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Non abbiamo più il calcio

Quando a Lampedusa è arrivato il Papa, la protezione civile, per una questione di sicurezza, ha smantellato tutta la recinzione del campo. Che è successo? Che non l’ha ripristinato. Una volta che non l’ha ripristinato, il campo è andato fuori collaudo […]che succede – che la Virtus Lampedusa giocherà le partite di casa a Palermo.

L’immigrazione non è qualcosa di nuovo a Lampedusa

Io sono Franca Parizi. Sono un medico, una pediatra milanese che si è trasferita a Lampedusa da tre anni. Ho scelto di vivere in questo posto perché forse è l’unico posto in cui mi sono sempre sentita veramente a casa. Adesso sono anche Assessore Comunale alla Salute e ai Servizi Sociali e alla Accoglienza e Primo Soccorso ai Migranti, per quello che il Comune può fare.

Il Comune non ha nessun potere, nessuna competenza per quel che riguarda l’accoglienza e il primo soccorso ai migranti, perché il Centro di Accoglienza è un centro extra-territoriale che dipende direttamente dal Ministero degli Interni e dalla Prefettura, quindi. Però può far sentire la sua voce, come credo che si sia fatta sentire parecchio in questi ultimi tempi – perché abbiano un’accoglienza dignitosa, è l’unica cosa che può fare il Comune, credo. Ed è quello che sta facendo, soprattutto con i media.

La popolazione di Lampedusa è sempre stata molto generosa e molto solidale, anche perché il fenomeno dell’immigrazione non è nuovo per quest’isola, ma risale a molto molto tempo fa. Soprattutto nei confronti di questi ultimi migranti, che vengono da situazioni veramente critiche, di guerre, di persecuzioni, di povertà estrema. E’ una delle caratteristiche più belle di questa popolazione, senza dubbio.

L’Unione Europea è solo bla-bla-bla

Il mio nome è Mazdi. Abitavo in Siria, in passato ero nell’esercito. Ho finito il mio servizio militare e sono andato in Libano, poi in Egitto, e poi in Libia. Quando sono arrivato in Egitto volevo solo entrare in Libia legalmente ma sono stato bloccato dalle autorità libiche. In questo modo mi sono trovato in mezzo al deserto, in un’area dove la mafia mi ha fatto entrare in Libia per 700 dollari americani. Sono arrivato in Libia e sono rimasto lì per un po’ ma i libici mi hanno maltrattato e mi hanno rubato i soldi e il telefonino e mi hanno maltrattato e insultato pesantemente. Così ho pensato di andare a cercare aiuto all’Unione Europea. Ho fatto la traversata verso Lampedusa e l’Unione Europea, e quando ci sono arrivato sono rimasto scioccato perché la situazione nell’Unione europea non è come siamo abituati a vedere in televisione. C’è troppo bla-bla-bla, ci sono molti bugiardi in televisione, e non ci aiutano mai. Sono rimasto veramente sgomento qui. Non riesco a fare niente, solo parlare con i media e coi giornali. Grazie.

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Smettetela di dare la cittadinanza ai morti, cominciate a dare diritti ai vivi.

Nato sotto il pugno della dittatura etiope nella mia terra eritrea, sono arrivato in Italia nel 1992. Non in barca, ma seduto comodamente in aereo: me ne sono andato con visto regolare. Mentre si accentrava potere nelle mani di pochi e si alimentava il sospetto reciproco negli occhi di molti, io, ammonito da quel presagio di una guerra che cominciava dalla scia di cenere di un’altra, con la fortuna in tasca e un padre in Italia, ho deciso di provare a vedere cos’è il destino degli uomini liberi. Quando ti è permesso dire quello che pensi, decidere la vita che avrai, scegliere senza fucile alla tempia.

Ho lasciato un’Eritrea e ne ho trovate un milione e mezzo lontano da Asmara. Hanno attraversato il deserto a piedi, il mare su gommoni fatiscenti, nel mirino di mitraglie sempre pronte a sparare. I fuggitivi scappano da un regime che con una mano li incatena, con l’altra li accompagna verso la frontiera del paese. Ci sono pezzi del governo eritreo coinvolti nel traffico di esseri umani. I loro nomi sono stati messi nero su bianco dall’ONU, forse  nessuno li ha letti.

[twitter_share]A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

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In  quel bordo di deserto che è il mio Paese, dove  avevamo già festeggiato la liberazione nel 1991, la battaglia non è mai finita. Dopo una storia scritta con 30 anni di guerra e trecentomila morti che sparavano per l’indipendenza, senza sapere che l’avrebbero ottenuta al prezzo della libertà, il conflitto tra Eritrea e Etiopia si è concluso nel 2000.

