleva solo dirmi – mi ripetevo – che quello non era il mio posto. In Libia decisi di fermarmi. No, non ho mai pensato che fosse il posto giusto, ma erano passati mesi dalla mia partenza, avevo attraversato la Nigeria, il Niger e l’Algeria, ero esausto e senza un soldo. Imparai il mestiere del gesso e degli stucchi, fare il decoratore mi piaceva, mi innamorai di una donna e andammo a vivere insieme. In Libia uno straniero può essere quasi felice, felice no. C’era il lavoro, ma non c’era nient’altro per noi, gli arabi ci chiamavano africani, come se loro non lo fossero. Non mi importava, pensavo solo a mettere da parte un po’ di soldi per poter andar via e ricominciare altrove.

[twitter_share]Non sai mai quando è l’ultimo giorno: la mattina esci di casa e quando la sera ritorni c’è solo un cratere e macerie e polvere. Dicono sia stato un missile ma non ho mai saputo chi lo ha lanciato e perché.[/twitter_share]

Quando è scoppiata la guerra, anche gli africani sono diventati il nemico: i ribelli ci accusavano di essere miliziani di Gheddafi, i realisti di combattere con i ribelli. Chiunque ci avesse incontrato avrebbe avuto i suoi motivi per ucciderci, così fuggii ancora, ancora di notte. Durante la traversata non pensavo a niente, solo mi ripetevo che la Libia, di certo, non era il mio posto. Da Tripoli a Lampedusa il viaggio fu tranquillo, dopo una notte di navigazione, alle prime luci dell’alba sbarcammo sull’isola.

Mi ricordo gli uomini della Croce rossa e tanta gente che correva di qua e di là sul molo. L’Italia non è come l’avevo immaginata: non c’è lavoro e a volte sugli autobus ti guardano come se non fossi il benvenuto. Io però penso che forse questo è il mio posto, che un senso ci deve essere, che forse sono qui anche per i miei fratelli, per i nostri diritti. Forse sono qui anche per raccontare la mia storia, perché non vada perduta. Samuel Pieta è arrivato in Italia nel 2011, cessato il programma di emergenza nord africa si è ritrovato, pur essendo un rifugiato munito di regolari documenti,ancora una volta per strada e senza casa. Insieme ad altre centinaia di rifugiati ha dato vita, nella città di Torino all’occupazione abitativa EX MOI dove attualmente risiede.

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Ho lasciato mio fratello in mare perché ho pensato che per mia madre sarebbe stato terribile perdere due figli

Sono stati gli italiani ad aver costruito la mia città, Elabaned, in Eritrea, dove sono nato 28 anni fa. Per chi lo ha dimenticato, eravamo colonia di Roma. Sono il primo migrante della mia famiglia e sono un biologo marino. Passavo la vita a parlare coi pesci. A sezionare alghe, studiare le rotte dei banchi, analizzare microrganismi in mare. Un giorno dopo l’altro collezionavo segreti dalle onde ricamate del vento. Cosa c’era oltre il mare, era quello che ancora non sapevo e non chiedevo, era l’ultimo mistero da svelare. Per farlo, non c’era alternativa.

Dalla prospettiva della terraferma credevo di conoscere il mare e lo guardavo dall’alto in basso. Lo dovevo fare per il mio Paese, sotto leva obbligatoria, che comincia quando hai 18 anni e finisce quando sei morto. Il mio salario era zero e a volte meno. Ma a questo, non c’era alternativa. Così ho cominciato a camminare. La mia fortuna era sapere verso dove. Dopo tre giorni senza sosta di polvere e sole, sono arrivato in Sudan. Lì c’era Samuel, mio fratello, meccanico. Venticinque anni passati a sperare. Costa 1600 dollari a testa la speranza fino a Tripoli, Libia. Io e mio fratello ci siamo arrivati. Chiusi in una casa con altri 500 eritrei, circondati da uomini e fucili, abbiamo aspettato. Sì, era terribile. Ma mi sono fidato, perché non c’era altra alternativa. Anche se in quella città c’era, il mare non lo vedevo. Sono rimasto un mese senza neppure uscire a cercarlo. Da quella casa poi siamo partiti: altri 1600 dollari costa la seconda speranza sul peschereccio. Dopo ore di navigazione due barche di notte sono apparse: una ci ha  navigato intorno, a 20 metri di distanza. E così noi, in 500, a denti stretti, nella notte più nera abbiamo sorriso. Era come se il buio fosse già finito perché avevamo smesso di avere paura. “Siamo salvi”, abbiamo urlato. “Torneranno indietro a prenderci”, ho detto a Samuel. “Il mare lo vedrò di nuovo dalla terraferma”, ho pensato. Dopo più di un’ora abbiamo capito che nessuno ci avrebbe salvato. A un miglio dalla costa di Lampedusa abbiamo bruciato una coperta per farci vedere. Era come accendere una candela nel baratro. Una luce nel niente. Ma non c’era alternativa. [twitter_share]La coperta ha preso fuoco e ci siamo spaventati. Ci siamo spostati tutti su un lato solo e così è colata a picco. Chi di noi era ancora vivo ha cominciato a nuotare. Non si può piangere acqua nell’acqua.[/twitter_share]

