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La storia di Vitalis

Mi chiamo Vitalis e in questo paese non ci volevo venire. Io non ho pagato nessun biglietto, ho scelto il mare quando i soldati di Gheddafi, con le canne dei fucili premute sulla mia faccia, mi hanno chiesto di scegliere tra una barca e un proiettile. Partire o morire. Arrivato a Lampedusa ero esausto, il viaggio era durato 5 giorni e non mi domandavo cosa mi riservasse il futuro, mi bastava essere con i piedi sulla terra ferma, con il mare alle spalle. Nei due mesi passati nel centro di Manduria ci dicevano che quella era una destinazione provvisoria, che dovevamo avere pazienza, ci presero le impronte e ci assegnarono un numero. Poi, un giorno che non arrivava mai, con i pullman ci hanno trasferito in Piemonte, a Settimo Torinese. La nostra nuova casa si chiamava hotel Giglio.

Al Giglio il tempo era sempre vuoto, potevamo sopravvivere ma ogni giorno eravamo meno vivi. Avevamo un letto e pasti caldi e giorni tutti uguali ma noi non siamo animali d’allevamento, siamo uomini. Il 23 gennaio scoppiò la rivolta, eravamo esasperati dal niente, quel giorno bloccammo la strada fuori dall’hotel e arrivò la polizia, gli operatori erano tutti scappati ma noi non volevamo fare male a nessuno, solo volevamo gridare che siamo anche noi uomini, che vogliamo vivere. Dopo la rivolta sono stato espulso dal Giglio, era freddo in quei giorni e scoprii che tanti come me erano per strada. I campi stavano chiudendo, e noi, venuti dalla Libia ce ne stavamo per le strade, nelle stazioni a congelare.

Quando mi dissero che un gruppo di rifugiati stava pensando di occupare delle case, che c’erano degli italiani disposti ad aiutarli, ho voluto unirmi a loro perché non voglio essere accudito, voglio la possibilità di prendermi cura di me, di sentire che sono io a decidere del mio futuro.

Oggi queste case sono una piccola Africa, siamo in seicento qui, veniamo da 25 paesi diversi e stiamo imparando a vivere insieme. All’inizio i ghanesi volevano stare solo con i ghanesi e non si fidavano di nessun altro e così era per i nigeriani, per i maliani per gli eritrei. Ora etiopi e tuareg bevono il tè insieme, sudanesi e ghanesi si dividono le spese e i pasti. Siamo tutti uguali qui, siamo quelli venuti dalla Libia, i sopravvissuti. Neanche adesso è semplice, viviamo senza acqua calda e senza riscaldamento, ma questa è la nostra casa e non è solo un posto in cui stare perché da qui abbiamo smesso di farci trattare come dei bambini e siamo pronti a combattere per i nostri diritti e la nostra dignità.

Vitalis ha 28 anni ed è nigeriano, è arrivato a Lampedusa il 13 agosto del 2011. Dopo la chiusura dei centri d’accoglienza dell’Emergenza nord Africa, si è ritrovato per strada pur essendo titolare di protezione internazionale. Insieme ad altre centinaia di rifugiati ha dato vita, nella città di Torino all’occupazione abitativa EX MOI dove attualmente risiede.

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Alla ricerca di un posto per la felicità

Mi chiamo Samuel e spero che almeno questo sia il mio posto. Prima stavo a Yaoundè in Camerun, vivevo in una casa al primo piano, nella zona del mercato. Sotto, vendevo camice, pantaloni, vestiti. La gente del mercato mi conosceva e io conoscevo tutti. Quando il governo decise di costruire una nuova super strada scoprimmo che le nostre case e i nostri negozi sarebbero stati demoliti. Fu allora che decidemmo di protestare, tutti i commercianti della zona, insieme, per chiedere almeno un altro posto dove andare. Questo al governo non piacque e io scoprii in una manciata di ore di essere diventato un criminale politico. Fuggii dal mio Paese di notte, dirigendomi verso la Nigeria. Dio non poteva avermi abbandonato. Forse voleva solo dirmi – mi ripetevo – che quello non era il mio posto. In Libia decisi di fermarmi. No, non ho mai pensato che fosse il posto giusto, ma erano passati mesi dalla mia partenza, avevo attraversato la Nigeria, il Niger e l’Algeria, ero esausto e senza un soldo. Imparai il mestiere del gesso e degli stucchi, fare il decoratore mi piaceva, mi innamorai di una donna e andammo a vivere insieme. In Libia uno straniero può essere quasi felice, felice no. C’era il lavoro, ma non c’era nient’altro per noi, gli arabi ci chiamavano africani, come se loro non lo fossero. Non mi importava, pensavo solo a mettere da parte un po’ di soldi per poter andar via e ricominciare altrove.

