Smettetela di dare la cittadinanza ai morti, cominciate a dare diritti ai vivi.

Dall'Eritrea Dall'Eritrea
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Nato sotto il pugno della dittatura etiope nella mia terra eritrea, sono arrivato in Italia nel 1992. Non in barca, ma seduto comodamente in aereo: me ne sono andato con visto regolare. Mentre si accentrava potere nelle mani di pochi e si alimentava il sospetto reciproco negli occhi di molti, io, ammonito da quel presagio di una guerra che cominciava dalla scia di cenere di un’altra, con la fortuna in tasca e un padre in Italia, ho deciso di provare a vedere cos’è il destino degli uomini liberi. Quando ti è permesso dire quello che pensi, decidere la vita che avrai, scegliere senza fucile alla tempia.

Ho lasciato un’Eritrea e ne ho trovate un milione e mezzo lontano da Asmara. Hanno attraversato il deserto a piedi, il mare su gommoni fatiscenti, nel mirino di mitraglie sempre pronte a sparare. I fuggitivi scappano da un regime che con una mano li incatena, con l’altra li accompagna verso la frontiera del paese. Ci sono pezzi del governo eritreo coinvolti nel traffico di esseri umani. I loro nomi sono stati messi nero su bianco dall’ONU, forse  nessuno li ha letti.

A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

In  quel bordo di deserto che è il mio Paese, dove  avevamo già festeggiato la liberazione nel 1991, la battaglia non è mai finita. Dopo una storia scritta con 30 anni di guerra e trecentomila morti che sparavano per l’indipendenza, senza sapere che l’avrebbero ottenuta al prezzo della libertà, il conflitto tra Eritrea e Etiopia si è concluso nel 2000.

Sono passati 13 anni: quattro milioni e mezzo di persone pensano che la guerra sia ancora in corso. “Siamo sotto attacco, l’Etiopia sta per invaderci”, dice la voce dell’unica televisione di Stato. “Imbracciate il fucile, uomini e donne, dai 18 anni fino alla morte”, dice un regime che trova scudo e scusa in quel confine sospeso che nessuno ha mai tracciato. L’ONU l’aveva scritto, messo nero su bianco, forse nessuno l’ha letto. Oggi in Eritrea se tuo figlio è scappato, o paghi o vai in carcere. Se non pratichi la religione ufficiale, o paghi o vai in carcere. Se sei un dissidente, vai in carcere. Se sei un obiettore di coscienza, rimani in carcere. Il regime finanzia e addestra anche shabab somali in territorio eritreo. L’Onu l’ha messo nero su bianco in un dossier, forse nessuno l’ha mai letto.

A volte mi fanno domande quelli che dovrebbero darmi una risposta. Ho detto al Governo Italiano: “Smettetela di dare cittadinanza ai morti, date diritti ai vivi. Smettetela di fare salam halek davanti a un governo sanguinario. C’è un dossier dell’ONU che parla dei non limpidi rapporti tra il vostro e il mio paese. Dei nomi sono stati messi nero su bianco, forse nessuno li ha letti”.

“Ho detto al Governo Europeo: se davvero volete aiutare i migranti, cominciate dal paese d’origine”. C’è peggior cieco di chi non vuol vedere: è chi ha già visto. Se l’Occidente scrive trattati e trova anche metodi per raggirarli è meglio non pubblicare più queste lettere morte.

“Sono morti cinquecento africani irregolari mentre cercavano di raggiungere l’Italia”, ha detto il regime sette giorni dopo il 3 ottobre. Non li ha chiamati “figli”, non li ha nominati “concittadini”. Quando poi gli occhi del mondo hanno parlato di massacro eritreo in mare, le voci di sostenitori e  finanziatori della macchina del potere hanno detto che uno spigolo di verità doveva trapelare. Autorità ufficiali dell’Eritrea in Italia, alte cariche dello Stato, sono uscite dalle scatole cinesi del gioco politico e sono state ufficialmente invitate dal Governo Italiano a partecipare alla cerimonia funebre ad Agrigento. Due più due fa sempre quattro, in qualsiasi parte del mondo. Non sono stati i parenti dei morti, ma i sostenitori del regime da cui quei morti scappavano, a mettere fiori finti sulla loro bara.

Il giorno del lutto di Stato alcuni giovani nati in Italia, Svezia, Germania, chinavano il capo davanti alla tragedia. Loro, eritrei di seconda generazione, cellula europea indottrinata da una dittatura da cui i loro coetanei fuggivano disperati, hanno recitato la loro parte. Quel giorno ad Agrigento dicevano di essere parenti delle vittime, invece che delle vittime semplicemente nuovo e più giovane carnefice. Cresciuti nella comodità del democratico nord Europa, poi addestrati ogni anno ad Asmara, vivendo scintille di una terra che ad altri dà solo polvere e morte, credono a chi gli dice siete i nuovi kadri, le nuove speranze della nostra terra. Ingannando anche autorità ed istituzioni, bilingui o spesso trilingui, si mischiano ai richiedenti d’asilo, si infiltrano tra i migranti, entrano nei centri di accoglienza. Stilano liste di nomi dei fuggitivi, scattano fotografie, spediscono tutto verso Asmara. È così che minacciano le famiglie rimaste in patria. Stavolta sono stato io a mettere i loro nomi nero su bianco, forse nessuno li ha letti.

Don Mussie Zerai è un prete cristiano nato in Eritrea. Dal 1992 vive a Roma. Ha fondato l’associazione Habeshia e aiuta i fuggitivi che riescono a raggiungere  l’Europa. È stato il solo in Italia a fare i nomi dei collaboratori del regime che schedavano i rifugiati richiedenti d’asilo in Italia per ricattare le famiglie in patria. Per le sue dichiarazioni è stato aggredito in più occasioni. Non ha mai smesso di rilasciarle.

Testo e foto: Michela A. G. Iaccarino / Fabrica