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Ho lasciato mio fratello in mare perché ho pensato che per mia madre sarebbe stato terribile perdere due figli

Sono stati gli italiani ad aver costruito la mia città, Elabaned, in Eritrea, dove sono nato 28 anni fa. Per chi lo ha dimenticato, eravamo colonia di Roma. Sono il primo migrante della mia famiglia e sono un biologo marino. Passavo la vita a parlare coi pesci. A sezionare alghe, studiare le rotte dei banchi, analizzare microrganismi in mare. Un giorno dopo l’altro collezionavo segreti dalle onde ricamate del vento. Cosa c’era oltre il mare, era quello che ancora non sapevo e non chiedevo, era l’ultimo mistero da svelare. Per farlo, non c’era alternativa.

Dalla prospettiva della terraferma credevo di conoscere il mare e lo guardavo dall’alto in basso. Lo dovevo fare per il mio Paese, sotto leva obbligatoria, che comincia quando hai 18 anni e finisce quando sei morto. Il mio salario era zero e a volte meno. Ma a questo, non c’era alternativa. Così ho cominciato a camminare. La mia fortuna era sapere verso dove. Dopo tre giorni senza sosta di polvere e sole, sono arrivato in Sudan. Lì c’era Samuel, mio fratello, meccanico. Venticinque anni passati a sperare. Costa 1600 dollari a testa la speranza fino a Tripoli, Libia. Io e mio fratello ci siamo arrivati. Chiusi in una casa con altri 500 eritrei, circondati da uomini e fucili, abbiamo aspettato. Sì, era terribile. Ma mi sono fidato, perché non c’era altra alternativa. Anche se in quella città c’era, il mare non lo vedevo. Sono rimasto un mese senza neppure uscire a cercarlo. Da quella casa poi siamo partiti: altri 1600 dollari costa la seconda speranza sul peschereccio. Dopo ore di navigazione due barche di notte sono apparse: una ci ha  navigato intorno, a 20 metri di distanza. E così noi, in 500, a denti stretti, nella notte più nera abbiamo sorriso. Era come se il buio fosse già finito perché avevamo smesso di avere paura. “Siamo salvi”, abbiamo urlato. “Torneranno indietro a prenderci”, ho detto a Samuel. “Il mare lo vedrò di nuovo dalla terraferma”, ho pensato. Dopo più di un’ora abbiamo capito che nessuno ci avrebbe salvato. A un miglio dalla costa di Lampedusa abbiamo bruciato una coperta per farci vedere. Era come accendere una candela nel baratro. Una luce nel niente. Ma non c’era alternativa. [twitter_share]La coperta ha preso fuoco e ci siamo spaventati. Ci siamo spostati tutti su un lato solo e così è colata a picco. Chi di noi era ancora vivo ha cominciato a nuotare. Non si può piangere acqua nell’acqua.[/twitter_share]

Dopo tre ore di bracciate mi sono voltato e ho visto che mio fratello che dietro ansimava. Quando mi sono voltato mi ha detto: “Vai, Zerit. Vai avanti, tocca terra, chiama casa”. Ha detto: “Bye, Zerit”. E io, che stavo per svenire in mare, che non sono stato capace di nuotare per due, ho pensato che sarebbe stato terribile per mia madre perdere due figli in una notte sola. E ho lasciato mio fratello. Gli ho detto: “Bye, Samuel”. Io, Zerit, sono vivo perché mio fratello è morto.

L’ultimo saluto gliel’ho dato quando al campo mi hanno mostrato la foto segnaletica di un cadavere gonfio d’acqua. Io che passavo la vita a studiare il mare, che esploravo fondali e distinguevo i suoni  delle conchiglie, non riconoscevo mio fratello. Così lui è morto un’altra volta. Il giorno del suo funerale non potevo aspettare il risultato del test del Dna che mi avrebbe detto: “Sì, quello è tuo fratello Samuel”.

Quelli della tv mi chiedono quanto sono triste, se lo sono di più se guardo il mare. Datemi voi una risposta. Ditemi perché io non c’ero al funerale di mio fratello. È stato come lasciarlo in acqua di nuovo. Così ho abbandonato Samuel la terza volta. Al campo rifugiati il giorno del funerale a cui noi, fratelli, sorelle, padri e madri dei morti non siamo stati invitati, ci abbiamo messo un minuto a decidere e unirci tutti.