[twitter_share]Non sai mai quando è l’ultimo giorno: la mattina esci di casa e quando la sera ritorni c’è solo un cratere e macerie e polvere. Dicono sia stato un missile ma non ho mai saputo chi lo ha lanciato e perché.[/twitter_share]

Quando è scoppiata la guerra, anche gli africani sono diventati il nemico: i ribelli ci accusavano di essere miliziani di Gheddafi, i realisti di combattere con i ribelli. Chiunque ci avesse incontrato avrebbe avuto i suoi motivi per ucciderci, così fuggii ancora, ancora di notte. Durante la traversata non pensavo a niente, solo mi ripetevo che la Libia, di certo, non era il mio posto. Da Tripoli a Lampedusa il viaggio fu tranquillo, dopo una notte di navigazione, alle prime luci dell’alba sbarcammo sull’isola.

Mi ricordo gli uomini della Croce rossa e tanta gente che correva di qua e di là sul molo. L’Italia non è come l’avevo immaginata: non c’è lavoro e a volte sugli autobus ti guardano come se non fossi il benvenuto. Io però penso che forse questo è il mio posto, che un senso ci deve essere, che forse sono qui anche per i miei fratelli, per i nostri diritti. Forse sono qui anche per raccontare la mia storia, perché non vada perduta. Samuel Pieta è arrivato in Italia nel 2011, cessato il programma di emergenza nord africa si è ritrovato, pur essendo un rifugiato munito di regolari documenti,ancora una volta per strada e senza casa. Insieme ad altre centinaia di rifugiati ha dato vita, nella città di Torino all’occupazione abitativa EX MOI dove attualmente risiede.

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Ho lasciato mio fratello in mare perché ho pensato che per mia madre sarebbe stato terribile perdere due figli

Sono stati gli italiani ad aver costruito la mia città, Elabaned, in Eritrea, dove sono nato 28 anni fa. Per chi lo ha dimenticato, eravamo colonia di Roma. Sono il primo migrante della mia famiglia e sono un biologo marino. Passavo la vita a parlare coi pesci. A sezionare alghe, studiare le rotte dei banchi, analizzare microrganismi in mare. Un giorno dopo l’altro collezionavo segreti dalle onde ricamate del vento. Cosa c’era oltre il mare, era quello che ancora non sapevo e non chiedevo, era l’ultimo mistero da svelare. Per farlo, non c’era alternativa.

Dalla prospettiva della terraferma credevo di conoscere il mare e lo guardavo dall’alto in basso. Lo dovevo fare per il mio Paese, sotto leva obbligatoria, che comincia quando hai 18 anni e finisce quando sei morto. Il mio salario era zero e a volte meno. Ma a questo, non c’era alternativa. Così ho cominciato a camminare. La mia fortuna era sapere verso dove. Dopo tre giorni senza sosta di polvere e sole, sono arrivato in Sudan. Lì c’era Samuel, mio fratello, meccanico. Venticinque anni passati a sperare. Costa 1600 dollari a testa la speranza fino a Tripoli, Libia. Io e mio fratello ci siamo arrivati. Chiusi in una casa con altri 500 eritrei, circondati da uomini e fucili, abbiamo aspettato. Sì, era terribile. Ma mi sono fidato, perché non c’era altra alternativa. Anche se in quella città c’era, il mare non lo vedevo. Sono rimasto un mese senza neppure uscire a cercarlo. Da quella casa poi siamo partiti: altri 1600 dollari costa la seconda speranza sul peschereccio. Dopo ore di navigazione due barche di notte sono apparse: una ci ha  navigato intorno, a 20 metri di distanza. E così noi, in 500, a denti stretti, nella notte più nera abbiamo sorriso. Era come se il buio fosse già finito perché avevamo smesso di avere paura. “Siamo salvi”, abbiamo urlato. “Torneranno indietro a prenderci”, ho detto a Samuel. “Il mare lo vedrò di nuovo dalla terraferma”, ho pensato. Dopo più di un’ora abbiamo capito che nessuno ci avrebbe salvato. A un miglio dalla costa di Lampedusa abbiamo bruciato una coperta per farci vedere. Era come accendere una candela nel baratro. Una luce nel niente. Ma non c’era alternativa. [twitter_share]La coperta ha preso fuoco e ci siamo spaventati. Ci siamo spostati tutti su un lato solo e così è colata a picco. Chi di noi era ancora vivo ha cominciato a nuotare. Non si può piangere acqua nell’acqua.[/twitter_share]

Dopo tre ore di bracciate mi sono voltato e ho visto che mio fratello che dietro ansimava. Quando mi sono voltato mi ha detto: “Vai, Zerit. Vai avanti, tocca terra, chiama casa”. Ha detto: “Bye, Zerit”. E io, che stavo per svenire in mare, che non sono stato capace di nuotare per due, ho pensato che sarebbe stato terribile per mia madre perdere due figli in una notte sola. E ho lasciato mio fratello. Gli ho detto: “Bye, Samuel”. Io, Zerit, sono vivo perché mio fratello è morto.

