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Non sapevo che dare le impronte digitali sarebbe stata la mia condanna

Mi chiamo Kaou e vengo dal Mali. Sono arrivato a Lampedusa nel 2011 da Tripoli perché non avevo altra scelta. Quando è scoppiata la guerra volevo andare verso l’Algeria e ritornare nel mio Paese, ma Tripoli era sotto assedio e non si poteva uscire né entrare. Un giorno un mio amico mi ha detto che aveva deciso di attraversare il mare e andare in Italia e sono andato con lui. A maggio sono arrivato a Lampedusa, mi hanno messo nel campo, non mi hanno trattato male, ma eravamo tanti lì dentro, troppi. I giorni passavano e arrivavano sempre nuovi rifugiati e nessuno ti spiegava cosa sarebbe successo o quanto tempo saremmo rimasti lì. Io sapevo che in Europa avevamo dei diritti e che potevano darci un documento. [twitter_share]Quello che non sapevo, mentre mi prendevano le impronte digitali, è che non avrei potuto più lasciare l’Italia, che mi avrebbero spostato in un campo e poi in un altro e alla fine mi sarei ritrovato in strada.[/twitter_share]

I centri di accoglienza sono sempre nascosti, lontani dalle persone. Io volevo conoscere gli Italiani e capire la vita qui, ma sembrava che noi dovessimo avere una vita a parte. Prima, non sapevo tante cose. Credo che molti Italiani non le sappiano ancora. Quando stavo nel campo di Settimo Torinese, alla Croce rossa davano 42 euro al giorno per ogni rifugiato e quando è arrivato il freddo non potevamo avere neanche un giaccone. Per comprare il mio ho lavorato una settimana. Il mio capo era marocchino, io uscivo la mattina con il carrello e raccoglievo la plastica dai cassonetti, dalle 5 del mattino alle 5 del pomeriggio. Per una settimana di lavoro ti pagava 40, 50 euro. Con quei soldi ho comprato un giubbotto al mercato di Porta Palazzo. La fine dell’emergenza nord Africa non era la fine dei nostri problemi, era solo la fine dei soldi. “Il campo chiude, voi tra una settimana siete fuori”. Era febbraio e faceva ancora freddo, così ho cominciato a dormire nelle stazioni e nei dormitori, poi ho deciso di scappare in Francia per trovare un lavoro e un posto fisso per dormire. In Italia però o i documenti, ho la protezione internazionale, in Francia, invece, ero un clandestino. Ho lavorato come imbianchino, in nero, per qualche mese, poi sono dovuto tornare. “Le tue impronte sono in Italia”. ti dicono e ti riportano a Ventimiglia. In Libia comunque è molto diverso, lì gli stranieri non hanno diritti né documenti. Puoi lavorare, la polizia finge di non vederti, ma se un libico ti colpisce senza motivo sei tu che vieni arrestato perché essere stranieri è una colpa più grande. In Italia dicono che siamo tutti uguali e noi abbiamo tanti diritti, però troppe volte non vengono rispettati, così certe volte è anche un po’ uguale.

Kaou ha 25 anni ed è maliano. E’ arrivato a Lampedusa nel maggio 2011 e non può tornare nel proprio paese perché durante la sua permanenza in Italia il Mali è sprofondato in una sanguinosa guerra civile. Attualmente risiede a Torino e non dispone di una dimora fissa.

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