Dopo tre ore di bracciate mi sono voltato e ho visto che mio fratello che dietro ansimava. Quando mi sono voltato mi ha detto: “Vai, Zerit. Vai avanti, tocca terra, chiama casa”. Ha detto: “Bye, Zerit”. E io, che stavo per svenire in mare, che non sono stato capace di nuotare per due, ho pensato che sarebbe stato terribile per mia madre perdere due figli in una notte sola. E ho lasciato mio fratello. Gli ho detto: “Bye, Samuel”. Io, Zerit, sono vivo perché mio fratello è morto.

L’ultimo saluto gliel’ho dato quando al campo mi hanno mostrato la foto segnaletica di un cadavere gonfio d’acqua. Io che passavo la vita a studiare il mare, che esploravo fondali e distinguevo i suoni  delle conchiglie, non riconoscevo mio fratello. Così lui è morto un’altra volta. Il giorno del suo funerale non potevo aspettare il risultato del test del Dna che mi avrebbe detto: “Sì, quello è tuo fratello Samuel”.

Quelli della tv mi chiedono quanto sono triste, se lo sono di più se guardo il mare. Datemi voi una risposta. Ditemi perché io non c’ero al funerale di mio fratello. È stato come lasciarlo in acqua di nuovo. Così ho abbandonato Samuel la terza volta. Al campo rifugiati il giorno del funerale a cui noi, fratelli, sorelle, padri e madri dei morti non siamo stati invitati, ci abbiamo messo un minuto a decidere e unirci tutti.

Quando abbiamo capito che non potevamo andare ad Agrigento, che ci sarebbero stati sconosciuti a gettare un fiore su bare di legno pregiato, mentre altri corpi erano rimasti ancora incastrati nel legno marcio del barcone, abbiamo capito che loro stavano morendo un’altra volta. Abbiamo aperto i cancelli dietro i quali ci volevano tenere chiusi anche quel giorno, abbiamo pregato quattro ore, abbiamo tenuto tra le dita fiori selvaggi che crescono attorno al campo. Quando l’ora di ricordare la tragedia è arrivata siamo andati tutti verso il mare. È al mare che ho chiesto di Samuel. Aspettando che mi svelasse quest’ultimo segreto, o che almeno la sua anima quel giorno tornasse indietro.

Ora io il mare non lo guardo più in faccia. Andrò ovunque per stare lontano da quest’isola e dall’Italia. Non voglio vivere nella terra dove c’è chi ha lasciato che mio fratello si addormentasse tra le onde. Non chiamateci vittime migranti, noi siamo solo sopravvissuti. Io sono vivo perché mio fratello è morto. Questa è la verità e voi non l’avete ancora detta ad alta voce. Forse gli italiani questo lo vogliono sapere. Se anche non vogliono, devono saperlo lo stesso. Di storie come queste ce ne sono 157 al campo. Voi dovreste conoscerle tutte.

Zerit è nato in Eritrea 28 anni fa. Dopo essersi laureato in scienze marine ha deciso di raggiungere suo fratello Samuel in Sudan, con lui proseguire per la Libia e da Tripoli sfidare il mare per raggiungere le coste italiane. Samuel è morto in mare il 3 ottobre 2013 a un’ora di nuoto dalla costa. Zerit ha toccato terraferma a Lampedusa.