L’ultimo saluto gliel’ho dato quando al campo mi hanno mostrato la foto segnaletica di un cadavere gonfio d’acqua. Io che passavo la vita a studiare il mare, che esploravo fondali e distinguevo i suoni  delle conchiglie, non riconoscevo mio fratello. Così lui è morto un’altra volta. Il giorno del suo funerale non potevo aspettare il risultato del test del Dna che mi avrebbe detto: “Sì, quello è tuo fratello Samuel”.

Quelli della tv mi chiedono quanto sono triste, se lo sono di più se guardo il mare. Datemi voi una risposta. Ditemi perché io non c’ero al funerale di mio fratello. È stato come lasciarlo in acqua di nuovo. Così ho abbandonato Samuel la terza volta. Al campo rifugiati il giorno del funerale a cui noi, fratelli, sorelle, padri e madri dei morti non siamo stati invitati, ci abbiamo messo un minuto a decidere e unirci tutti.

Quando abbiamo capito che non potevamo andare ad Agrigento, che ci sarebbero stati sconosciuti a gettare un fiore su bare di legno pregiato, mentre altri corpi erano rimasti ancora incastrati nel legno marcio del barcone, abbiamo capito che loro stavano morendo un’altra volta. Abbiamo aperto i cancelli dietro i quali ci volevano tenere chiusi anche quel giorno, abbiamo pregato quattro ore, abbiamo tenuto tra le dita fiori selvaggi che crescono attorno al campo. Quando l’ora di ricordare la tragedia è arrivata siamo andati tutti verso il mare. È al mare che ho chiesto di Samuel. Aspettando che mi svelasse quest’ultimo segreto, o che almeno la sua anima quel giorno tornasse indietro.

Ora io il mare non lo guardo più in faccia. Andrò ovunque per stare lontano da quest’isola e dall’Italia. Non voglio vivere nella terra dove c’è chi ha lasciato che mio fratello si addormentasse tra le onde. Non chiamateci vittime migranti, noi siamo solo sopravvissuti. Io sono vivo perché mio fratello è morto. Questa è la verità e voi non l’avete ancora detta ad alta voce. Forse gli italiani questo lo vogliono sapere. Se anche non vogliono, devono saperlo lo stesso. Di storie come queste ce ne sono 157 al campo. Voi dovreste conoscerle tutte.

Zerit è nato in Eritrea 28 anni fa. Dopo essersi laureato in scienze marine ha deciso di raggiungere suo fratello Samuel in Sudan, con lui proseguire per la Libia e da Tripoli sfidare il mare per raggiungere le coste italiane. Samuel è morto in mare il 3 ottobre 2013 a un’ora di nuoto dalla costa. Zerit ha toccato terraferma a Lampedusa.

Una vita da invisibile

Mi chiamo Hassan e vivo a al Lingotto di Torino, anche se qui, tutti chiamano ‘Ex Moi’ il posto dove vivono i ragazzi stranieri. Forse a nessuno interessa sapere come vivono, ma io sono uno di loro e voglio raccontarlo. E’ difficile vivere così, giorno dopo giorno, senza lavoro, senza riscaldamento, senza acqua calda. Noi non siamo qui di nascosto, siamo arrivati dal mare, a Lampedusa, a Pozzallo; abbiamo tutti i documenti e questo rende la nostra situazione più assurda e noi sempre più stanchi. [twitter_share]A volte ho pensato di andare in un altro paese, dove si può vivere meglio, ma le nostre impronte sono qui e abbiamo dovuto scoprire la convenzione di Dublino e capire che non possiamo lasciare l’Italia.[/twitter_share]

La Dublino uccide e io mi chiedo come può l’Europa avere una legge per far morire poco a poco gli stranieri come noi, che siamo solo poveri, che non abbiamo potuto vivere nei nostri Paesi per la guerra o per la fame. Noi non sapevamo che avremmo trovato questo dall’altra parte del Mediterraneo. A volte quando cammini ti accorgi che qualcuno sta cambiando strada perché ti ha appena visto, forse ha paura del colore della nostra pelle o ricorda che qualcuno una volta lo ha derubato. Tra noi ci sono persone buone e cattive e anche tra gli Italiani è così, ma io non cambio strada. Questa cosa non ha senso. Prima dell’Italia, non avevo mai visto questa cosa. Vorresti fermarti e gridare: “Vieni qui, voglio raccontarti la nostra verità”, ma forse correrebbero solo più veloce e allora stai zitto e pensi che non era il momento più adatto per dirlo. Ho deciso che voglio scrivere, raccontare a tutti, anche a noi stessi, la nostra storia. Forse con delle poesie o con uno spettacolo teatrale. Non scrivo perché diventi famoso il mio nome, il mio nome non è importante, vorrei che tutti lo dimenticassero e ricordassero solamente quello che è scritto e che è stato scritto da uno di noi. Spero che tanti che vivono come me avranno voglia di fare lo stesso. La verità su di noi è nascosta, invisibile. Molti neppure si chiedono “perché quello lì rovista tra i rifiuti? Perché raccoglie le cose che per gli altri non sono più buone?”. La verità su di noi è fa male, per questo nessuno la vuole sentire ma noi non possiamo più aspettare, dobbiamo, per forza, trovare il momento più adatto per dirla. Hassan è somalo, è arrivato a Lampedusa da Tripoli nel 2008 e risiede a Torino dal 2010. Oggi il suo sogno è di diventare uno scrittore. Attualmente sta lavorando alla stesura di monologhi teatrali sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione.

