La storia di Vitalis

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Mi chiamo Vitalis e in questo paese non ci volevo venire. Io non ho pagato nessun biglietto, ho scelto il mare quando i soldati di Gheddafi, con le canne dei fucili premute sulla mia faccia, mi hanno chiesto di scegliere tra una barca e un proiettile. Partire o morire. Arrivato a Lampedusa ero esausto, il viaggio era durato 5 giorni e non mi domandavo cosa mi riservasse il futuro, mi bastava essere con i piedi sulla terra ferma, con il mare alle spalle. Nei due mesi passati nel centro di Manduria ci dicevano che quella era una destinazione provvisoria, che dovevamo avere pazienza, ci presero le impronte e ci assegnarono un numero. Poi, un giorno che non arrivava mai, con i pullman ci hanno trasferito in Piemonte, a Settimo Torinese. La nostra nuova casa si chiamava hotel Giglio.

Al Giglio il tempo era sempre vuoto, potevamo sopravvivere ma ogni giorno eravamo meno vivi. Avevamo un letto e pasti caldi e giorni tutti uguali ma noi non siamo animali d’allevamento, siamo uomini. Il 23 gennaio scoppiò la rivolta, eravamo esasperati dal niente, quel giorno bloccammo la strada fuori dall’hotel e arrivò la polizia, gli operatori erano tutti scappati ma noi non volevamo fare male a nessuno, solo volevamo gridare che siamo anche noi uomini, che vogliamo vivere. Dopo la rivolta sono stato espulso dal Giglio, era freddo in quei giorni e scoprii che tanti come me erano per strada. I campi stavano chiudendo, e noi, venuti dalla Libia ce ne stavamo per le strade, nelle stazioni a congelare.

Quando mi dissero che un gruppo di rifugiati stava pensando di occupare delle case, che c’erano degli italiani disposti ad aiutarli, ho voluto unirmi a loro perché non voglio essere accudito, voglio la possibilità di prendermi cura di me, di sentire che sono io a decidere del mio futuro.

Oggi queste case sono una piccola Africa, siamo in seicento qui, veniamo da 25 paesi diversi e stiamo imparando a vivere insieme. All’inizio i ghanesi volevano stare solo con i ghanesi e non si fidavano di nessun altro e così era per i nigeriani, per i maliani per gli eritrei. Ora etiopi e tuareg bevono il tè insieme, sudanesi e ghanesi si dividono le spese e i pasti. Siamo tutti uguali qui, siamo quelli venuti dalla Libia, i sopravvissuti. Neanche adesso è semplice, viviamo senza acqua calda e senza riscaldamento, ma questa è la nostra casa e non è solo un posto in cui stare perché da qui abbiamo smesso di farci trattare come dei bambini e siamo pronti a combattere per i nostri diritti e la nostra dignità.

Vitalis ha 28 anni ed è nigeriano, è arrivato a Lampedusa il 13 agosto del 2011. Dopo la chiusura dei centri d’accoglienza dell’Emergenza nord Africa, si è ritrovato per strada pur essendo titolare di protezione internazionale. Insieme ad altre centinaia di rifugiati ha dato vita, nella città di Torino all’occupazione abitativa EX MOI dove attualmente risiede.

Text by Carlo Maddalena / Fabrica — Photograph by Marco Pavan / Fabrica