Quando abbiamo capito che non potevamo andare ad Agrigento, che ci sarebbero stati sconosciuti a gettare un fiore su bare di legno pregiato, mentre altri corpi erano rimasti ancora incastrati nel legno marcio del barcone, abbiamo capito che loro stavano morendo un’altra volta. Abbiamo aperto i cancelli dietro i quali ci volevano tenere chiusi anche quel giorno, abbiamo pregato quattro ore, abbiamo tenuto tra le dita fiori selvaggi che crescono attorno al campo. Quando l’ora di ricordare la tragedia è arrivata siamo andati tutti verso il mare. È al mare che ho chiesto di Samuel. Aspettando che mi svelasse quest’ultimo segreto, o che almeno la sua anima quel giorno tornasse indietro.

Ora io il mare non lo guardo più in faccia. Andrò ovunque per stare lontano da quest’isola e dall’Italia. Non voglio vivere nella terra dove c’è chi ha lasciato che mio fratello si addormentasse tra le onde. Non chiamateci vittime migranti, noi siamo solo sopravvissuti. Io sono vivo perché mio fratello è morto. Questa è la verità e voi non l’avete ancora detta ad alta voce. Forse gli italiani questo lo vogliono sapere. Se anche non vogliono, devono saperlo lo stesso. Di storie come queste ce ne sono 157 al campo. Voi dovreste conoscerle tutte.

Zerit è nato in Eritrea 28 anni fa. Dopo essersi laureato in scienze marine ha deciso di raggiungere suo fratello Samuel in Sudan, con lui proseguire per la Libia e da Tripoli sfidare il mare per raggiungere le coste italiane. Samuel è morto in mare il 3 ottobre 2013 a un’ora di nuoto dalla costa. Zerit ha toccato terraferma a Lampedusa.

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Smettetela di dare la cittadinanza ai morti, cominciate a dare diritti ai vivi.

Nato sotto il pugno della dittatura etiope nella mia terra eritrea, sono arrivato in Italia nel 1992. Non in barca, ma seduto comodamente in aereo: me ne sono andato con visto regolare. Mentre si accentrava potere nelle mani di pochi e si alimentava il sospetto reciproco negli occhi di molti, io, ammonito da quel presagio di una guerra che cominciava dalla scia di cenere di un’altra, con la fortuna in tasca e un padre in Italia, ho deciso di provare a vedere cos’è il destino degli uomini liberi. Quando ti è permesso dire quello che pensi, decidere la vita che avrai, scegliere senza fucile alla tempia.

Ho lasciato un’Eritrea e ne ho trovate un milione e mezzo lontano da Asmara. Hanno attraversato il deserto a piedi, il mare su gommoni fatiscenti, nel mirino di mitraglie sempre pronte a sparare. I fuggitivi scappano da un regime che con una mano li incatena, con l’altra li accompagna verso la frontiera del paese. Ci sono pezzi del governo eritreo coinvolti nel traffico di esseri umani. I loro nomi sono stati messi nero su bianco dall’ONU, forse  nessuno li ha letti.

[twitter_share]A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

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In  quel bordo di deserto che è il mio Paese, dove  avevamo già festeggiato la liberazione nel 1991, la battaglia non è mai finita. Dopo una storia scritta con 30 anni di guerra e trecentomila morti che sparavano per l’indipendenza, senza sapere che l’avrebbero ottenuta al prezzo della libertà, il conflitto tra Eritrea e Etiopia si è concluso nel 2000.

Sono passati 13 anni: quattro milioni e mezzo di persone pensano che la guerra sia ancora in corso. “Siamo sotto attacco, l’Etiopia sta per invaderci”, dice la voce dell’unica televisione di Stato. “Imbracciate il fucile, uomini e donne, dai 18 anni fino alla morte”, dice un regime che trova scudo e scusa in quel confine sospeso che nessuno ha mai tracciato. L’ONU l’aveva scritto, messo nero su bianco, forse nessuno l’ha letto. Oggi in Eritrea se tuo figlio è scappato, o paghi o vai in carcere. Se non pratichi la religione ufficiale, o paghi o vai in carcere. Se sei un dissidente, vai in carcere. Se sei un obiettore di coscienza, rimani in carcere. Il regime finanzia e addestra anche shabab somali in territorio eritreo. L’Onu l’ha messo nero su bianco in un dossier, forse nessuno l’ha mai letto.