Shaital è il diavolo

Sto raccontando del mio viaggio. Dall’Eritrea abbiamo fatto una strada verso il Sudan e lì so sono stato rapito a Khartoum. Ci hanno sequestrato e ci hanno arrestato. Eravamo 24, c’erano anche 3 siriani. Siamo stati 19 giorni in quel posto. Dopo 19 giorni siamo arrivati a Sabha. Lì c’erano altri 19 uomini. C’erano dei somali che ci aspettavano insieme ad eritrei ed etiopi. Stavamo nascosti tutto il giorno. Non sappiamo dove siamo stati tenuti, nel Sahara non sai dove sei. Nel Sahara siamo stati 20 giorni. C’erano dei somali che ci sorvegliavano. C’erano altri uomini rapiti, non so quanti potevano essere. Ci toglievano soldi, telefoni, anche i vestiti. Ti prendevano a botte nudo, loro con gli stivali. Le guardie erano somale e sudanesi. Per il riscatto ai siriani chiedono 1500 dollari, a noi 3000 e 4000 dollari. Non capiamo perché. Perché fanno queste differenze tra noi, tutti rapiti. Sono quasi tutti neri, della Libia e del Chad. Ci vendono come se fossimo carne. Poi i libici di un altro clan, di pelle chiara, ci hanno preso in consegna attraverso il Sahara a metà strada.

Ci sono tra di noi tantissime donne. Le donne se le scambiano come bambole. Per le femmine è peggio. Le scelgono, le prendono, fanno con loro le cose stupide (le stuprano). Dicono “questa, questa e questa” e diventano intrattenimento personale. Non le lasciano più. Nessuno di noi parla. Non puoi parlare. Loro sono armati, noi siamo nudi. Così il tuo cuore si stringe senza fare niente. Questi uomini hanno malattie, hanno HIV e non usano protezione mentre fanno le loro cose.

Ti chiedono etiope o eritreo? Se sei eritreo, sei cristiano e ti trattano peggio. Nel Sahara non puoi reagire. Se reagisci ti sparano nelle ginocchia, nella testa e ti lasciano nel deserto. Ti fanno sparire come vogliono. Le nostre forze sono allo stremo. Non so il nome di chi ci ha venduto, un libico ci faceva da guardia. Quelli del Chad prendevano le persone. Ci sono anche eritrei che fanno questo lavoro, li aiutano. Anche etiopi. Mi ricordo dei nomi: Vereket, da Khartoum, Isha, un eritreo che al telefono li avvisava, Abu, un somalo, quello che ci ha consegnato a Fukru. Quello che mi fa più spavento è che sono eritrei. Che degli eritrei lavorano con loro, vendono il loro popolo. Anche loro ci picchiavano. Paghiamo 3000 dollari, altri 4000 dollari. Pagano le nostre famiglie. Non so cosa fa la differenza tra noi e gli altri, è qualcosa di brutto, dividono la gente per etnia, perché noi paghiamo di più. I libici di pelle nera ci vendono ai libici di pelle chiara. Prima una delle nostre ragazze è diventata la bambola del gruppo, come se fosse la loro donna. Lei non è mai partita. È rimasta là a fare il loro giocattolo. Nemmeno dici niente, neppure allora, tieni stretti i pugni, tieni stretta la speranza. Dopo un mese nel Sahara non ce la fai più a parlare, figurati a reagire. Nel Sahara è come arrivare nella casa del diavolo. Ci sono molti di noi qui venuti fuori dalle prigioni. Nel Sahara ci hanno dato in consegna. Non riesco a capacitarmi di quello che ho visto. Erano tutti in contatto al telefono. Uno con l’altro. Quando siamo arrivati in Libia, in terra libica, ho pensato forse sono arrivato. Lì ho trovato altre 150 persone rapite. In Libia di notte hanno preso le ragazze e le hanno trattate come volevano. Il somalo arrestato era lì. Chi provava a scappare era preso a calci con gli stivali in testa o con la cinghia. Cosa hanno fatto alle ragazze non lo voglio neanche dire. Non ci ammazzavano per salvaguardare i loro soldi.