Sono passati 13 anni: quattro milioni e mezzo di persone pensano che la guerra sia ancora in corso. “Siamo sotto attacco, l’Etiopia sta per invaderci”, dice la voce dell’unica televisione di Stato. “Imbracciate il fucile, uomini e donne, dai 18 anni fino alla morte”, dice un regime che trova scudo e scusa in quel confine sospeso che nessuno ha mai tracciato. L’ONU l’aveva scritto, messo nero su bianco, forse nessuno l’ha letto. Oggi in Eritrea se tuo figlio è scappato, o paghi o vai in carcere. Se non pratichi la religione ufficiale, o paghi o vai in carcere. Se sei un dissidente, vai in carcere. Se sei un obiettore di coscienza, rimani in carcere. Il regime finanzia e addestra anche shabab somali in territorio eritreo. L’Onu l’ha messo nero su bianco in un dossier, forse nessuno l’ha mai letto.

A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

“Ho detto al Governo Europeo: se davvero volete aiutare i migranti, cominciate dal paese d’origine”. C’è peggior cieco di chi non vuol vedere: è chi ha già visto. Se l’Occidente scrive trattati e trova anche metodi per raggirarli è meglio non pubblicare più queste lettere morte.

“Sono morti cinquecento africani irregolari mentre cercavano di raggiungere l’Italia”, ha detto il regime sette giorni dopo il 3 ottobre. Non li ha chiamati “figli”, non li ha nominati “concittadini”. Quando poi gli occhi del mondo hanno parlato di massacro eritreo in mare, le voci di sostenitori e  finanziatori della macchina del potere hanno detto che uno spigolo di verità doveva trapelare. Autorità ufficiali dell’Eritrea in Italia, alte cariche dello Stato, sono uscite dalle scatole cinesi del gioco politico e sono state ufficialmente invitate dal Governo Italiano a partecipare alla cerimonia funebre ad Agrigento. Due più due fa sempre quattro, in qualsiasi parte del mondo. Non sono stati i parenti dei morti, ma i sostenitori del regime da cui quei morti scappavano, a mettere fiori finti sulla loro bara.

Il giorno del lutto di Stato alcuni giovani nati in Italia, Svezia, Germania, chinavano il capo davanti alla tragedia. Loro, eritrei di seconda generazione, cellula europea indottrinata da una dittatura da cui i loro coetanei fuggivano disperati, hanno recitato la loro parte. Quel giorno ad Agrigento dicevano di essere parenti delle vittime, invece che delle vittime semplicemente nuovo e più giovane carnefice. Cresciuti nella comodità del democratico nord Europa, poi addestrati ogni anno ad Asmara, vivendo scintille di una terra che ad altri dà solo polvere e morte, credono a chi gli dice siete i nuovi kadri, le nuove speranze della nostra terra. Ingannando anche autorità ed istituzioni, bilingui o spesso trilingui, si mischiano ai richiedenti d’asilo, si infiltrano tra i migranti, entrano nei centri di accoglienza. Stilano liste di nomi dei fuggitivi, scattano fotografie, spediscono tutto verso Asmara. È così che minacciano le famiglie rimaste in patria. Stavolta sono stato io a mettere i loro nomi nero su bianco, forse nessuno li ha letti.

Don Mussie Zerai è un prete cristiano nato in Eritrea. Dal 1992 vive a Roma. Ha fondato l’associazione Habeshia e aiuta i fuggitivi che riescono a raggiungere  l’Europa. È stato il solo in Italia a fare i nomi dei collaboratori del regime che schedavano i rifugiati richiedenti d’asilo in Italia per ricattare le famiglie in patria. Per le sue dichiarazioni è stato aggredito in più occasioni. Non ha mai smesso di rilasciarle.