A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

“Ho detto al Governo Europeo: se davvero volete aiutare i migranti, cominciate dal paese d’origine”. C’è peggior cieco di chi non vuol vedere: è chi ha già visto. Se l’Occidente scrive trattati e trova anche metodi per raggirarli è meglio non pubblicare più queste lettere morte.

“Sono morti cinquecento africani irregolari mentre cercavano di raggiungere l’Italia”, ha detto il regime sette giorni dopo il 3 ottobre. Non li ha chiamati “figli”, non li ha nominati “concittadini”. Quando poi gli occhi del mondo hanno parlato di massacro eritreo in mare, le voci di sostenitori e  finanziatori della macchina del potere hanno detto che uno spigolo di verità doveva trapelare. Autorità ufficiali dell’Eritrea in Italia, alte cariche dello Stato, sono uscite dalle scatole cinesi del gioco politico e sono state ufficialmente invitate dal Governo Italiano a partecipare alla cerimonia funebre ad Agrigento. Due più due fa sempre quattro, in qualsiasi parte del mondo. Non sono stati i parenti dei morti, ma i sostenitori del regime da cui quei morti scappavano, a mettere fiori finti sulla loro bara.

Il giorno del lutto di Stato alcuni giovani nati in Italia, Svezia, Germania, chinavano il capo davanti alla tragedia. Loro, eritrei di seconda generazione, cellula europea indottrinata da una dittatura da cui i loro coetanei fuggivano disperati, hanno recitato la loro parte. Quel giorno ad Agrigento dicevano di essere parenti delle vittime, invece che delle vittime semplicemente nuovo e più giovane carnefice. Cresciuti nella comodità del democratico nord Europa, poi addestrati ogni anno ad Asmara, vivendo scintille di una terra che ad altri dà solo polvere e morte, credono a chi gli dice siete i nuovi kadri, le nuove speranze della nostra terra. Ingannando anche autorità ed istituzioni, bilingui o spesso trilingui, si mischiano ai richiedenti d’asilo, si infiltrano tra i migranti, entrano nei centri di accoglienza. Stilano liste di nomi dei fuggitivi, scattano fotografie, spediscono tutto verso Asmara. È così che minacciano le famiglie rimaste in patria. Stavolta sono stato io a mettere i loro nomi nero su bianco, forse nessuno li ha letti.

Don Mussie Zerai è un prete cristiano nato in Eritrea. Dal 1992 vive a Roma. Ha fondato l’associazione Habeshia e aiuta i fuggitivi che riescono a raggiungere  l’Europa. È stato il solo in Italia a fare i nomi dei collaboratori del regime che schedavano i rifugiati richiedenti d’asilo in Italia per ricattare le famiglie in patria. Per le sue dichiarazioni è stato aggredito in più occasioni. Non ha mai smesso di rilasciarle.

Shaital è il diavolo

Sto raccontando del mio viaggio. Dall’Eritrea abbiamo fatto una strada verso il Sudan e lì so sono stato rapito a Khartoum. Ci hanno sequestrato e ci hanno arrestato. Eravamo 24, c’erano anche 3 siriani. Siamo stati 19 giorni in quel posto. Dopo 19 giorni siamo arrivati a Sabha. Lì c’erano altri 19 uomini. C’erano dei somali che ci aspettavano insieme ad eritrei ed etiopi. Stavamo nascosti tutto il giorno. Non sappiamo dove siamo stati tenuti, nel Sahara non sai dove sei. Nel Sahara siamo stati 20 giorni. C’erano dei somali che ci sorvegliavano. C’erano altri uomini rapiti, non so quanti potevano essere. Ci toglievano soldi, telefoni, anche i vestiti. Ti prendevano a botte nudo, loro con gli stivali. Le guardie erano somale e sudanesi. Per il riscatto ai siriani chiedono 1500 dollari, a noi 3000 e 4000 dollari. Non capiamo perché. Perché fanno queste differenze tra noi, tutti rapiti. Sono quasi tutti neri, della Libia e del Chad. Ci vendono come se fossimo carne. Poi i libici di un altro clan, di pelle chiara, ci hanno preso in consegna attraverso il Sahara a metà strada.

