Sowe e gli altri 51 milioni di rifugiati nel mondo

Livia

Verso le 5 di pomeriggio dell’11 ottobre dell’anno scorso Mohammed Kazkji si trovava in mezzo al Mediterraneo, annaspando tra chi stava per annegare e quelli già morti, cercando di rimanere a galla e pregando che arrivassero dei soccorsi.

Il ventiduenne era solo uno delle centinaia che si erano imbarcati su un battello stracarico in Libia diretto verso la promessa dell’Europa; una promessa fatta di lavoro, pace e libertà.

Quando l’imbarcazione si rovesciò al largo della costa di Malta l’episodio divenne il secondo incidente in poco più di una settimana. Il 3 ottobre infatti un barcone con a bordo più di 500 persone si era inabissato in acque italiane.

La morte di oltre 400 persone aveva finalmente colpito l’attenzione dei media. Centinaia di giornalisti arrivarono nella minuscola isola siciliana di Lampedusa dove era avvenuto il primo naufragio. L’opinione pubblica era inorridita. I politici europei faticavano a trovare una risposta unanime. Poco dopo l’Italia lanciò una missione di ricerca e di soccorso, Mare Nostrum.

Le vittime dell’ottobre dell’anno scorso sono tuttavia solo una piccola parte dei circa 40.000 migranti morti negli ultimi 14 anni, molti dei quali in fuga dalle persecuzioni e dalla violenza. Quest’ anno almeno 4077 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere varie destinazioni nel mondo. Il 60% di queste, una percentuale enorme, è morta nel Mediterraneo: questo mare è così diventato il tragitto migratorio più rischioso del mondo.

Il mese scorso i trafficanti hanno affondato intenzionalmente in acque maltesi un’imbarcazione con a bordo 500 persone. Tra questi solo nove sono sopravvissuti. In un altro naufragio nel Mediterraneo avvenuto il 28 giugno, più di 70 persone sono morte e altre hanno atteso in acqua per ore che arrivassero degli aiuti. Mamadou Sowe, uno dei sopravvissuti, racconta di essere rimasto disperatamente attaccato a una tanica mentre gli altri intorno a lui annegavano.

«Ogni volta che chiudo gli occhi penso a quelle persone… alle loro grida, a come mi chiamavano.»

Sowe racconta di aver lasciato il Gambia perché aveva paura di essere picchiato, o peggio, gettato in carcere senza un processo o una ragione: «In Gambia non c’è libertà di parola… Non posso rischiare il carcere. Mio padre e mia madre sono morti, sono io che devo provvedere alla mia famiglia.»

Sowe è solo uno dei 51 milioni di rifugiati nel mondo, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La situazione economica e i conflitti in Medioriente, Africa e Ucraina spingono milioni di persone a rischiare il tutto per tutto nella speranza di un futuro migliore altrove.

«Il paradosso è che in un momento storico in cui una persona su sette nel mondo è migrante, assistiamo a una reazione dura alla migrazione da parte del mondo industrialmente sviluppato», ha scritto in un resoconto il mese scorso William Lacy Swing, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per la Migrazione.

«I migranti privi di documenti non sono dei criminali, ma esseri umani che hanno bisogno di protezione e assistenza, che hanno diritto all’assistenza legale e si meritano il nostro rispetto», ha detto.

Ma senza la possibilità legale di chiedere asilo nei paesi della UE prima di entrare, e con molti confini chiusi in quella che i critici descrivono come la “fortezza Europa”, migliaia di persone vengono lasciate con poche alternative se non quella di tentare la pericolosa traversata del mare dall’Africa.

Ci sono stati come la Turchia dove il numero dei rifugiati si avvicina ai due milioni, e altri Stati europei che per esempio lo scorso anno hanno concesso lo status di rifugiati a 50 persone soltanto.

Amnesty International, che ha raccomandato un aumento sensibile delle concessioni del diritto di asilo e l’apertura dei confini a chi lo richiede, sostiene che il numero dei morti nel Mediterraneo potrà diminuire solo se «verranno aperti canali di ingresso nella UE sicuri e regolari».

Testo Livia Albeck-Ripka / Fabrica — Fotografia Silvia Giralucci