Lampedusa, 3 ottobre, un anno dopo

07_Lampedusa_satelliteL

Fabrica e Unhcr Italia ricordano la tragedia con un reading

Erano partiti in 500 alle tre del mattino da Misurata, sulla costa libica, su una barca di una ventina di metri, la Giraffa. Aveva sette cuccette e un bagno, ma 500 persone a bordo erano un’enormità. 
Gli scafisti all’alba avevano chiamato in Libia per dire che era tutto a posto, viaggio andato bene, terra in vista, nessun problema. Questione di un attimo e di una λαμπάς ed è diventata la più grande strage di cui si sia avuta prova avvenuta sul territorio italiano non in tempo di guerra. Trecento – sessanta – otto morti accertati, tra loro molti bambini.

È successo che il peschereccio ha cominciato a imbarcare acqua. Per farsi vedere, gli scafisti, hanno imbevuto una coperta di gasolio e le hanno dato fuoco. Λαμπάς, fiaccola, torcia, Lampedusa. In questo caso: morte.

Il fuoco dalla coperta si è allargato al ponte della barca. I migranti, terrorizzati, si sono spostati tutti assieme. Il peschereccio troppo carico si è capovolto. Il mare è diventato un inferno di acqua e gasolio «Le grida parevano quelle dei gabbiani», hanno raccontato i primi soccorritori, un gruppo di amici a bordo della barca di Vito che erano usciti per il fresco e per il pesce quella notte. Nessuno era lampedusano su quel-la barca che per prima si è accorta dei migranti in mare e ne ha raccolti 47. Lampedusa, primo lembo dell’Europa per i migranti che cercano disperatamente la civiltà in fuga dalla miseria e dalle guerre, è anche questo: un rifugio.

Un’isola lontana dal rumore e dal traffico, dove Ventu e mari la fanno da padroni, per chi vuole ritrovare la natura. (Dal libro Lipadusa di Calogero Cammalleri. I testi delle letture in video sono di Michela A. G. Iaccarino)

Alfie Nze legge la storia di Zerit

 

Lidia Schillaci legge il brano Lampedusa