Yonathan: “Nei campi di tortura non sono neppure riuscito a suicidarmi”

Yonathan viene dall’Eritrea, nel suo paese il servizio militare è obbligatorio, rifiutare l’arruolamento è un crimine punito con anni di prigione. Nonostante i rischi, Yonathan, 26 anni, laureato in ingegneria informatica, decide di lasciare il suo paese da “disertore” per ricominciare la sua vita in un altro stato africano. La sua storia è stata raccolta da Irinnews in una lunga telefonata dalla Svezia.

“Il mio piano era di lasciare l’Eritrea il prima possibile, dopo aver finito l’università avrei dovuto arruolarmi nell’esercito, ma mi rifiutai. Mi spostai ad Asmara, la capitale, dove lavoravo illegalmente standomene nascosto. Quando alcuni dei miei amici cominciarono a sparire pensai che potevo essere il prossimo. Dovevo andare via, non mi importava dove, ma sono nato in Sudan e conosco la lingua, così decisi di andare lì. Sapevo che c’era il rischio di essere rapiti per questo ho preferito non affidarmi ai contrabbandieri per la fuga e contare solo su di me e su alcuni amici. Arrivati a Kassala, nella regione est del Sudan, uomini di etnia rashaida provarono a prenderci ma eravamo in sei e riuscimmo a difenderci, poi intervennero i militari sudanesi e ci portarono nel campo profughi di Shagarab”

Al campo profughi Yonathan e i suoi amici capiscono subito di non essere in salvo. I rashaida entrano ed escono dal campo ogni giorno, prendono nota dei nuovi arrivi, mentre le guardie, deputate alla sicurezza del campo, intascano banconote e fingono di non vedere.

“Erano passate tre settimane dal nostro arrivo a Shagarab, era mattina e noi stavamo raccogliendo legna quando fecero irruzione nel campo. Presero me e altri due ragazzi, ci caricarono sui loro veicoli e ci picchiarono poi ci condussero da qualche parte a nord di Kassala dove ci riunimmo ad altri Eritrei che come noi erano stati rapiti. Nei giorni seguenti altri connazionali si aggiunsero al gruppo, finché non fummo abbastanza numerosi da essere considerati una “partita” redditizia.”

Al confine con il Sinai, il gruppo, che ormai è composto da più di trenta persone viene “ceduto” ad alcuni egiziani che con le loro imbarcazioni li conducono ad Aswan, sull’altra sponda del Nilo e poi oltre il canale di Suez. Per trasportarli si servono di un grande tir, di quelli che si usano per il pollame. Dove li portano è il mercato, loro sono la merce.

“Ci divisero e ci assegnarono a diversi trafficanti, io e altri tredici fummo portati in un centro di tortura dove ci chiesero 3.500 dollari per il nostro rilascio. Ci facevano chiamare la nostra famiglia due o tre volte al giorno e durante le chiamate ci colpivano, così che, dall’altro capo del telefono, potessero sentire le nostre grida. I miei familiari e i miei amici sono riusciti a mettere insieme i soldi e hanno pagato per me. Quando i soldi sono arrivati ci hanno fatto salire su una macchina, eravamo stati rivenduti a un altro trafficante, lui di dollari ne voleva 30.000, aveva pagato molto per acquistarci, ci disse, doveva averne un ritorno”

Il secondo campo di tortura in cui Yonathan viene trasportato è l’inferno. Ai detenuti viene data una fetta di pane al giorno e i maltrattamenti e le torture sono programmati, il tempo del dolore è scandito da una turnazione pensata per intensificare il dolore durante le quotidiane telefonate ai familiari. Ci sono anche tre donne detenute insieme a Yonathan, di cui una incinta, e subiscono lo stesso trattamento degli uomini.

“Ci appendevano a testa in giù legati per le caviglie, altre volte per i polsi e ci versavano addosso plastica fusa. Dopo una settimana uno dei ragazzi che era stato rapito con me morì, io stesso ero messo veramente male. Avevo un polso rotto e le caviglie lacerate dalla catena troppo stretta, vedevo poco e facevo fatica a stare in piedi. Sapevo che la mia famiglia non avrebbe potuto pagare 30.000 dollari così persi la speranza. Provai a suicidarmi recidendomi la giugulare con un cavo, ma era troppo vecchio e arrugginito e non funzionò così chiesi a uno dei traduttori che era Eritreo di procurarmi un veleno qualsiasi che potesse aiutarmi a morire ma si rifiutò di aiutarmi. Non potevo fare a meno di pensare a mia madre che riceveva queste chiamate, che non aveva quei soldi e non sapeva cosa fare. Almeno, se io fossi morto non sarebbe andata avanti per mesi.”

Ci sono voluti tre mesi perché la famiglia mettesse insieme la somma necessaria alla liberazione di Yonathan che ormai era in fin di vita, quasi sempre privo di conoscenza, troppo debole per camminare e con le mani parzialmente in cancrena per l’essere rimasto troppo a lungo appeso per i polsi. Dell’ultima parte del suo viaggio verso Israele Yonathan non ricorda nulla, ha perso i sensi dopo pochi metri ed è stato trasportato dagli uomini che condividevano con lui quest’ultimo tratto guidati dal loro nuovo custode, questa volta un beduino. La pattuglia israeliana che si è imbattuta nel gruppo di rifugiati ha disposto l’immediato trasferimento Yonathan presso un ospedale dove è rimasto ricoverato per alcuni mesi.

“Ho contattato la mia famiglia per dire loro che ero vivo ma non gli ho detto delle mie ferite alle mani. Ho perso molte delle mie dita e muovo a fatica quelle rimaste così praticamente non posso usare le mani. Mi hanno detto che è stato fatto tutto il possibile ma che si potrebbe fare di più con qualche intervento di chirurgia avanzata. Sono stato per più di un anno in un ricovero a Petah Tikva a est di Tel Aviv, mi sentivo malissimo perché da una parte ero felice di essere sopravvissuto, dall’altra pensavo che forse sarebbe stato meglio morire perché ormai ero destinato a dipendere dagli altri. Io avevo sempre contato solo su me stesso e odiavo chiedere aiuto agli altri. In Israele quelli come me li considerano “infiltrators” e non importa quante volte abbia raccontato ciò che mi era successo. Col tempo capii che non mi sarebbe stato possibile fare richiesta d’asilo e che la legge permetteva al governo di arrestarmi e tenermi in detenzione per più di tre anni. Questa situazione mi atterriva perché dopo tutto ciò che avevo subito venivo trattato come un criminale. Volevo andare via ma non avevo il passaporto e in quanto disertore non potevo rivolgermi alla mia ambasciata.

Stavo parlando con alcuni giornalisti della mia storia quando conobbi alcuni attivisti europei che mi hanno invitato a Bruxelles nel dicembre 2013 per raccontare la mia storia al parlamento Europeo.”

 

Oggi Yonathan ha 28 anni e vive in Svezia dove sta ultimando l’iter che gli consentirà finalmente di ottenere lo status di rifugiato. Grazie a una rete di donatori tedeschi potrà accedere a trattamenti chirurgici per le sue mani non appena avrà regolarizzato il suo status.