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La sua condanna è aver dovuto scegliere quali salvare e quali lasciar annegare.

La sua condanna è aver dovuto scegliere quali salvare e quali lasciar annegare. Ancora non si dà pace. Marcello Nizza, un lavoro nuovo ogni stagione, la notte del 3 ottobre era in mare al largo di Lampedusa con un gruppo di amici. Alcuni pescavano, lui voleva solo godersi la serenità della notte stellata sopra le onde. Lampedusa per tanti anni era stata la meta delle sue vacanze, ma questa volta era diverso. Si era trasferito dopo l’estate con l’intenzione di stabilircisi a vivere, aprire un’attività nell’isola dei suoi sogni. Sei mesi di lavoro coi turisti e sei mesi di mare. Ma non aveva fatto i conti con il canale di Sicilia e con i sogni che 500 disperati cercavano a Lampedusa la notte di quel 3 ottobre.

Con i suoi amici, ne ha salvati 47 quella notte. Li ha strappati alle onde mentre si dimenavano, afferrando disperatamente braccia unte di carburante che scivolavano, scivolavano, scivolavano.

Hanno stipato la barca fino a quando non si sono accorti che ondeggiava pericolosamente. È stato terribile, con il mare ancora pieno di persone che chiedevano aiuto, dover decidere di andare verso la costa per non morire tutti. È diventato un eroe, ha preso medaglie, rilasciato interviste, suscitato commozione e ammirazione.

Non sono però i 47 salvati quelli che hanno accompagnato le sue notti di questi mesi. Sono tutti gli altri: le braccia che si agitavano in lontananza che vedevi un attimo e poi non vedevi più. Le braccia afferrate e poi scivolate in acqua. “Il problema – racconta dopo essere scappato per qualche mese da Lampedusa – è che ero a prua. Davo io le indicazioni all’amico che era al timone. E le mie indicazioni hanno determinato chi è stato salvato e chi sommerso. Mi porto addosso una responsabilità terribile”.

Il naufragio del 3 ottobre è stato anche il naufragio delle sue certezze, la chiara prova di quanto ciascuno di noi sia impotente, un punto di non ritorno. “Sono tornato qualche mese a casa mia, a Catania. Avevo bisogno di allontanarmi da Lampedusa, da quella notte”. Uno psichiatra lo chiamerebbe probabilmente disturbo da stress post-traumatico, la malattia che ha colpito tanti soldati americani dopo la guerra del Golfo, ma Marcello non ne vuole sentir parlare. “Mi sono aiutato da solo, mi hanno aiutato i miei amici. Devo concentrarmi sui 47 che siamo riusciti a salvare”.

Cinque mesi dopo Lampedusa è un’isola senza immigrati. Dopo lo scandalo della disinfestazione dei migranti trattati come animali, il Centro di primo soccorso e accoglienza ai margini del paese è stato chiuso per ristrutturazione. Al lavoro ci sono decine di operai che costruiscono un nuovo padiglione, presidiati da carabinieri e soldati. Lungo la rete di cinta, nel filo spinato rimangono attaccati brandelli di vestiti e dei teli termici argentati. Tra i rovi scarpe da ginnastica spaiate. Tutto quel che rimane dopo la pulizia.

Per le strade dell’isola, nei bar e in piazza ci sono più forze dell’ordine che pescatori, il bungalow del villaggio turistico La Roccia ospitano i carabinieri, nella piazzetta sopra il porto stazionano le cinque camionette mimetiche dell’esercito, i soldati sono alloggiati nell’albergo accanto. Al porto vecchio la notte i pescherecci sono illuminati dal grande neon dell’insegna della Guardia di Finanza. Nei bar incontri i poliziotti di Frontex, mentre in mare ci sono le navi della Marina che presidiano quel muro invisibile che separa le coste dell’Africa dall’Europa. Se riesci a superarlo puoi chiedere di diventare un rifugiato, altrimenti rimani solo un disperato come tutti gli altri. A marzo non ci sono sbarchi, il mare è troppo grosso, e le poche imbarcazioni che tentano di attraversare il canale di Sicilia vengono tutte intercettate.

Soltanto dopo cinque mesi Marcello ha trovato la forza di superare il suo incubo e di tornare nell’isola che ha scelto come luogo per vivere. Chissà se riuscirà ancora a godersi le stelle sopra le onde.

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