C’era anche il somalo arrestato in Italia. Non è una persona, è il diavolo. Si chiamava Shaital quello che ci ha accompagnato per l’ultimo pezzo di strada. Ho provato a scappare, mi hanno preso e hanno detto “vedi questa pallottola, è per te se lo fai di nuovo”. Peccato che non parlo arabo, li avrei capiti mentre dicevano tante cose. In Libia se scappi non puoi andare dalla polizia perché la polizia lavora con loro. Quando hanno i soldi del riscatto, per loro non vali più niente. Al porto c’erano 340 persone. In Libia si vende e si spaccia gente. Non c’è governo. Prima finisci in mano a quelli del Chad o della Somalia, poi ai libici. Ora hanno arrestato il somalo, spero che col tempo tutti loro paghino. Abbiamo perso l’anima mentre passavamo dal deserto. Prima di partire in barca ci tenevano vicino all’aereoporto che è vicino a una caserma. Tutti sanno lì che succede, tutti vedono. Tutti sanno che succede, è come una scuola. Non so quanti sono rimasti indietro o sono morti. A volte chiedono riscatto anche per le persone morte e chiedono soldi per il loro viaggio in barca. Ho sentito carcerieri che chiedevano i soldi da parenti degli uomini già morti. Almeno sette od otto di loro li conoscevo. Qui a Lampedusa dei rapiti eravamo in dieci. Quattro uomini e sei donne. I quattro uomini sono qui, le sei donne sono rimaste in mare. Le sei donne sono morte in mare il 3 ottobre.

Questa testimonianza è stata resa da un profugo eritreo in lingua tigrina. E’ stata tradotta da un italo-eritreo. I tigrini sono in maggior parte cristiani e abitano la regione in cui si è storicamente sviluppata la cultura Habesha.

Vengo dalla Siria Centrale

Mi chiamo Eyam. Vengo dalla Siria, dalla Siria centrale. Sono arrivato da 25 giorni.

C’è una brutta situazione. Perché non ci dicono quando potremo lasciare l’isola, e non è un posto umano e non c’è da mangiare, niente di buono da mangiare, non si dorme, niente, ma quello che è veramente importante è che dobbiamo lasciare l’isola e raggiungere le nostre famiglie in Siria. Siamo tutti da soli. Quasi tutti. Con le mogli e tutta la famiglia in Siria. Nessuno si preoccupa per sé, se si mangia o no, pensiamo alle nostre famiglie in Siria – si trovano in una situazione pericolosa. E sono senza cibo, senza gas per accendere il fuoco, perché in Siria è inverno adesso, ed è un paese freddo. Così abbiamo detto al direttore del campo, non ci serve cibo, non abbiamo bisogno di dormire qui, vogliamo uscire per aiutare le nostre famiglie, per la nostra famiglia in Siria. Lui non ci ascolta, non ci promette niente, né ci da alcuna speranza di poter lasciare l’isola.

Nessuna data, e noi glielo chiediamo ogni giorno, che vogliamo andarcene, ma loro ci rispondono che non c’è nessuna data.

Scioperiamo a Lampedusa, per il nostro futuro, per me e la mia famiglia, o all’ospedale, o alla morte. Lasciateci tornare alle barche. Dopo la guerra in Siria non ci saranno rifugiati siriani, perché abbiamo un paese bellissimo e una bellissima vita. Ma in questo momento la Siria è in guerra. E la nostra famiglia è lì. Non possiamo portarle in alcun posto perché tutto il mondo ci ha chiuso in faccia le porte. E anche ai palestinesi. Che vivono in Siria.

Ho mangiato un pezzo di pane ieri, ma oggi niente cibo, solo acqua. Il mio amico – sono due giorni che non tocca il cibo. Molti come noi. La stessa data e la stessa situazione. Perché non hanno un posto dove dormire, dove dormire bene, così abbiamo detto alla polizia e al direttore del campo, non vogliamo il cibo, non vogliamo dormire. Sì, lo sciopero della fame, per un futuro buono, o morire o all’ospedale. Perché le nostre famiglie sono in pericolo. Non voglio rimanere qui mentre la mia sorellina… non sono contento di rimanere qui mentre mia sorellina e mia madre e mio padre si trovano in una situazione pericolosa. Mentre una bomba potrebbe ucciderli in qualsiasi momento.

Questa registrazione è stata effettuata all’inizio di novembre, quando il centro accoglienza di Lampedusa ha superato la capienza massima. I migranti, essendo il centro solo di prima accoglienza, dovrebbero sostare non oltre le 48 ore.

A causa del ritardo dei trasferimenti alcuni di loro hanno deciso di compiere lo sciopero della fame.

In fuga dallo Zimbawe: “Con lo status di rifugiata mi hanno restituito la vita”

Chenzira è originaria dello Zimbawe, nel suo paese era un’insegnante. Quando l’istituto caritatevole nel quale lavorava è stato dichiarato “non gradito” dal regime, Chenzira è diventata un nemico politico del suo paese ed è stata costretta a fuggire per salvarsi la vita.

