Dal Sud Sudan all’Uganda per dare alla luce la piccola “Fuggiasca”

Martha Anger, 20 anni, è scappata da un piccolo villaggio nel Sud Sudan per salvare la sua vita e quella della bambina che portava in grembo. Sua figlia, che oggi ha 3 mesi, è nata in Uganda, si chiama Nyaring che in lingua dinka vuol dire “fuggiasca”.

“Quei giorni – racconta Martha – hanno lasciato un marchio indelebile nella mia vita. Non avrei mai creduto possibile e non dimenticherò mai quello che mi è accaduto. Alcuni uomini con divise militari sono entrati nel nostro villaggio armati di fucili AK-47. Era sera e i militari hanno ordinato a tutti di uscire dalle case. Erano una decina, forse di più. Hanno cominciato a sparare senza neanche spiegarci perché, quale era il problema, che cosa volevano. La gente scappava correndo in mezzo ai proiettili. A me erano appena iniziate le contrazioni del parto, ma si bloccarono immediatamente. Quello che ricordo è un brivido freddo che mi percorreva la colonna vertebrale mentre cadevo in ginocchio ripetendomi: “Dio avrà pietà del mio bambino”.

Quando Martha riapre gli occhi, capisce che le sue preghiere non la salveranno. Tutti quelli che erano ancora vivi stavano provando a fuggire. Quella che fino a un attimo prima era una strada, era diventata una distesa di corpi e sangue. Il rumore continuo degli spari era rotto dalle grida e dai lamenti.

“È stato in quel momento – ricorda Marha – che ho deciso di sfidare la sorte e provare a fuggire. Ho corso, corso e poi ho corso ancora. Sentivo i proiettili sibilare accanto alla testa ma non mi sono fermata, neanche quando ho sentito che le doglie stavano ricominciando. Ho dovuto farlo quando sono arrivata a un torrente: non potevo più correre, il mio cuore batteva all’impazzata e le contrazioni iniziavano a diventare più forti.”

Martha decide di costeggiare il piccolo corso d’acqua cercando riparo nella foresta, qui incontra altri sopravvissuti come lei, molti sono feriti. Questo breve momento di riposo serve anche per provare ad avere informazioni sui suoi cari, prima di rimettersi in marcia.

“Ho saputo che della mia famiglia undici persone erano morte e nove erano gravemente ferite. Due di queste morirono quella notte, nella foresta. Alle prime luci dell’alba decidemmo di dirigerci verso l’Uganda, le mie contrazioni erano meno frequenti così cominciammo a muoverci. Restammo nella foresta, lontano dalle strade per paura di incontrare gruppi di insorti”.

Marta è arrivata in Uganda il 3 gennaio e poco dopo ha partorito la sua bambina. Oggi vive con lei nello Dzaipi Reception Center.

“Ho ottenuto lo status di rifugiata, sono madre di una bambina che non avrà mai un padre e una nonna, tutto è nuovo per me. Nel centro di accoglienza la situazione è molto dura, ci sono problemi con i vestiti, il cibo, l’acqua. Vorrei tanto che ci fosse un modo per aiutare il mio paese a ritrovare la pace, per ritornare a casa. Il mondo dovrebbe vedere e capire cosa succede in Sud Sudan dove donne, anziani e bambini soffrono a causa della guerra. Non so se incontrerò mai i soldati che hanno assassinato la nostra gente. Se mai succedesse, gli dirò che hanno disonorato il Sud Sudan, ma per tornare nella mia terra, per ricostruire la nostra nazione, sono pronta a perdonare e a riconciliarmi con loro”.

La storia di Marta, raccolta e diffusa da Irinnews è un coraggioso appello a una riconciliazione nazionale che sembra, purtroppo, ancora molto lontana.