Ahmed: “Dalla Somalia a Malta, un incubo lungo 16 mesi”

Ahmed, 31 anni, ha deciso di lasciare il suo Paese, la Somalia a causa dei violenti scontri scatenati dalle milizie del gruppo Al Shabab nella regione di Medina. Al momento di partire Ahmed cercava un posto sicuro per vivere, non immaginava un viaggio lungo 5000 km e 16 mesi, né che avrebbe rischiato la vita attraversando il deserto e il mare.

“Ho lasciato il mio Paese per molte ragioni, per gli scontri etnici, perché non era più sicuro. Il posto più vicino era il Kenya e lì sono andato.

Ho vissuto a Nairobi per due mesi, ma senza documenti non potevo fare niente che mi permettesse di sopravvivere e avevo paura che la polizia keniota potesse arrestarmi. Così ho deciso di spostarmi verso il confine con l’Uganda e, da lì, verso Kampala, dove sono rimasto per un mese. Anche qui però la vita era molto dura. Non conoscevo nessuno che potesse aiutarmi e quando mi consigliarono di andare verso la Libia perché da lì sarebbe stato facile raggiungere l’Europa ho pensato fosse una buona idea”.

A quel punto erano già passati tre mesi da quando Ahmed era partito. Arrivare in Libia da Kampala, significa dover raggiungere il Sud Sudan e attraversarlo, entrare in Sudan risalendo il Nilo su di un’imbarcazione e proseguire fino a Kartoun. Infine, trovare un modo per attraversare il Sahara, che vuol dire quasi sempre affidarsi ai “trafficanti di uomini”. Il viaggio da Kartoun costa 360 dollari. Quando Ahmed parte, viene inserito in un gruppo di 80 persone ammassate in 12 fuori strada; il viaggio nel deserto dura tre giorni e tre notti, ma non conduce alla Libia. Il gruppo di viaggiatori viene scaricato in mezzo al deserto e ceduto a un ricco “signore” dei trafficanti che fissa il nuovo prezzo per riacquistare la libertà: possono pagare 800 dollari oppure morire nel Sahara di sole e di sete.

“Mi ammalai – racconta Ahamed – pensavo di essere vicino alla morte. Eravamo circa 200 all’inizio, cinque di noi morirono lì. Grazie a Dio, un mio connazionale mi diede 200 dollari per completare il mio pagamento. Ci muovemmo da lì verso la Libia ma poco prima di raggiungere Kufra, ci imbattemmo in un gruppo di militari libici che arrestarono i trafficanti e lasciarono noi nel Sahara senza acqua, cibo né ombra. Vennero a riprenderci dopo 24 ore, ci caricarono in un camion e ci portarono a Kufra, in prigione. Lì sono rimasto per 4 mesi, ci picchiavano un giorno sì e uno no”

Approfittando di una momentanea distrazione delle guardie, Ahmed, insieme ad altri tre detenuti, riesce a fuggire dal carcere e a nascondersi nella zona della città dove vivono gli “africaans”: qui trova aiuto e può contattare la sua famiglia per farsi inviare 500 dollari,che gli consentono di raggiungere Bengasi e poi Tripoli.

“La prima volta che la polizia mi fermò a Tripoli per chiedermi i documenti, per errore risposi in inglese invece che in arabo. Mi picchiarono con i manganelli e con il calcio delle loro pistole, mi derubarono e mi intimarono di andarmene. La seconda volta mi portarono in cella: ci sono rimasto per due mesi. Due settimane dopo il rilascio decisi che avrei preso una nave per l’Europa, la Libia era un inferno, non volevo vivere lì. Gli altri pagarono ai trafficanti del mare tra i 400 e i 500 dollari per il viaggio, ma io non avevo soldi. Così raccontai che a scuola avevo imparato la navigazione, che sapevo usare un compasso nautico e mi credettero. In realtà non ne sapevo niente, ma avevo letto qualcosa su Internet a proposito dei Gps e di come funzionano”

Il gommone che lascia Tripoli con destinazione Malta, ospita 55 persone. Ad Ahmed viene consegnato un navigatore satellitare e gli viene indicata una direzione da seguire, ma le condizioni meteorologiche sono critiche. Ben presto l’imbarcazione comincia a riempirsi d’acqua e il panico si diffonde tra l’equipaggio. Si combatte per 10 ore, andando alla deriva, svuotando il mare nel mare, come si può, per quello che si può, sperando in una nave che possa prestare soccorso.

“Il mare ci aveva portato a poche miglia da Tripoli, verso la costa della Tunisia. I militari tunisini che intercettarono la nostra imbarcazione ci chiesero se eravamo diretti verso l’Italia, poi ci picchiarono e ci portarono in un centro di detenzione dove rimanemmo per tre settimane. C’erano anche donne incinte nel nostro gruppo. Alcuni militari ebbero forse compassione e ci lasciarono andare, dicendoci però ma che se ci avessero rivisto in mare ci avrebbero ucciso. Tornai a Tripoli e dopo un mese trovai un altro trafficante che aveva una barca, un gommone, a dire il vero, e avevamo solo biscotti e poca acqua che finì dopo due giorni di navigazione. L’ultimo giorno ho bevuto l’acqua del mare, perché la sete era troppa, ma per fortuna in tre giorni e tre notti arrivammo a Malta, finalmente al sicuro.”

Oggi Ahmed vive a Malta, dove gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato e dove lavora saltuariamente come interprete e traduttore. Il suo sogno, ha raccontato all’UNHCR, che ha raccolto e diffuso la sua storia, è di trasferirsi negli USA e ricominciare la sua vita da lì.