Shaital è il diavolo

Sto raccontando del mio viaggio. Dall’Eritrea abbiamo fatto una strada verso il Sudan e lì so sono stato rapito a Khartoum. Ci hanno sequestrato e ci hanno arrestato. Eravamo 24, c’erano anche 3 siriani. Siamo stati 19 giorni in quel posto. Dopo 19 giorni siamo arrivati a Sabha. Lì c’erano altri 19 uomini. C’erano dei somali che ci aspettavano insieme ad eritrei ed etiopi. Stavamo nascosti tutto il giorno. Non sappiamo dove siamo stati tenuti, nel Sahara non sai dove sei. Nel Sahara siamo stati 20 giorni. C’erano dei somali che ci sorvegliavano. C’erano altri uomini rapiti, non so quanti potevano essere. Ci toglievano soldi, telefoni, anche i vestiti. Ti prendevano a botte nudo, loro con gli stivali. Le guardie erano somale e sudanesi. Per il riscatto ai siriani chiedono 1500 dollari, a noi 3000 e 4000 dollari. Non capiamo perché. Perché fanno queste differenze tra noi, tutti rapiti. Sono quasi tutti neri, della Libia e del Chad. Ci vendono come se fossimo carne. Poi i libici di un altro clan, di pelle chiara, ci hanno preso in consegna attraverso il Sahara a metà strada.

Ci sono tra di noi tantissime donne. Le donne se le scambiano come bambole. Per le femmine è peggio. Le scelgono, le prendono, fanno con loro le cose stupide (le stuprano). Dicono “questa, questa e questa” e diventano intrattenimento personale. Non le lasciano più. Nessuno di noi parla. Non puoi parlare. Loro sono armati, noi siamo nudi. Così il tuo cuore si stringe senza fare niente. Questi uomini hanno malattie, hanno HIV e non usano protezione mentre fanno le loro cose.

Ti chiedono etiope o eritreo? Se sei eritreo, sei cristiano e ti trattano peggio. Nel Sahara non puoi reagire. Se reagisci ti sparano nelle ginocchia, nella testa e ti lasciano nel deserto. Ti fanno sparire come vogliono. Le nostre forze sono allo stremo. Non so il nome di chi ci ha venduto, un libico ci faceva da guardia. Quelli del Chad prendevano le persone. Ci sono anche eritrei che fanno questo lavoro, li aiutano. Anche etiopi. Mi ricordo dei nomi: Vereket, da Khartoum, Isha, un eritreo che al telefono li avvisava, Abu, un somalo, quello che ci ha consegnato a Fukru. Quello che mi fa più spavento è che sono eritrei. Che degli eritrei lavorano con loro, vendono il loro popolo. Anche loro ci picchiavano. Paghiamo 3000 dollari, altri 4000 dollari. Pagano le nostre famiglie. Non so cosa fa la differenza tra noi e gli altri, è qualcosa di brutto, dividono la gente per etnia, perché noi paghiamo di più. I libici di pelle nera ci vendono ai libici di pelle chiara. Prima una delle nostre ragazze è diventata la bambola del gruppo, come se fosse la loro donna. Lei non è mai partita. È rimasta là a fare il loro giocattolo. Nemmeno dici niente, neppure allora, tieni stretti i pugni, tieni stretta la speranza. Dopo un mese nel Sahara non ce la fai più a parlare, figurati a reagire. Nel Sahara è come arrivare nella casa del diavolo. Ci sono molti di noi qui venuti fuori dalle prigioni. Nel Sahara ci hanno dato in consegna. Non riesco a capacitarmi di quello che ho visto. Erano tutti in contatto al telefono. Uno con l’altro. Quando siamo arrivati in Libia, in terra libica, ho pensato forse sono arrivato. Lì ho trovato altre 150 persone rapite. In Libia di notte hanno preso le ragazze e le hanno trattate come volevano. Il somalo arrestato era lì. Chi provava a scappare era preso a calci con gli stivali in testa o con la cinghia. Cosa hanno fatto alle ragazze non lo voglio neanche dire. Non ci ammazzavano per salvaguardare i loro soldi.

C’era anche il somalo arrestato in Italia. Non è una persona, è il diavolo. Si chiamava Shaital quello che ci ha accompagnato per l’ultimo pezzo di strada. Ho provato a scappare, mi hanno preso e hanno detto “vedi questa pallottola, è per te se lo fai di nuovo”. Peccato che non parlo arabo, li avrei capiti mentre dicevano tante cose. In Libia se scappi non puoi andare dalla polizia perché la polizia lavora con loro. Quando hanno i soldi del riscatto, per loro non vali più niente. Al porto c’erano 340 persone. In Libia si vende e si spaccia gente. Non c’è governo. Prima finisci in mano a quelli del Chad o della Somalia, poi ai libici. Ora hanno arrestato il somalo, spero che col tempo tutti loro paghino. Abbiamo perso l’anima mentre passavamo dal deserto. Prima di partire in barca ci tenevano vicino all’aereoporto che è vicino a una caserma. Tutti sanno lì che succede, tutti vedono. Tutti sanno che succede, è come una scuola. Non so quanti sono rimasti indietro o sono morti. A volte chiedono riscatto anche per le persone morte e chiedono soldi per il loro viaggio in barca. Ho sentito carcerieri che chiedevano i soldi da parenti degli uomini già morti. Almeno sette od otto di loro li conoscevo. Qui a Lampedusa dei rapiti eravamo in dieci. Quattro uomini e sei donne. I quattro uomini sono qui, le sei donne sono rimaste in mare. Le sei donne sono morte in mare il 3 ottobre.

