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Lampedusa, 3 ottobre, un anno dopo

[twitter_share] Fabrica e Unhcr Italia ricordano la tragedia con un reading[/twitter_share]

Erano partiti in 500 alle tre del mattino da Misurata, sulla costa libica, su una barca di una ventina di metri, la Giraffa. Aveva sette cuccette e un bagno, ma 500 persone a bordo erano un’enormità. 
Gli scafisti all’alba avevano chiamato in Libia per dire che era tutto a posto, viaggio andato bene, terra in vista, nessun problema. Questione di un attimo e di una λαμπάς ed è diventata la più grande strage di cui si sia avuta prova avvenuta sul territorio italiano non in tempo di guerra. Trecento – sessanta – otto morti accertati, tra loro molti bambini.

È successo che il peschereccio ha cominciato a imbarcare acqua. Per farsi vedere, gli scafisti, hanno imbevuto una coperta di gasolio e le hanno dato fuoco. Λαμπάς, fiaccola, torcia, Lampedusa. In questo caso: morte.

Il fuoco dalla coperta si è allargato al ponte della barca. I migranti, terrorizzati, si sono spostati tutti assieme. Il peschereccio troppo carico si è capovolto. Il mare è diventato un inferno di acqua e gasolio «Le grida parevano quelle dei gabbiani», hanno raccontato i primi soccorritori, un gruppo di amici a bordo della barca di Vito che erano usciti per il fresco e per il pesce quella notte. Nessuno era lampedusano su quel-la barca che per prima si è accorta dei migranti in mare e ne ha raccolti 47. Lampedusa, primo lembo dell’Europa per i migranti che cercano disperatamente la civiltà in fuga dalla miseria e dalle guerre, è anche questo: un rifugio.

Un’isola lontana dal rumore e dal traffico, dove Ventu e mari la fanno da padroni, per chi vuole ritrovare la natura. (Dal libro Lipadusa di Calogero Cammalleri. I testi delle letture in video sono di Michela A. G. Iaccarino)

Alfie Nze legge la storia di Zerit

 

Lidia Schillaci legge il brano Lampedusa

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