“Mi sono messa in viaggio senza sapere dove stavo andando né chi avesse potuto aiutarmi. Ho deciso di provarci comunque perché l’alternativa era di aspettare il momento in cui mi avrebbero ucciso. La maggior parte del tempo ho viaggiato a piedi, evitando le strade principali e resistendo alla tentazione di usare troppo spesso gli autobus. Quando sono arrivata in un piccolo villaggio a ridosso del confine ho pensato di muovermi verso la città più vicina, dove, avevo saputo, sarebbe stato possibile unirmi a un gruppo che, come me, cercava di lasciare l’Africa. Dovevo andare fuori dal continente, il governo dello Zimbawe ha buone relazioni con molti stati africani e io non potevo fidarmi di nessun governo, di nessuna autorità”

Appena arrivata in città Chenzira viene avvicinata da alcuni “agenti” che si occupano di aiutare le persone che, come lei, intendono uscire illegalmente dal paese. Il viaggio per l’Europa costa e bisogna farlo “al buio” perché non c’è possibilità di scegliere, né di sapere, la destinazione finale.

“Durante il viaggio diventi vittima ancora una volta, gli “agenti” possono aiutarti ma alle loro condizioni. Non ci è stato chiesto se volessimo andare in Francia, nel Regno Unito o in Olanda, tutto veniva deciso dai trafficanti in virtù del loro giro d’affari.

Io sono arrivata in Inghilterra, mi hanno scaricata vicino a una stazione degli autobus. Non mi fidavo più di nessuno, così per i primi due giorni sono rimasta lì, a dormire sotto un ponte, senza soldi, senza cibo. Il secondo giorno ho conosciuto alcune persone che andavano verso Tesco, due donne divisero il loro cibo con me, mi aiutarono e mi presentarono a una famiglia che mi ospitò per qualche tempo.”

Chenzira trascorre nella sua nuova, provvisoria casa alcune settimane. In questo tempo le vengono fornite cure, cibo e vestiti ma soprattutto le viene dato il tempo per ritrovare la sua fiducia, perché non è facile credere ancora che qualcuno possa aiutarla a ricominciare una vita, a progettare di nuovo il futuro.

“A quel tempo non avevo idea di cosa fosse l’asilo politico e mi sentivo a disagio a dover raccontare agli ufficiali dell’ufficio immigrazione tutto quello che mi era capitato. Mi è stato chiesto più volte se avevo pianificato di venire nel Regno Unito, ma io, cercavo di spiegare, non avevo pianificato niente, ero scappata dall’Africa per salvare la mia vita. Alcuni funzionari credono che tu voglia approfittare del sistema di asilo, ma io stavo solo chiedendo aiuto e ti ferisce sapere che credono tu stia mentendo. Quando ho ottenuto lo status di rifugiata ho sentito che mi veniva restituita la mia vita. Sono libera, se ho bisogno di aiuto so a chi posso rivolgermi, ma la mia vita è nelle mie mani. Io so che cosa voglio e so che sono in grado di ottenerlo. Adesso guardo avanti, ho perduto tanto tempo, ma non sto cercando di riavere indietro ciò che ho perduto, voglio andare oltre, il mio viaggio non è ancora finito.”

Chenzira ha ottenuto l’asilo politico nel 2009, attualmente vive nel Regno Unito dove studia per conseguire una qualifica di assistente sociale. Chenzira ha deciso di raccontare e condividere la sua storia tramite lo Scottish Refugee Council perché possa essere d’aiuto e d’ispirazione per altri rifugiati che, come lei, hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle e scappare.

Yonathan: “Nei campi di tortura non sono neppure riuscito a suicidarmi”

Yonathan viene dall’Eritrea, nel suo paese il servizio militare è obbligatorio, rifiutare l’arruolamento è un crimine punito con anni di prigione. Nonostante i rischi, Yonathan, 26 anni, laureato in ingegneria informatica, decide di lasciare il suo paese da “disertore” per ricominciare la sua vita in un altro stato africano. La sua storia è stata raccolta da Irinnews in una lunga telefonata dalla Svezia.

“Il mio piano era di lasciare l’Eritrea il prima possibile, dopo aver finito l’università avrei dovuto arruolarmi nell’esercito, ma mi rifiutai. Mi spostai ad Asmara, la capitale, dove lavoravo illegalmente standomene nascosto. Quando alcuni dei miei amici cominciarono a sparire pensai che potevo essere il prossimo. Dovevo andare via, non mi importava dove, ma sono nato in Sudan e conosco la lingua, così decisi di andare lì. Sapevo che c’era il rischio di essere rapiti per questo ho preferito non affidarmi ai contrabbandieri per la fuga e contare solo su di me e su alcuni amici. Arrivati a Kassala, nella regione est del Sudan, uomini di etnia rashaida provarono a prenderci ma eravamo in sei e riuscimmo a difenderci, poi intervennero i militari sudanesi e ci portarono nel campo profughi di Shagarab”

Al campo profughi Yonathan e i suoi amici capiscono subito di non essere in salvo. I rashaida entrano ed escono dal campo ogni giorno, prendono nota dei nuovi arrivi, mentre le guardie, deputate alla sicurezza del campo, intascano banconote e fingono di non vedere.