Ci sono tra di noi tantissime donne. Le donne se le scambiano come bambole. Per le femmine è peggio. Le scelgono, le prendono, fanno con loro le cose stupide (le stuprano). Dicono “questa, questa e questa” e diventano intrattenimento personale. Non le lasciano più. Nessuno di noi parla. Non puoi parlare. Loro sono armati, noi siamo nudi. Così il tuo cuore si stringe senza fare niente. Questi uomini hanno malattie, hanno HIV e non usano protezione mentre fanno le loro cose.

Ti chiedono etiope o eritreo? Se sei eritreo, sei cristiano e ti trattano peggio. Nel Sahara non puoi reagire. Se reagisci ti sparano nelle ginocchia, nella testa e ti lasciano nel deserto. Ti fanno sparire come vogliono. Le nostre forze sono allo stremo. Non so il nome di chi ci ha venduto, un libico ci faceva da guardia. Quelli del Chad prendevano le persone. Ci sono anche eritrei che fanno questo lavoro, li aiutano. Anche etiopi. Mi ricordo dei nomi: Vereket, da Khartoum, Isha, un eritreo che al telefono li avvisava, Abu, un somalo, quello che ci ha consegnato a Fukru. Quello che mi fa più spavento è che sono eritrei. Che degli eritrei lavorano con loro, vendono il loro popolo. Anche loro ci picchiavano. Paghiamo 3000 dollari, altri 4000 dollari. Pagano le nostre famiglie. Non so cosa fa la differenza tra noi e gli altri, è qualcosa di brutto, dividono la gente per etnia, perché noi paghiamo di più. I libici di pelle nera ci vendono ai libici di pelle chiara. Prima una delle nostre ragazze è diventata la bambola del gruppo, come se fosse la loro donna. Lei non è mai partita. È rimasta là a fare il loro giocattolo. Nemmeno dici niente, neppure allora, tieni stretti i pugni, tieni stretta la speranza. Dopo un mese nel Sahara non ce la fai più a parlare, figurati a reagire. Nel Sahara è come arrivare nella casa del diavolo. Ci sono molti di noi qui venuti fuori dalle prigioni. Nel Sahara ci hanno dato in consegna. Non riesco a capacitarmi di quello che ho visto. Erano tutti in contatto al telefono. Uno con l’altro. Quando siamo arrivati in Libia, in terra libica, ho pensato forse sono arrivato. Lì ho trovato altre 150 persone rapite. In Libia di notte hanno preso le ragazze e le hanno trattate come volevano. Il somalo arrestato era lì. Chi provava a scappare era preso a calci con gli stivali in testa o con la cinghia. Cosa hanno fatto alle ragazze non lo voglio neanche dire. Non ci ammazzavano per salvaguardare i loro soldi.

C’era anche il somalo arrestato in Italia. Non è una persona, è il diavolo. Si chiamava Shaital quello che ci ha accompagnato per l’ultimo pezzo di strada. Ho provato a scappare, mi hanno preso e hanno detto “vedi questa pallottola, è per te se lo fai di nuovo”. Peccato che non parlo arabo, li avrei capiti mentre dicevano tante cose. In Libia se scappi non puoi andare dalla polizia perché la polizia lavora con loro. Quando hanno i soldi del riscatto, per loro non vali più niente. Al porto c’erano 340 persone. In Libia si vende e si spaccia gente. Non c’è governo. Prima finisci in mano a quelli del Chad o della Somalia, poi ai libici. Ora hanno arrestato il somalo, spero che col tempo tutti loro paghino. Abbiamo perso l’anima mentre passavamo dal deserto. Prima di partire in barca ci tenevano vicino all’aereoporto che è vicino a una caserma. Tutti sanno lì che succede, tutti vedono. Tutti sanno che succede, è come una scuola. Non so quanti sono rimasti indietro o sono morti. A volte chiedono riscatto anche per le persone morte e chiedono soldi per il loro viaggio in barca. Ho sentito carcerieri che chiedevano i soldi da parenti degli uomini già morti. Almeno sette od otto di loro li conoscevo. Qui a Lampedusa dei rapiti eravamo in dieci. Quattro uomini e sei donne. I quattro uomini sono qui, le sei donne sono rimaste in mare. Le sei donne sono morte in mare il 3 ottobre.

