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Buba ricorda la Libia: “Meglio morire che stare nella prigione di Zlitan”

Appena entri In Libia capisci subito che tutto è un business, anche la vita degli “Africans”. Se hai abbastanza soldi per pagare la polizia, ti lasciano andare altrimenti ti portano in un magazzino o in un garage e ti danno botte. Se hai qualcuno che possa mandarti dei soldi devi resistere solo il tempo d’attesa di un money transfer ma se non c’è nessuno che può aiutarti allora puoi solo sperare che si stanchino di torturarti prima che tu muoia e allora a volte ti lasciano libero di andare.

Altre volte ti trasferiscono nella prigione di Zlitan e forse morire è meglio. Zlitan in Libia la conoscono tutti, Zlitan è la paura. Chi prova a ribellarsi o a fuggire viene punito duramente. A volte ti appendono a testa in giù e poi ti battono coi bastoni, come se fossi un sacco, oppure ti legano a un tavolo e ti frustano sotto le piante dei piedi. All’inizio c’è solo il dolore ma poi, se vanno avanti troppo a lungo, dopo non sei più un uomo, gli occhi diventano vuoti e ti dimentichi di essere vivo.

Quando ho lasciato la Libia non ho versato neanche una lacrima. Sulla barca eravamo in quindici, c’erano anche una donna incinta e un bambino. Poi il mare è diventato nero, la barca si è rovesciata e tutto quello che sapevo non valeva più niente. Il mare non le capisce le cose della terra, i vestiti e le scarpe diventano pesanti e ti tirano giù. A Lampedusa ci siamo arrivati in otto, nudi. Io non lo ho mai saputo come si chiamavano la donna e il bambino e non lo saprò mai.

Oggi vivo a Torino nelle case occupate dell’ex Moi, l’Italia non è come la Libia però anche qui vale poco la vita degli “Africans”.

In Italia ti prendono le impronte e ti assegnano un numero. Ti dicono che sei un rifugiato, ti danno un documento e ti chiudono in un centro di accoglienza. Poi il centro chiude e ti ritrovi per strada, -il progetto è finito- e scopri che “protezione internazionale” sono solo due parole scritte vicino.

Buba ha 30 anni e viene dal Gambia. Nel marzo del 2013, a Torino, ha dato vita insieme a centinaia di rifugiati all’occupazione abitativa ex Moi dove risiede. Attualmente studia per conseguire il diploma di terza media e diventare un elettricista.

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Sto per diventare un uomo libero

Sono migrato a ottobre 2013. A mare si fa la morte dei topi, come sotto le bombe. Anche se è vostro quel mare, coi polmoni, ce lo siamo bevuto noi. La prima Europa che ho visto dall’Africa si chiamava Lampedusa. Adesso i giorni da cane sono finiti: finite le false accoglienze, le fughe, il disprezzo, la fame. Il nuovo contorno della mia anima è quello di una barca sfondata dalle onde, ma con quell’anima a terra ho proseguito il viaggio da allora. Abbandonata l’isola, mi hanno lasciato scappare, prima che mi prendessero le impronte digitali che mi avrebbero condannato a rimanere per sempre in Italia. Le impronte sono come le manette ai polsi. Non lo sai, ma sei in cella. Io sono uno che se piega la schiena, è solo per raccogliere frutta. Per il resto del tempo sono come il mio popolo, che anche sotto le bombe la mantiene dritta. Dalla Sicilia ho preso un treno verso Milano. Da Milano ho proseguito sempre più a Nord. Era l’Europa che volevo e ora ce l’ho. Sono arrivato insieme a cento in Norvegia. Qui il mondo non ha bisogno di aspettare domani per avere la pelle mista. Qui gli anni che verranno per me non sono più ipotesi. Qui ho diritto all’asilo politico. Io sto per diventare un uomo libero. Questa foto è stata scattata e spedita da un migrante arrivato nell’ottobre 2013 a Lampedusa che si trova ora in Scandinavia.

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