Ci scivolavano dalle braccia per la nafta

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Alle 7.20 abbiamo tirato le cime a Nika. Si chiama così perché la barca è di 5 metri: è piccola, è nika. Avremmo dovuto cominciare la battuta di pesca. Ma in mare, invece che la linea dell’orizzonte, abbiamo visto gente che si sbracciava. Gente che cercava aiuto, disperazione che urlava. Al primo che ho tirato su ho dato l’unica asciugamano che avevo perché tremava come una banderuola. Ci hanno detto dalle altre barche: “Non pensate ai morti, salvate i vivi”. I vivi, questione di minuti, e se li mangiava il mare. Erano tutti maschi e tutti nudi. Ci scivolavano dalle braccia per la nafta. Tutti coperti di benzina erano. Quando nika era piena abbiamo cominciato a navigare verso riva. Tra i corpi che andavano a fondo ne ho visto uno che si muoveva. L’ho tirato su: era una ragazza ed era viva. Quando l’abbiamo stesa sul legno tossiva nafta; è stata la prima che abbiamo consegnato al pronto soccorso. Logorato sono, come quest’isola. Mi ricordo il primo sbarco 20 anni fa, quando trovavamo monete, documenti stracciati e vestiti mentre facevamo il bagno. Questa gente che si affida al mare, anche quando è in tempesta, sa che è meglio morire che tornare indietro.

Vengono da terre dove hanno visto tutto e tutto gli è stato fatto. L’unica cosa che è cambiata da quei primi sbarchi è che sono raddoppiati i contingenti militari. Poi niente più è cambiato: non tolgono nemmeno le carcasse dei barconi dal centro. Un cimitero a mare e uno a terra. Anche quando non ce la faremo più, quando su quest’isola non rimarrà più niente, noi continueremo ad aiutarli ugualmente. Ma se ci date un’altra medaglia, sarò io il primo a rifiutarla. Ho dovuto raccontare questa storia a una parlamentare svedese, a una tv norvegese, ai giornalisti tedeschi. Cascavano dal pero, non sapevano niente. Ma se l’hanno saputo solo ora, di cosa stanno discutendo al Parlamento Europeo?

Io comunque volevo ritrovare quella ragazza. L’ho cercata al campo di accoglienza e niente. Al pronto soccorso e niente. Poi c’è stata la cerimonia funebre all’ hungar. Forse li la trovo, mi sono detto. L’ho riconosciuta dall’anello che portava al dito. Ce l’aveva anche il giorno del naufragio. Lei invece mi ha riconosciuto subito e si è buttata al collo, come quel giorno in mare.

Aprite i corridoi umanitari adesso. Oppure ce la fate a caricarvi altri 300 morti sulla coscienza?

Costantino Baratta è nato a Trani nel 1957. Quando si è innamorato di sua moglie, si è innamorato anche della sua isola ed è rimasto a Lampedusa. Dal 1976 è pescatore dilettante. Nei giorni del naufragio del 2011 ha aiutato Tarak, un migrante tunisino, a ricongiungersi con i parenti in Svezia. Il 3 ottobre 2013 ha salvato 11 persone dalla morte in mare.

Testo e foto: Michela A.G. Iaccarino / Fabrica