Questa testimonianza è stata resa da un profugo eritreo in lingua tigrina. E’ stata tradotta da un italo-eritreo. I tigrini sono in maggior parte cristiani e abitano la regione in cui si è storicamente sviluppata la cultura Habesha.

Dall’Eritrea alla Gran Bretagna per dormire per strada

Anthony è nato in Eritrea. Quando aveva 10 anni suo padre è morto e sua madre, malata, ha deciso di mandarlo da uno zio che viveva in Sudan, per evitare che dovesse partire per fare il soldato. “Mio padre era un militare, era morto così, combattendo. Mia mamma voleva salvarmi la vita, evitare che anche io facessi la stessa fine”. Per tre anni Anthony ha lavorato nel bar dello zio, spesso con turni massacranti senza mai andare a scuola: “Mio zio mandava a scuola i suoi figli, ma me no”.

Il trattamento dello zio divenne ancora più duro quando la madre di Anthony, che non si era mai ripresa dalla malattia, morì. Il ragazzo vedeva i suoi sogni allontanarsi di giorno in giorno. Avrebbe voluto studiare, avere la possibilità di costruirsi un futuro: per questo, appena compiuti 14 anni, decise di fuggire, alla ricerca di un luogo dove vivere e crescere. Anthony è arrivato in Europa quando era poco più di un bambino. L’ha attraversata da solo: dalle coste del Mediterraneo fino al Regno Unito. Lì si è fermato per presentare richiesta di asilo e ha provato ad iscriversi ad un college.

Non immaginava che anche in Gran Bretagna sarebbe stato tanto difficile studiare: “Un professore mi disse che solo una volta ottenuto lo status di rifugiato sarei potuto entrante al college”. Anthony attende per cinque lunghissimi anni. Quando gli viene comunicato il responso della commissione scopre che la sua richiesta è stata respinta e non ha più diritto ad alcuna forma di assistenza. “Mi hanno preso – ricorda il ragazzo – in 4- 5 persone e mi hanno sbattuto fuori di casa, con tutte le mie cose”. “Vivo una vita precaria, a volte ho un letto per dormire, altre volte dormo per strada; a volte mangio e altre volte no e spesso non ho un posto per fare una doccia.”

L’associazione Refugee Action, che ha raccolto e diffuso la sua storia, sta cercando per Anthony un posto sicuro dove stare e lo sta aiutando a presentare nuovamente richiesta di asilo.

Semret, venduta e violentata fino alla gravidanza

Semret, 25 anni, è eritrea. Quando 20 membri della congregazione religiosa di cui faceva parte furono arrestati e imprigionati, Semret capì che si trovava in grave pericolo e decise di affidarsi ad un contrabbandiere per percorrere i pochi chilometri che la separavano dal confine occidentale dell’Eritrea e recarsi in Sudan. Quello che Semret non poteva immaginare è che il suo viaggio si sarebbe tramutato in una lunga e terribile prigionia.

Semret fuggì di notte, a piedi, in compagnia di quattro connazionali che, come lei, cercavano un luogo sicuro per vivere. Dopo una notte di cammino, raggiunto il Sudan, si fermarono a riposare in una vasta area desertica a ridosso del confine. Fu in quel momento che la donna fu assalita da una profonda angoscia, notando che il contrabbandiere a cui si erano affidati stava effettuando diverse telefonate avendo cura di non essere ascoltato. Quando il piccolo gruppo di profughi vide arrivare un fuoristrada con tre uomini a bordo, fu immediatamente chiaro che cosa stava succedendo: erano stati traditi e venduti e i trafficanti erano venuti a ritirare la “merce” che avevano acquistato.