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Non sapevo che dare le impronte digitali sarebbe stata la mia condanna

Mi chiamo Kaou e vengo dal Mali. Sono arrivato a Lampedusa nel 2011 da Tripoli perché non avevo altra scelta. Quando è scoppiata la guerra volevo andare verso l’Algeria e ritornare nel mio Paese, ma Tripoli era sotto assedio e non si poteva uscire né entrare. Un giorno un mio amico mi ha detto che aveva deciso di attraversare il mare e andare in Italia e sono andato con lui. A maggio sono arrivato a Lampedusa, mi hanno messo nel campo, non mi hanno trattato male, ma eravamo tanti lì dentro, troppi. I giorni passavano e arrivavano sempre nuovi rifugiati e nessuno ti spiegava cosa sarebbe successo o quanto tempo saremmo rimasti lì. Io sapevo che in Europa avevamo dei diritti e che potevano darci un documento. [twitter_share]Quello che non sapevo, mentre mi prendevano le impronte digitali, è che non avrei potuto più lasciare l’Italia, che mi avrebbero spostato in un campo e poi in un altro e alla fine mi sarei ritrovato in strada.[/twitter_share]

I centri di accoglienza sono sempre nascosti, lontani dalle persone. Io volevo conoscere gli Italiani e capire la vita qui, ma sembrava che noi dovessimo avere una vita a parte. Prima, non sapevo tante cose. Credo che molti Italiani non le sappiano ancora. Quando stavo nel campo di Settimo Torinese, alla Croce rossa davano 42 euro al giorno per ogni rifugiato e quando è arrivato il freddo non potevamo avere neanche un giaccone. Per comprare il mio ho lavorato una settimana. Il mio capo era marocchino, io uscivo la mattina con il carrello e raccoglievo la plastica dai cassonetti, dalle 5 del mattino alle 5 del pomeriggio. Per una settimana di lavoro ti pagava 40, 50 euro. Con quei soldi ho comprato un giubbotto al mercato di Porta Palazzo. La fine dell’emergenza nord Africa non era la fine dei nostri problemi, era solo la fine dei soldi. “Il campo chiude, voi tra una settimana siete fuori”. Era febbraio e faceva ancora freddo, così ho cominciato a dormire nelle stazioni e nei dormitori, poi ho deciso di scappare in Francia per trovare un lavoro e un posto fisso per dormire. In Italia però o i documenti, ho la protezione internazionale, in Francia, invece, ero un clandestino. Ho lavorato come imbianchino, in nero, per qualche mese, poi sono dovuto tornare. “Le tue impronte sono in Italia”. ti dicono e ti riportano a Ventimiglia. In Libia comunque è molto diverso, lì gli stranieri non hanno diritti né documenti. Puoi lavorare, la polizia finge di non vederti, ma se un libico ti colpisce senza motivo sei tu che vieni arrestato perché essere stranieri è una colpa più grande. In Italia dicono che siamo tutti uguali e noi abbiamo tanti diritti, però troppe volte non vengono rispettati, così certe volte è anche un po’ uguale.

Kaou ha 25 anni ed è maliano. E’ arrivato a Lampedusa nel maggio 2011 e non può tornare nel proprio paese perché durante la sua permanenza in Italia il Mali è sprofondato in una sanguinosa guerra civile. Attualmente risiede a Torino e non dispone di una dimora fissa.

Una vita da invisibile

Mi chiamo Hassan e vivo a al Lingotto di Torino, anche se qui, tutti chiamano ‘Ex Moi’ il posto dove vivono i ragazzi stranieri. Forse a nessuno interessa sapere come vivono, ma io sono uno di loro e voglio raccontarlo. E’ difficile vivere così, giorno dopo giorno, senza lavoro, senza riscaldamento, senza acqua calda. Noi non siamo qui di nascosto, siamo arrivati dal mare, a Lampedusa, a Pozzallo; abbiamo tutti i documenti e questo rende la nostra situazione più assurda e noi sempre più stanchi. [twitter_share]A volte ho pensato di andare in un altro paese, dove si può vivere meglio, ma le nostre impronte sono qui e abbiamo dovuto scoprire la convenzione di Dublino e capire che non possiamo lasciare l’Italia.[/twitter_share]

La Dublino uccide e io mi chiedo come può l’Europa avere una legge per far morire poco a poco gli stranieri come noi, che siamo solo poveri, che non abbiamo potuto vivere nei nostri Paesi per la guerra o per la fame. Noi non sapevamo che avremmo trovato questo dall’altra parte del Mediterraneo. A volte quando cammini ti accorgi che qualcuno sta cambiando strada perché ti ha appena visto, forse ha paura del colore della nostra pelle o ricorda che qualcuno una volta lo ha derubato. Tra noi ci sono persone buone e cattive e anche tra gli Italiani è così, ma io non cambio strada. Questa cosa non ha senso. Prima dell’Italia, non avevo mai visto questa cosa. Vorresti fermarti e gridare: “Vieni qui, voglio raccontarti la nostra verità”, ma forse correrebbero solo più veloce e allora stai zitto e pensi che non era il momento più adatto per dirlo. Ho deciso che voglio scrivere, raccontare a tutti, anche a noi stessi, la nostra storia. Forse con delle poesie o con uno spettacolo teatrale. Non scrivo perché diventi famoso il mio nome, il mio nome non è importante, vorrei che tutti lo dimenticassero e ricordassero solamente quello che è scritto e che è stato scritto da uno di noi. Spero che tanti che vivono come me avranno voglia di fare lo stesso. La verità su di noi è nascosta, invisibile. Molti neppure si chiedono “perché quello lì rovista tra i rifiuti? Perché raccoglie le cose che per gli altri non sono più buone?”. La verità su di noi è fa male, per questo nessuno la vuole sentire ma noi non possiamo più aspettare, dobbiamo, per forza, trovare il momento più adatto per dirla. Hassan è somalo, è arrivato a Lampedusa da Tripoli nel 2008 e risiede a Torino dal 2010. Oggi il suo sogno è di diventare uno scrittore. Attualmente sta lavorando alla stesura di monologhi teatrali sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione.