“Erano passate tre settimane dal nostro arrivo a Shagarab, era mattina e noi stavamo raccogliendo legna quando fecero irruzione nel campo. Presero me e altri due ragazzi, ci caricarono sui loro veicoli e ci picchiarono poi ci condussero da qualche parte a nord di Kassala dove ci riunimmo ad altri Eritrei che come noi erano stati rapiti. Nei giorni seguenti altri connazionali si aggiunsero al gruppo, finché non fummo abbastanza numerosi da essere considerati una “partita” redditizia.”

Al confine con il Sinai, il gruppo, che ormai è composto da più di trenta persone viene “ceduto” ad alcuni egiziani che con le loro imbarcazioni li conducono ad Aswan, sull’altra sponda del Nilo e poi oltre il canale di Suez. Per trasportarli si servono di un grande tir, di quelli che si usano per il pollame. Dove li portano è il mercato, loro sono la merce.

“Ci divisero e ci assegnarono a diversi trafficanti, io e altri tredici fummo portati in un centro di tortura dove ci chiesero 3.500 dollari per il nostro rilascio. Ci facevano chiamare la nostra famiglia due o tre volte al giorno e durante le chiamate ci colpivano, così che, dall’altro capo del telefono, potessero sentire le nostre grida. I miei familiari e i miei amici sono riusciti a mettere insieme i soldi e hanno pagato per me. Quando i soldi sono arrivati ci hanno fatto salire su una macchina, eravamo stati rivenduti a un altro trafficante, lui di dollari ne voleva 30.000, aveva pagato molto per acquistarci, ci disse, doveva averne un ritorno”

Il secondo campo di tortura in cui Yonathan viene trasportato è l’inferno. Ai detenuti viene data una fetta di pane al giorno e i maltrattamenti e le torture sono programmati, il tempo del dolore è scandito da una turnazione pensata per intensificare il dolore durante le quotidiane telefonate ai familiari. Ci sono anche tre donne detenute insieme a Yonathan, di cui una incinta, e subiscono lo stesso trattamento degli uomini.

“Ci appendevano a testa in giù legati per le caviglie, altre volte per i polsi e ci versavano addosso plastica fusa. Dopo una settimana uno dei ragazzi che era stato rapito con me morì, io stesso ero messo veramente male. Avevo un polso rotto e le caviglie lacerate dalla catena troppo stretta, vedevo poco e facevo fatica a stare in piedi. Sapevo che la mia famiglia non avrebbe potuto pagare 30.000 dollari così persi la speranza. Provai a suicidarmi recidendomi la giugulare con un cavo, ma era troppo vecchio e arrugginito e non funzionò così chiesi a uno dei traduttori che era Eritreo di procurarmi un veleno qualsiasi che potesse aiutarmi a morire ma si rifiutò di aiutarmi. Non potevo fare a meno di pensare a mia madre che riceveva queste chiamate, che non aveva quei soldi e non sapeva cosa fare. Almeno, se io fossi morto non sarebbe andata avanti per mesi.”

Ci sono voluti tre mesi perché la famiglia mettesse insieme la somma necessaria alla liberazione di Yonathan che ormai era in fin di vita, quasi sempre privo di conoscenza, troppo debole per camminare e con le mani parzialmente in cancrena per l’essere rimasto troppo a lungo appeso per i polsi. Dell’ultima parte del suo viaggio verso Israele Yonathan non ricorda nulla, ha perso i sensi dopo pochi metri ed è stato trasportato dagli uomini che condividevano con lui quest’ultimo tratto guidati dal loro nuovo custode, questa volta un beduino. La pattuglia israeliana che si è imbattuta nel gruppo di rifugiati ha disposto l’immediato trasferimento Yonathan presso un ospedale dove è rimasto ricoverato per alcuni mesi.

“Ho contattato la mia famiglia per dire loro che ero vivo ma non gli ho detto delle mie ferite alle mani. Ho perso molte delle mie dita e muovo a fatica quelle rimaste così praticamente non posso usare le mani. Mi hanno detto che è stato fatto tutto il possibile ma che si potrebbe fare di più con qualche intervento di chirurgia avanzata. Sono stato per più di un anno in un ricovero a Petah Tikva a est di Tel Aviv, mi sentivo malissimo perché da una parte ero felice di essere sopravvissuto, dall’altra pensavo che forse sarebbe stato meglio morire perché ormai ero destinato a dipendere dagli altri. Io avevo sempre contato solo su me stesso e odiavo chiedere aiuto agli altri. In Israele quelli come me li considerano “infiltrators” e non importa quante volte abbia raccontato ciò che mi era successo. Col tempo capii che non mi sarebbe stato possibile fare richiesta d’asilo e che la legge permetteva al governo di arrestarmi e tenermi in detenzione per più di tre anni. Questa situazione mi atterriva perché dopo tutto ciò che avevo subito venivo trattato come un criminale. Volevo andare via ma non avevo il passaporto e in quanto disertore non potevo rivolgermi alla mia ambasciata.

Stavo parlando con alcuni giornalisti della mia storia quando conobbi alcuni attivisti europei che mi hanno invitato a Bruxelles nel dicembre 2013 per raccontare la mia storia al parlamento Europeo.”