“Iniziammo a correre in diverse direzioni – racconta la donna- io fui la prima ad essere raggiunta, provai a scappare ancora ma in breve mi raggiunsero nuovamente. A quel punto mi picchiarono e mi trascinarono nella loro auto”. Semret fu condotta in un piccolo villaggio isolato, composto da una casa in muratura e da alcune capanne costruite con paglia e fango. Semret non aveva nessuno che potesse pagare il suo riscatto, così, rimase lì per mesi, alla mercé dei suoi carcerieri, sprofondando in un incubo dal quale non era possibile risvegliarsi, in cui le violenze sessuali e le percosse erano una prassi di sofferenza quotidiana.

“Venivano da me ogni volta che ne avevano voglia, a volte mi portavano una cola e un pezzo di torta e così sono andata avanti per sette mesi. Quando rimasi incinta, smisero di chiudere la casa in cui mi tenevano e così pianificai la mia fuga”. Semret percorse a piedi 40 km prima di raggiungere la città di Kassala, dove finalmente, grazie all’aiuto dell’UNHCR che ha raccolto e diffuso la sua storia, ha potuto usufruire di un’accoglienza dignitosa e soprattutto di un percorso di supporto psicologico che le permettesse di affrontare i drammatici traumi che aveva subito.

Oggi Semret, vive nel campo profughi di Kassala, a sua figlia, nata a gennaio, ha dato il nome di Heyabel che vuol dire “Dono di Dio.”

Yonathan: “Nei campi di tortura non sono neppure riuscito a suicidarmi”

Yonathan viene dall’Eritrea, nel suo paese il servizio militare è obbligatorio, rifiutare l’arruolamento è un crimine punito con anni di prigione. Nonostante i rischi, Yonathan, 26 anni, laureato in ingegneria informatica, decide di lasciare il suo paese da “disertore” per ricominciare la sua vita in un altro stato africano. La sua storia è stata raccolta da Irinnews in una lunga telefonata dalla Svezia.

“Il mio piano era di lasciare l’Eritrea il prima possibile, dopo aver finito l’università avrei dovuto arruolarmi nell’esercito, ma mi rifiutai. Mi spostai ad Asmara, la capitale, dove lavoravo illegalmente standomene nascosto. Quando alcuni dei miei amici cominciarono a sparire pensai che potevo essere il prossimo. Dovevo andare via, non mi importava dove, ma sono nato in Sudan e conosco la lingua, così decisi di andare lì. Sapevo che c’era il rischio di essere rapiti per questo ho preferito non affidarmi ai contrabbandieri per la fuga e contare solo su di me e su alcuni amici. Arrivati a Kassala, nella regione est del Sudan, uomini di etnia rashaida provarono a prenderci ma eravamo in sei e riuscimmo a difenderci, poi intervennero i militari sudanesi e ci portarono nel campo profughi di Shagarab”

Al campo profughi Yonathan e i suoi amici capiscono subito di non essere in salvo. I rashaida entrano ed escono dal campo ogni giorno, prendono nota dei nuovi arrivi, mentre le guardie, deputate alla sicurezza del campo, intascano banconote e fingono di non vedere.

“Erano passate tre settimane dal nostro arrivo a Shagarab, era mattina e noi stavamo raccogliendo legna quando fecero irruzione nel campo. Presero me e altri due ragazzi, ci caricarono sui loro veicoli e ci picchiarono poi ci condussero da qualche parte a nord di Kassala dove ci riunimmo ad altri Eritrei che come noi erano stati rapiti. Nei giorni seguenti altri connazionali si aggiunsero al gruppo, finché non fummo abbastanza numerosi da essere considerati una “partita” redditizia.”

Al confine con il Sinai, il gruppo, che ormai è composto da più di trenta persone viene “ceduto” ad alcuni egiziani che con le loro imbarcazioni li conducono ad Aswan, sull’altra sponda del Nilo e poi oltre il canale di Suez. Per trasportarli si servono di un grande tir, di quelli che si usano per il pollame. Dove li portano è il mercato, loro sono la merce.