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Sto per diventare un uomo libero

Sono migrato a ottobre 2013. A mare si fa la morte dei topi, come sotto le bombe. Anche se è vostro quel mare, coi polmoni, ce lo siamo bevuto noi. La prima Europa che ho visto dall’Africa si chiamava Lampedusa. Adesso i giorni da cane sono finiti: finite le false accoglienze, le fughe, il disprezzo, la fame. Il nuovo contorno della mia anima è quello di una barca sfondata dalle onde, ma con quell’anima a terra ho proseguito il viaggio da allora. Abbandonata l’isola, mi hanno lasciato scappare, prima che mi prendessero le impronte digitali che mi avrebbero condannato a rimanere per sempre in Italia. Le impronte sono come le manette ai polsi. Non lo sai, ma sei in cella. Io sono uno che se piega la schiena, è solo per raccogliere frutta. Per il resto del tempo sono come il mio popolo, che anche sotto le bombe la mantiene dritta. Dalla Sicilia ho preso un treno verso Milano. Da Milano ho proseguito sempre più a Nord. Era l’Europa che volevo e ora ce l’ho. Sono arrivato insieme a cento in Norvegia. Qui il mondo non ha bisogno di aspettare domani per avere la pelle mista. Qui gli anni che verranno per me non sono più ipotesi. Qui ho diritto all’asilo politico. Io sto per diventare un uomo libero. Questa foto è stata scattata e spedita da un migrante arrivato nell’ottobre 2013 a Lampedusa che si trova ora in Scandinavia.

Mi negano il diritto a fare del bene

Già ne parlo e sto male, sto male.

Non puoi restare indifferente davanti a queste cose, ma ci resti male perché hai la possibilità di dargli un posto letto, però le istituzioni non te lo consentono.

Io sono cittadino di Lampedusa, mi chiamo Lillo Maggiore, il mio lavoro è… faccio l’Assistente Amministrativo presso l’istituzione scolastica Luigi Pirandello di Lampedusa. Ho una famiglia, composta ovviamente da me, mia moglie e due figlie femmine. E la realtà io l’ho vissuta, lo posso dire, nel 2011. 2011 che ha me personalmente, ripeto, sia a me che alla mia famiglia, ci ha cambiato la vita: a me perché ho capito veramente cos’è il senso della povertà, la mancanza di libertà, vivere nella sofferenza, perché, ripeto, questi ragazzi dormivano fuori, all’aperto, al freddo, e da lì mi sono sempre dedicato a questi ragazzi.

Io alla mattina lavoravo, il pomeriggio, soprattutto la notte, mi dedicavo a loro: mi dedicavo a loro, in che senso? Mi dedicavo a distribuire coperte, a portare bevande calde, distribuire giubbotti, scarpe… insomma, un po’ di tutto che potesse aiutare questi ragazzi.

Quello che mi fa arrabbiare di più è una semplice cosa, le istituzioni che si astengono a, posso dire… mi negano il diritto del far del bene. Io ho fatto domanda di affidamento provvisorio di un minore, ho fatto domanda ai servizi sociali del Comune di Lampedusa, circa, ora, da un mese a questa parte. Però, ad oggi, nulla.