 

Oggi Yonathan ha 28 anni e vive in Svezia dove sta ultimando l’iter che gli consentirà finalmente di ottenere lo status di rifugiato. Grazie a una rete di donatori tedeschi potrà accedere a trattamenti chirurgici per le sue mani non appena avrà regolarizzato il suo status.

Daniel, 20 anni, rifugiato: “Dentro di me una tragedia senza fine”

Daniel è arrivato in Europa dall’Africa occidentale, aveva solo 16 anni quando un taxi lo ha lasciato davanti alla sede dello Scottish refugee council. A quel tempo Daniel era completamente solo in un mondo estraneo, sapeva a mala pena dove si trovasse e non parlava neanche una parola d’inglese.

“Io sono arrivato nel Regno Unito accompagnato da un agente, lui mi ha portato dall’Africa a Londra e infine a Glasgow. Alla stazione ha pagato un tassista per portarmi alla sede del SRC ed è andato via. Prima di lasciare l’Africa non avevo mai visto quell’uomo, era stato mio zio ad affidarmi a lui, per salvarmi. Mio padre era membro di un partito di opposizione e così scappò via prima che il governo lo facesse uccidere, ma le forze governative vennero a cercarlo nel nostro appartamento, arrestarono me, mia madre e mio fratello ed appiccarono il fuoco alla nostra casa. Ci hanno rinchiuso in una prigione, poi mia madre è stata spostata e non l’ho mai più rivista. Non so neanche che cosa ne sia stato di mio fratello, io sono riuscito a scappare perché mio zio conosceva una delle guardie, ma non è riuscito a farci uscire entrambi.”

Daniel viene assegnato ai servizi sociali e per otto mesi alloggia in un pensionato per senza tetto, dopo alcuni colloqui con funzionari del ministero degli interni si decide a compilare il questionario destinato ai richiedenti asilo.

“Io non capivo quanto fosse importante ottenere l’asilo- “Asilo” era una parola che mi disorientava. Ero un ragazzino, ero spaventato e pensavo solo che volevo tornare a casa. Adesso ho rivoluzionato la mia vita, ho un titolo di studio e una qualifica professionale, ma quello che ho passato è sempre nei miei pensieri. Anche adesso che le cose nella mia vita vanno un po’ meglio mi porto dentro una tragedia senza fine”

Oggi Daniel ha 20 anni, vive a Glasgow e gli è stato riconosciuto l’asilo politico. Ha deciso di condividere e diffondere la sua storia tramite lo Scottish Refugee Council perché leggerla potesse essere di aiuto ad altri. La croce rossa grazie al suo ufficio ricerche lo sta aiutando a rintracciare i suoi familiari.

La vita del richiedente asilo: in un limbo, senza poter lavorare

Nel suo paese, la Repubblica del Congo, Patricia era un’infermiera pediatrica, lavorava all’ospedale e nella farmacia di sua madre. “È stata uccisa – spiega Patricia- perché non condivideva l’operato del governo. Mio marito decise a lasciare il Paese per salvarsi la vita, perché anche lui era membro del partito d’opposizione”

Patricia nonostante le difficoltà decide di restare e con coraggio resiste per cinque anni, ma nel suo Paese le “colpe politiche” della sua famiglia sono un marchio che è pericoloso portarsi addosso. Così nel 2003, anche Patricia si vede costretta a partire: decide di dirigersi nel Regno Unito per richiedere l’asilo politico. “All’inizio all’ufficio migrazioni non credettero alla mia storia e mi rifiutarono l’asilo. La vita da richiedente è molto frustrante, non ti è permesso di lavorare né di frequentare corsi full time. A vivere così si può diventare matti”

Dopo aver trascorso i suoi primi anni in Regno Unito passando da un centro di detenzione a un altro si è trasferita a Glasgow, dove grazie all’aiuto e al supporto dello Scottish Refugee Council ha ottenuto finalmente l’asilo politico e ha potuto constatare quante donne come lei avessero ancora bisogno di essere aiutate. Oggi Patricia fa parte del Refugee Women’s Strategy Group che si occupa di informare e aiutare le donne per tutti gli aspetti concernenti il diritto d’asilo ma anche di incoraggiarle e sostenerle psicologicamente.

“Col nostro lavoro possiamo cambiare le cose, grazie a una nostra richiesta, per esempio, abbiamo ottenuto per le donne richiedenti asilo in Scozia, l’attivazione di un programma di assistenza all’infanzia che metta le madri in condizione di partecipare liberamente ai colloqui organizzati dall’ufficio immigrazione. Io ho finalmente finito il mio iter burocratico ma voglio continuare a collaborare con il gruppo per aiutare altre persone. Qui mi hanno insegnato a vedere che non sono la sola.”

Berthe Patricia Nganga ha 44 anni e viene dalla Repubblica del Congo. Nell’agosto del 2011 le è stato riconosciuto l’asilo politico. Oggi vive a Glasgow dove è membro del Women Strategy Group, gruppo sostenuto dallo Scottish Refugee Council.

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