“Ci divisero e ci assegnarono a diversi trafficanti, io e altri tredici fummo portati in un centro di tortura dove ci chiesero 3.500 dollari per il nostro rilascio. Ci facevano chiamare la nostra famiglia due o tre volte al giorno e durante le chiamate ci colpivano, così che, dall’altro capo del telefono, potessero sentire le nostre grida. I miei familiari e i miei amici sono riusciti a mettere insieme i soldi e hanno pagato per me. Quando i soldi sono arrivati ci hanno fatto salire su una macchina, eravamo stati rivenduti a un altro trafficante, lui di dollari ne voleva 30.000, aveva pagato molto per acquistarci, ci disse, doveva averne un ritorno”

Il secondo campo di tortura in cui Yonathan viene trasportato è l’inferno. Ai detenuti viene data una fetta di pane al giorno e i maltrattamenti e le torture sono programmati, il tempo del dolore è scandito da una turnazione pensata per intensificare il dolore durante le quotidiane telefonate ai familiari. Ci sono anche tre donne detenute insieme a Yonathan, di cui una incinta, e subiscono lo stesso trattamento degli uomini.

“Ci appendevano a testa in giù legati per le caviglie, altre volte per i polsi e ci versavano addosso plastica fusa. Dopo una settimana uno dei ragazzi che era stato rapito con me morì, io stesso ero messo veramente male. Avevo un polso rotto e le caviglie lacerate dalla catena troppo stretta, vedevo poco e facevo fatica a stare in piedi. Sapevo che la mia famiglia non avrebbe potuto pagare 30.000 dollari così persi la speranza. Provai a suicidarmi recidendomi la giugulare con un cavo, ma era troppo vecchio e arrugginito e non funzionò così chiesi a uno dei traduttori che era Eritreo di procurarmi un veleno qualsiasi che potesse aiutarmi a morire ma si rifiutò di aiutarmi. Non potevo fare a meno di pensare a mia madre che riceveva queste chiamate, che non aveva quei soldi e non sapeva cosa fare. Almeno, se io fossi morto non sarebbe andata avanti per mesi.”

Ci sono voluti tre mesi perché la famiglia mettesse insieme la somma necessaria alla liberazione di Yonathan che ormai era in fin di vita, quasi sempre privo di conoscenza, troppo debole per camminare e con le mani parzialmente in cancrena per l’essere rimasto troppo a lungo appeso per i polsi. Dell’ultima parte del suo viaggio verso Israele Yonathan non ricorda nulla, ha perso i sensi dopo pochi metri ed è stato trasportato dagli uomini che condividevano con lui quest’ultimo tratto guidati dal loro nuovo custode, questa volta un beduino. La pattuglia israeliana che si è imbattuta nel gruppo di rifugiati ha disposto l’immediato trasferimento Yonathan presso un ospedale dove è rimasto ricoverato per alcuni mesi.

“Ho contattato la mia famiglia per dire loro che ero vivo ma non gli ho detto delle mie ferite alle mani. Ho perso molte delle mie dita e muovo a fatica quelle rimaste così praticamente non posso usare le mani. Mi hanno detto che è stato fatto tutto il possibile ma che si potrebbe fare di più con qualche intervento di chirurgia avanzata. Sono stato per più di un anno in un ricovero a Petah Tikva a est di Tel Aviv, mi sentivo malissimo perché da una parte ero felice di essere sopravvissuto, dall’altra pensavo che forse sarebbe stato meglio morire perché ormai ero destinato a dipendere dagli altri. Io avevo sempre contato solo su me stesso e odiavo chiedere aiuto agli altri. In Israele quelli come me li considerano “infiltrators” e non importa quante volte abbia raccontato ciò che mi era successo. Col tempo capii che non mi sarebbe stato possibile fare richiesta d’asilo e che la legge permetteva al governo di arrestarmi e tenermi in detenzione per più di tre anni. Questa situazione mi atterriva perché dopo tutto ciò che avevo subito venivo trattato come un criminale. Volevo andare via ma non avevo il passaporto e in quanto disertore non potevo rivolgermi alla mia ambasciata.

Stavo parlando con alcuni giornalisti della mia storia quando conobbi alcuni attivisti europei che mi hanno invitato a Bruxelles nel dicembre 2013 per raccontare la mia storia al parlamento Europeo.”

 

Oggi Yonathan ha 28 anni e vive in Svezia dove sta ultimando l’iter che gli consentirà finalmente di ottenere lo status di rifugiato. Grazie a una rete di donatori tedeschi potrà accedere a trattamenti chirurgici per le sue mani non appena avrà regolarizzato il suo status.

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