Soprattutto, quando c’è brutto tempo, che li vedi passare per le strade, non li vedi con un giubbotto, possibilmente non li vedi con un paio di scarpe, ma con un paio di ciabatte, o che non hanno la carta telefonica per avvisare i genitori che stanno bene… e, allora cosa fai? Ti immedesimi in loro, ti immedesimi, almeno io sono un tipo che mi immedesimo subito e cerco di fare qualcosa, però non riesco a fare quello che veramente mi sento di fare, cioè riesco a fare un’accoglienza al 50%, non a 360°… e questo ti fa star male, non ti fa star bene, perché se tu inizi una cosa, ti piacerebbe portarla a termine, non lasciarla a metà. Però, non te lo consentono… i minori, soprattutto i minori, che devono stare al Centro di Accoglienza insieme agli adulti, non è una cosa bella: i minori devono stare con i minori, oppure i minori devono stare con una famiglia, che gli faccia da… sentire quel calore famigliare: questi bambini non fanno altro che dormire fuori. Ora io dico: se la comunità di Lampedusa non fa altro che chiedere l’accoglienza, di accogliere questi ragazzi nelle proprie case, perché ci viene negato questo diritto di far del bene?

Testimonianza raccolta da Marco Pavan / Fabrica.

È dura quando se ne vanno

Mi chiamo Enzo, faccio il pescatore, vivo a Lampedusa. Quello che faccio mi viene naturale, perché… tante volte in mare li ho visti. Prima di vederli a terra, li vedo in mare, ho visto le condizioni in cui arrivano. Mi viene spontaneo aiutare queste persone, perché non guardiamo il colore della pelle perché per il pescatore chiunque in mare ha bisogno viene aiutato. Un pescatore per regola non lascia mai nessuno a mare. È dal 2011 che le cose sono andate fuori controllo e abbiamo cominciato a dare una mano. E se io vedo una famiglia in giro con bambini, io me la porto a casa. Non la lascio sul marciapiede. E’ così. Con mia moglie Grazia, grazie a Dio, lei prima di me, abbiamo cominciato a frequentare la parrocchia perché io credo e se credo in Dio e sono un cristiano, è spontaneo fare quello che noi facciamo perché la carità è alla base di tutto. Vedendo queste persone in giro, la notte non è che puoi stare tanto tranquillo a casa a dormire sapendo quello che c’è fuori. Ma non per paura, ma perché sai che c’è gente che è in mezzo alla strada, sai che piove e sono fuori, sai che hanno fame e non mangiano. E quindi noi quello che possiamo dare, offrire, lo facciamo. E loro devo dire che ci danno molto di più di quello che noi diamo a loro. L’umiltà di queste persone… non so come dirlo… perdono tutto… anche la dignità di esseri umani… perché gliene fanno di tutti i colori. Poi arrivano qua e li rinchiudono… in quel lager… perché è un lager. E’ inutile che mi vengono a dire “il centro di…” ma quale accoglienza? 280 posti e ce ne sono, non lo so, mille, novecento, milleduecento… Se hai 280 posti, a 280 ti devi fermare, li lasci fuori, perché tanto sono fuori lo stesso, escono da dietro. Quando una persona ti abbraccia… beh, intanto mi chiamano “papà”: “grazie, papà”, a mia moglie “grazie, mamma”. La mia casa si riempie di grazia di Dio. Perché quando facciamo un gesto ci sentiamo bene. Non lo so, viene… diciamo per grazia di Dio, ma è così. Sicuramente continueremo a farlo. Anche noi abbiamo i nostri problemi, abbiamo la nostra vita, abbiamo il lavoro, cerchiamo di separare le due cose. Non per questo ci tiriamo indietro davanti a un’emergenza o al bisogno di un fratello. Sempre nelle nostre possibilità, comunque noi facciamo il massimo. Quello che ci rende un po’ tristi è quando succedono le tragedie come quella che è successa un mese fa: arrivano tutti, vengono ministri e poi alla fine, dopo una settimana, dieci giorni si torna forse peggio di prima. I problemi di noi lampedusani aumentano e non ci pensa nessuno, perché noi problemi sull’isola ce n’abbiamo, perché già vivere su un’isola è problematico: trasporti, ospedale, scuole, non abbiamo nulla. Però non ci lamentiamo più di tanto, perché vedendo le situazioni di questi ragazzi che arrivano, diciamo che siamo abbastanza fortunati. Però sono le istituzioni che sono ferme. Si dice sempre “provvedimenti su Lampedusa…”, però non succede mai niente e quello che dobbiamo fare noi vedendo quello che succede lo facciamo, senza arrabbiarci più di tanto. Ogni tanto succede qualche piccola rissa, vabbè, ogni tanto un po’ di rabbia ci sta pure, no? Però continuiamo a farlo e continueremo a farlo, sicuramente perché non finirà qua.

Pissi, che fai? Vai via? E’ dura, sai, quando se ne vanno, però è così. È così.

La testimonianza del pescatore Enzo Riso è stata raccolta da Marco Pavan/Fabrica.

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