Questa testimonianza è stata resa da un profugo eritreo in lingua tigrina. E’ stata tradotta da un italo-eritreo. I tigrini sono in maggior parte cristiani e abitano la regione in cui si è storicamente sviluppata la cultura Habesha.

Vengo dalla Siria Centrale

Mi chiamo Eyam. Vengo dalla Siria, dalla Siria centrale. Sono arrivato da 25 giorni.

C’è una brutta situazione. Perché non ci dicono quando potremo lasciare l’isola, e non è un posto umano e non c’è da mangiare, niente di buono da mangiare, non si dorme, niente, ma quello che è veramente importante è che dobbiamo lasciare l’isola e raggiungere le nostre famiglie in Siria. Siamo tutti da soli. Quasi tutti. Con le mogli e tutta la famiglia in Siria. Nessuno si preoccupa per sé, se si mangia o no, pensiamo alle nostre famiglie in Siria – si trovano in una situazione pericolosa. E sono senza cibo, senza gas per accendere il fuoco, perché in Siria è inverno adesso, ed è un paese freddo. Così abbiamo detto al direttore del campo, non ci serve cibo, non abbiamo bisogno di dormire qui, vogliamo uscire per aiutare le nostre famiglie, per la nostra famiglia in Siria. Lui non ci ascolta, non ci promette niente, né ci da alcuna speranza di poter lasciare l’isola.

Nessuna data, e noi glielo chiediamo ogni giorno, che vogliamo andarcene, ma loro ci rispondono che non c’è nessuna data.

Scioperiamo a Lampedusa, per il nostro futuro, per me e la mia famiglia, o all’ospedale, o alla morte. Lasciateci tornare alle barche. Dopo la guerra in Siria non ci saranno rifugiati siriani, perché abbiamo un paese bellissimo e una bellissima vita. Ma in questo momento la Siria è in guerra. E la nostra famiglia è lì. Non possiamo portarle in alcun posto perché tutto il mondo ci ha chiuso in faccia le porte. E anche ai palestinesi. Che vivono in Siria.

Ho mangiato un pezzo di pane ieri, ma oggi niente cibo, solo acqua. Il mio amico – sono due giorni che non tocca il cibo. Molti come noi. La stessa data e la stessa situazione. Perché non hanno un posto dove dormire, dove dormire bene, così abbiamo detto alla polizia e al direttore del campo, non vogliamo il cibo, non vogliamo dormire. Sì, lo sciopero della fame, per un futuro buono, o morire o all’ospedale. Perché le nostre famiglie sono in pericolo. Non voglio rimanere qui mentre la mia sorellina… non sono contento di rimanere qui mentre mia sorellina e mia madre e mio padre si trovano in una situazione pericolosa. Mentre una bomba potrebbe ucciderli in qualsiasi momento.

Questa registrazione è stata effettuata all’inizio di novembre, quando il centro accoglienza di Lampedusa ha superato la capienza massima. I migranti, essendo il centro solo di prima accoglienza, dovrebbero sostare non oltre le 48 ore.

A causa del ritardo dei trasferimenti alcuni di loro hanno deciso di compiere lo sciopero della fame.

Voglio andare in Norvegia

Buongiorno. Sono palestinese. Mi trovo qui dal 14 ottobre. Non mangio da ieri perché voglio andare via da Lampedusa. Sono qui da 24 giorni. Io e i miei amici non mangiamo più, siamo circa una sessantina. Ci rifiutiamo di mangiare se non ci lasciano andare. Molte persone si sono riunite. Ieri abbiamo raccolto i tesserini di 60 persone e oggi li abbiamo dati al direttore, perché vogliamo uscire. Perché oggi la polizia ha chiamato molti nomi, ma era gente che è arrivata dopo di noi. Noi siamo arrivati prima di loro. Ecco perché dormo fuori questa notte, perché voglio cominciare uno sciopero della fame e – ha piovuto tutta la notte, ha piovuto moltissimo stanotte. Si stava malissimo. Dormiamo fuori dalla stanza, ma dentro il campo. In 17 abbiamo messo insieme i nostri tesserini e li abbiamo dati all’ufficiale, il quale li manderà a Roma forse. Il direttore è venuto. Chi dorme fuori dal campo andrà domani. Anch’il mio nome in quei 17 nomi. Aspetto il mio nome da 2 settimane. Ogni volta che la polizia chiama i nomi, il mio non c’è tra questi. La polizia fa uscire molti africani e siriani – e solo pochi palestinesi. Non sappiamo perché, ma – questo non è giusto. Io voglio andare in Norvegia perché mio zio si trova lì, e io voglio andare lì da lui. Gente arrabbiata, quella del 14 e 15 ottobre, questi si sono uniti e volevano chiudere il cancello del campo. Ma è arrivata la polizia e li ha fermati. E dopo? Hanno discusso con la polizia, e gridato, e il direttore ha detto che forse domani, o dopodomani, ci sarà una lista per poter uscire dal campo.

Quella notte del 3 ottobre. Il naufragio raccontato da un sopravvissuto

Siamo partiti dalla Libia il giorno 2 ottobre, a mezzanotte, e abbiamo attraversato il Mediterraneo. Il viaggio è durato 24 ore, e dopo siamo arrivati alla costa di Lampedusa, a circa 800-900 metri dalla costa. Abbiamo aspettato perché qualcuno venisse a salvarci, per avere il permesso, lo aspettavamo, ma purtroppo alle 3, eravamo ancora lì, eravamo arrivati alla costa alle 2. E’ stato allora che si sono avvicinate due barche. La più grande delle due si è avvicinata e ha cominciato a girarci attorno, senza gridare niente, hanno semplicemente discusso tra di loro – non so di che cosa parlassero -  poi ci hanno lasciati. C’era chi nella nostra barca li ha identificati come la Guardia, per il colore bianco dello scafo e una parte rossa, e noi abbiamo continuato a sperare che venissero gli aiuti, e tutti dicevano, vedrete che ci hanno visti, adesso torneranno e ci aiuteranno, nessun problema. Abbiamo detto così tra di noi.

Ma per nostra sfortuna, dopo due ore è accaduto il peggio. La barca ha cominciato a riempirsi d’acqua, ci è venuta una grande paura che la barca si riempisse d’acqua, così abbiamo cercato di accendere qualcosa da usare come segnale per chiamare aiuto, perché non veniva nessuno ad aiutarci.

Allora uno degli uomini, il capitano della barca, ha avuto l’idea di inzuppare una coperta di benzina e accenderla come segnale. Ma non appena accesa la coperta è divampata una grande fiamma: tutti a bordo credevano che il fuoco venisse dalla barca, che si fosse incendiata, quindi ci siamo spostati dal lato destro a quello sinistro. In cinque secondi la barca si era già rovesciata e finita sotto acqua. Abbiamo gridato e gridato ma non c’era nessuno che potesse aiutarci. Così ci siamo messi a nuotare.

Abbiamo nuotato per quattro ore, quattro e mezzo, cinque ore, sempre senza vedere mai nessuno, finché attorno alle 7 e mezzo sono arrivati il signor Vito, un pescatore, e i suoi amici, e ci hanno visti, hanno sentito le nostre grida: “Aiutateci, Aiutateci!”. Così hanno cominciato a tirarci fuori dall’acqua, ci hanno salvati in 47. E anche il signor Vito ha chiamato la polizia, e ha chiesto, perché, ha detto, ci sono voluti cinquanta minuti per arrivare fin qui, anche il signor Vito gliel’ha chiesto. Io non so perché.

E’ questa la ragione per cui i miei compagni hanno dovuto nuotare per tre ore, perché non hanno avuto nessun supporto dall’Esercito, sono annegati, sono morti. Questo è stato orribile, e qui non c’è nessun sostegno per noi, non c’è niente per noi qui, nessun aiuto, nessuna clinica, nessun aiuto medico, non so perché, molte persone avrebbero bisogno di cure, soffrono di malattie, chiedono di essere portati in ospedale, ma niente.

La voce dei sommersi

Il 3 novembre del 2013, un mese dopo la tragedia di Lampedusa, le note della “Voce dei sommersi”di Ennio Morricone risuonano per ricordare le vittime. Il Maestro, accogliendo l’invito di Fabrica, ha messo a disposizione la sua musica per ricordare le vittime del 3 ottobre.

La “Voce dei sommersi”, gentilmente concessa da Arnoldo Mosca Mondadori, èstata composta da Ennio Morricone e donata alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti in memoria di tutti i migranti morti in mare al largo di Lampedusa.

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